di Roberto Sommella /Thoroughbreds si apre su un’adolescente e un cavallo di razza (thoroughbred, appunto) sui due lati dello schermo, faccia a faccia come in uno specchio; l’inquadratura successiva mostra una mano che estrae un coltello da una borsa. Con due sole immagini, l’esordiente Cory Finley ha già dichiarato l’identità del suo personaggio principale e la simbologia attorno a cui il racconto verrà costruito (animale di razza vs animale selvaggio); e, allo stesso tempo, ha fatto uso di quella che Vincenzo Cerami chiama “metonimia cinematografica”. Da quando l’ho scoperto in Consigli a un giovane scrittore sono rimasto colpito dal concetto di metonimia applicato al cinema, un’arma della narrazione potente. In poche parole, l’apparizione di un oggetto che dà un indizio di ciò che accadrà, creando inconscia aspettativa nello spettatore: una pistola nel cassetto al principio di un thriller, il cadavere nascosto sotto il tavolo in Rope di Hitchcock.
E di metonimie è ricco tutto il piano-sequenza iniziale. Una giovane donna, Amanda, entra nella lussuosa casa dell’amica d’infanzia Lily e, mentre attende di essere ricevuta, perlustra la location che sarà la scena (teatrale) dell’intero racconto. Elementi che appaiono lungo la sua esplorazione: la scala che porta al piano superiore a cui la macchina da presa non può avere accesso, i suoni distanti che richiamano una presenza costante, una busta con del denaro, uno specchio in cui Amanda abbozza un sorriso tirato e finto, lo studio di Marc, il patrigno di Lily, tappezzato di animali selvaggi, ritratti in foto o appesi ai muri – e infine, prima dell’ingresso di Lily in scena, l’apparizione di un’arma antica, una spada. Un personaggio incapace di provare emozioni, analogie col mondo animale (siano cavalli di razza o animali selvaggi predati), una società dove denaro e benessere economico sono la massima aspirazione, armi che suggeriscono la folle idea omicida che costituirà il filo narrativo. I temi del racconto sono tutti lì, presentati in pochi minuti come se Amanda fosse il nostro Cicerone.
Thoroughbreds è la storia di due amiche adolescenti che si incontrano di nuovo dopo una lunga separazione. Lily (Anya Taylor-Joy) vive insieme alla madre col ricco patrigno Marc (Paul Sparks). Amanda (Olivia Cooke), appartenente allo stesso mondo aristocratico ma posta ai margini per aver ammazzato un cavallo con le sue stesse mani, comincia a far visita regolarmente a casa di Lily per preparare insieme a lei gli esami di maturità. La folle idea, nata quasi per scherzo, di far fuori l’odiato Marc si trasforma col tempo in concreto intento e le due ragazze assoldano lo spacciatore Tim (il prematuramente scomparso Anton Yelchin) per portare avanti il loro piano. Questa l’esile trama, ma in realtà poco importa svelare ciò che accade, in quanto l’unica sorpresa è come il racconto viene presentato, la messa in scena. Ed è l’unica cosa che prometto di non svelare.
Proverò invece a creare spunti di riflessione analizzando i personaggi principali alla luce di ciò che sono e inseguono lungo il racconto. Lettore avvisato: potenziali spoilers in questa seconda parte.
Thoroughbreds è un thriller hitchcockiano per post-millenials, adolescenti che sono nati quando il web 2.0 era già un passato remoto e Napster una rivoluzione vissuta dai genitori: in un mondo in cui, per dirla col personaggio di Tim, ci sono più ricchi under 30 come mai nella storia umana. In questo contesto l’anaffettiva Amanda è una sognatrice di un’era pre-Internet, un’era che non ha mai visto coi suoi occhi e che riuscirà a immaginare solo in sogno, unico momento in cui strapperà al suo volto un sorriso sincero. Amanda e Lily sono adolescenti che spaventano le loro stesse madri, dipinte come esseri inutili e impauriti il cui unico desiderio è il mantenimento di uno status quo, fatto di lusso e inazione, isolate dal mondo – un’immagine che viene esemplificata in maniera magistrale dalla madre di Lily, che quotidianamente sparisce per ore nel sarcofago di luce che la farà più abbronzata e bella, lontana dalle responsabilità della famiglia, come un vampiro che si sottrae al giorno.
Lily è apparentemente la più “normale”, ma questa normalità è tale solo perché correlata al contesto: un mondo viziato dove una sigaretta non è più un gesto di ribellione nei confronti di adulti che ribelli lo sono già stati a suo tempo. Un mondo dove le lacrime scendono per problemi che non esistono davvero, e la noia è troppo facilmente in agguato. Lily è una bomba che aspetta di essere attivata e Amanda lo sa. Forse ciò che Amanda spera è che, attivandola, conquisterà un suo consimile, qualcuno che la veda come lei, che arrivi a desiderare di eliminare una persona spiacevole per rendere il mondo un posto migliore. Ovviamente, la proposta omicida è un’esagerazione. Ma nel film ogni atto o personaggio è estremizzato, dato che il grottesco è un’intenzione dichiarata.
Chi è dunque Lily? E chi sarà a sporcarsi le mani?
Lo spacciatore Tim incarna l’altra faccia della via per il successo, quella old-fashioned, basata su duro lavoro manuale e lento progredire – e destinata cinicamente al fallimento. Perché, in fondo, non siamo tutti dei potenziali Steve Jobs. L’altra figura maschile, l’uomo che il denaro già ce l’ha, l’odioso Marc, cosa rappresenta? Marc è lontano sempre dalle tecnologie, persino dalla TV, attento anche se non sembra alle dinamiche più interiori delle azioni umane. Egli appartiene a un mondo fatto di sport e beveroni ipervitaminici, ma anche di comprensione e severità paterna; non è mai spaventato nel prendere decisioni difficili ma necessarie. A ben guardare rappresenta quel tempo sano che non esiste più.
E dunque Marc è l’elemento da eliminare. Non c’è più posto per i pre-millenials come lui, non vogliamo averlo davanti agli occhi a ricordarci che c’è ancora la possibilità di “salvarsi” da questo vuoto nuovo. Marc, Amanda e Tim vanno relegati fuori o lontano dall’universo di Lily.
In competizione ufficiale al BFI London Film Festival 2017, Thoroughbreds è un’intelligente e ben costruita opera prima, con attori in stato di grazia, perfettamente integrata nei nostri tempi e capace di sollevare questioni che coinvolgono ogni generazione nel discorso sulla società contemporanea.

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