Nel duemila e quattordici ci saranno solamente sette registe donne su cento a fare cinema nella nostra Italia.

Si avete capito bene, giovani degli anni settanta, stiamo parlando di futuro. No care ragazze appena tornate dall’ultima manifestazione in piazza a favore del divorzio e poi dell’aborto, non ridete come matte pensando che si dica un’eresia, è pura realtà, ve lo confermo. Ma dai, rispondete schernendomi, come si fa a pensare che nel lontano duemila e quattordici la donna italiana possa aver compiuto così pochi passi in avanti, o magari diversi all’indietro, nella conquista della parità, dei diritti nel mondo del lavoro e in tutto il resto. Come si può credere che fior di registe italiane debbano interrompere la loro creatività per ricordarci, celate da un  velo di scoramento, che essere donna e regista nel nostro paese è ancora estremamente faticoso, che i produttori sono prevalentemente uomini ed impongono o scelgono i film, decidendo persino come farli, magari impedendo di dare spazio alla genialità, tenendo la professionista su di un piano di sottomissione, che mai le permetterà di vincere un Oscar, di essere una Maestra del cinema,  di svincolarsi,  comunque, del peso di una corazza che la  debba proteggere dalla “colpa” di aver scelto una professione così tanto maschile.

Ragazze degli anni settanta, le vostre battaglie sembrano non essere servite a nulla se mi ritrovo, questa sera, qui a Filmstudio – sapete molto bene dove si trova la sala, giusto? Si proprio quel luogo in Trastevere, dove vi siete viste in tante, e tante volte avete dibattuto, come avanguardie culturali, sociali, politiche.

Pensate, alla proiezione del documentario, realizzato con la partecipazione delle registe italiane – nel flm presenti quasi tutte – eravamo solamente in tre donne, proprio sedute lì, dove ancora sembra di sentire il trambusto delle vostre voci. E se vi raccontassi che attualmente parliamo, attraverso i nostri numerosissimi mezzi di comunicazione, di “quote rosa”, quasi noi fossimo animali in estinzione, forse l’unica cosa che vi verrebbe da rispondere è che il colore rosa non va più di moda da un pezzo.

Dobbiamo ricordare che ci sono stati gli anni ottanta e poi i novanta ed il duemila? In questi trent’anni viene ritenuto ormai tutto perduto, il prezioso distillato estratto dal fervore del decennio migliore è stato annacquato, per non dire inquinato, ed ha perso il sapore. Anzi, per dirla proprio tutta, a molti non deve proprio essere piaciuto ciò che abbiamo conquistato con entusiasmo,  e come nell’incantesimo della bella addormentata, in parecchie, al momento, sembriamo un poco addormentate. Speriamo sia soltanto un brutto momento, però, e che la Storia dei prossimi anni invertirà la rotta per davvero e una volta per tutte.

Le parole delle registe non sono un vero e proprio grido di dolore, ma il tono di “Registe” oscilla, a volte, tra la rassegnazione e la rabbia, pur con la fermezza e la convinzione, tutta femminile, di voler lottare ancora di più e di dover essere, soprattutto, sempre di più. Ma questo concetto è da estendere a tutto il mondo del lavoro presente nel nostro bel paese, dove l’inferiorità delle donne, specialmente negli incarichi più prestigiosi e di potere, aumenta man mano che ci si dirige verso il sud della penisola italiana.

Al di là del sarcasmo, nel lavoro di Diana Dell’Erba, regista del documentario di cui vi parlo, quello che più emerge dai racconti delle colleghe è la vera, profonda e, sembrerebbe addirittura, dannata passione, in senso positivo, che queste professioniste hanno avuto ed hanno per il cinema in generale, in particolare per la direzione come mezzo di espressione, e così come accade per la costruzione di un romanzo, per la creazione di un racconto, per la realizzazione di un quadro, per l’esecuzione di un’opera musicale. Insomma, la stessa identica necessità, quasi auto analitica, che spinge ogni essere umano ad esternare la propria essenza interiore; dalla scrittura della sceneggiatura, all’interpretazione suggerita agli attori/attrici, all’orchestrale direzione di tutta l’attività filmica, prefilmica e profilmica, come dice lo studioso di estetica Etienne Souriau. Colpiscono molto le storie raccontate da ogni donna, di come vi siano arrivate alla regia, a definire quel mestiere così tanto irraggiungibile da apparire inverosimile come quello di un astronauta – per citare le parole di Anna Negri. Gian Luigi Rondi, intervistato anch’esso quale storico volto della critica cinematografica, ci ricorda che la Wertmuller e la Cavani, pur avendoci regalato film memorabili ed aver affiancato Fellini nella regia de “La dolce vita”, sembrerebbero quasi un po’ dimenticate. E poi c’è lo stuolo di tutte le altre direttrici artistiche, molte delle quali piuttosto giovani, che con la tenacia ed il giusto intuito del pioniere – ebbene sì – lottano quotidianamente al fine di affermare quel che è giusto che sia: il proprio valore individuale ed il genere femminile nella propria occupazione – guarda caso – ancora così tanto maschile.

In parallelo c’è la storia, commovente, se pensiamo ai tempi così prematuri, di Elvira Notari, la prima donna italiana dedita alla regia che, pur in un’ Italia dove l’essere umano donna subisce fortemente il maschilismo di una società sessista e patriarcale – esasperata ancor più dal fascismo – riesce, tuttavia, a percorrere la propria strada, seppur da antesignana, creando moltissimi lungometraggi e cortometraggi con l’aiuto del marito, pittore specializzato nella coloritura delle pellicole fotografiche. La Notari fonderà la casa di produzione cinematografica Film Dora.

Alla vigilia di una sempre più goffa celebrazione della “festa” della donna, ho avuto la percezione che il film, con i pensieri profondi delle protagoniste, da me fortemente condivisi, abbia dato un ennesimo contributo femminile, necessario alla rinascita della coscienza perduta. Ma ho provato rabbia e dolore, sono quasi fuggita dal piccolo tempio del dibattito culturale di anni più felici. Confesso di essermi sentita una goccia in mezzo al mare con le mie riflessioni, un’unica goccia d’acqua ancora salata in un liquido che non so più cosa sia diventato. La fermezza delle registe mi ha ad ogni modo confortato, e voglio ricordarle così, senza un ordine razionale, attraverso una regia che è quella loro, di Dell’Erba e le compagne:

Lina Wertmuller – Film d’amore e d’anarchia; Francesca Archibugi – Lezioni di volo; Francesca Comencini – Lo spazio bianco; Wilma Labate – Signorina effe; Cinzia TH Torrini – Donna detective; Roberta Torre – I baci mai dati; Antonietta De Lillo – La storia siamo noi; Giada Colagrande – Aprimi il cuore; Anna Negri – Riprendimi; Donatella Maiorca – Viola di mare; Annarita Ciccone – Il prossimo tuo; Maria Sole Tognazzi –Viaggio sola; Cecilia Mangini – Essere donne; Nina Di Majo – Matrimoni ed altri disastri; Susanna Nicchiarelli – Cosmonauta; Elisa Mereghetti –Eyes wide open; Alina Marazzi – Vogliamo anche le rose; Paola Randi – Into paradiso; Donatella Baglivo – E dopo cadde la neve; Stefania Bonatelli – Lutto privato.

La proiezione a Filmstudio prosegue anche martedì 11 e mercoledì 12 marzo.

 

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2 commenti su “REGISTE di Diana Dell’Erba

  1. Il grido di dolore di Nadia colpisce la punta dell’iceberg dove sono racchiuse miriadi di sofferenze, prevaricazioni, violenze, sottomissioni, sfruttamenti della condizione femminile. C’è di nuovo bisogno di “se non ora…quando?”

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