Di Simone Rossi/  Giulia (Sara Serraiocco) e la sua famiglia sono Testimoni di Geova. La loro vita è pienamente immersa nella Verità. Giulia sente il peso di questa responsabilità; l’universo di fuori (“la gente del mondo”, come ripetono, ad ogni adunanza, per distinguersi da tutto il resto) è un posto pericoloso, da conquistare palmo a palmo come nella più dura delle campagne di guerra. Proselitismo in nome di Geova: nessuna esistenza potrebbe dirsi completa, sensata, se non si prefiggesse uno scopo simile. Ma Giulia inciampa in Libero (Michele Riondino), ragazzo più grande di lei, da poco uscito dal carcere, incazzato col mondo, arrabbiato con la vita. L’inconciliabilità del sentimento che improvvisamente esplode nella protagonista è tutto racchiuso nel passo della Bibbia che apre il film: “Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”, ed è evidente quanto sia rischioso scostarsi dalla Parola. Ma appunto c’è il Verbo e poi c’è la Carne.
Marco Danieli, all’esordio nel lungometraggio, insieme al suo fido sceneggiatore Antonio Manca, prende in mano l’incandescente tematica religiosa per descrivere una parabola di crescita. La storia d’amore che intreccia attorno ai due protagonisti è il motore rumoroso di una rivoluzione molto più silenziosa e che rende La ragazza del mondo un moderno romanzo di formazione. Un lavoro appassionato, capace di slanci e ardimentosi fuori pista, ma nel nocciolo, profondamente aderente alla realtà. L’opera di documentazione alla base del progetto restituisce l’universo autosufficiente di Geova in maniera impietosa, ma senza alcuna deriva demonizzatrice. Anzi, l’approccio laico della pellicola segna le contraddizioni, rileva ingiustizie da senso comune che tuttavia trovano una nuova credibile e ‘comprensibile’ dimensione nel momento in cui si è disposti a cambiare sguardo e a porsi nell’ottica di un movimento religioso che non nasconde mai la sua matrice millenarista.
I tecnicismi lessicali con i quali gli Anziani celebrano l’appartenenza o, per converso, sentenziano l’esclusione dal banchetto dei giusti hanno una valenza fondamentale. Venire disassociati (l’atto definitivo che spoglia il fedele della sua chiesa), è termine mutuato dal mondo psichiatrico, ma nello specifico il suo significato si amplifica. Anche qui siamo di fronte ad uno sdoppiamento della personalità – e della persona – , ma in più, e peggio, assistiamo alla totale cancellazione di una di queste due identità. I vincoli spirituali semplicemente evaporano, e la ragazza, ora, è sola nel mondo.
Danieli non abbocca alla facile retorica: i luoghi comuni intorno ai seguaci della Torre di Guardia non sono mai neppure presi in considerazione. Verrebbe da dire che si ragiona per massimi sistemi: sul piatto ci sono l’amore e la libertà, il diritto a credere e ad essere creduti, e nei chiaroscuri che tratteggiano ogni personaggio avvertiamo la nota dolente dell’esistenza che ci impone continuamente di fare una scelta.
Libero è il grimaldello sconnesso di Giulia, il fuoco che cova sotto la cenere, e che ne esalta i desideri, le speranze e inevitabilmente gli egoismi. Il viaggio che intraprende è al fianco del proprio amore, ma anziché procedere in linea retta segna un lento e inesorabile scarto che sta lì a ricordarci come qualsiasi grande cambiamento non possa prescindere dal compiersi, in parte, anche nostro malgrado. Sono gli effetti collaterali del vivere, quelli che nell’euforia dell’obiettivo finale ci costringono continuamente a guardarci le spalle (e alle spalle) ancora e ancora.

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