di Roberto Cirillo

“Fra mille anni, i bambini androidi del 3000,
si commuoveranno per i leoni elettrici?”

Sono nato nel 1983.
L’ultimo film d’animazione che, da piccolo, vidi al cinema (all’epoca li chiamavano ancora cartoni animati) fu, con ogni probabilità, Il Re Leone (1994), canto del cigno d’un’animazione che stava per essere spazzata via (il 2D, il disegno a mano) dalla CGI che stava muovendo i suoi primi, incerti passi (due anni prima c’era stata la testa a forma di pantera nera della grotta di Aladdin che avrebbe precorso il volto di Mufasa che compare fra le nuvole, fantasma amletico di Simba).
Il Re Leone fu e resta un film dal fortissimo impatto e alcune sue scene ce le portiamo ancora dietro, stampigliate nel nostro immaginario. È, perciò, con quel fiero cipiglio autolesionista che sono andato a vedere questo The Lion King 2019 diretto da Jon Favreau, che riprende pedissequamente, frame dopo frame, ogni singola scena dell’originale… ma in computer grafica. È un remake? Il primo capitolo di un nuovo franchising? L’ultimo escamotage per patrimonializzare un capolavoro? Tutto questo e molto peggio…
Qualcuno sostiene che le cose, gli oggetti, abbiano un loro, specifico, linguaggio pedagogico, ovvero riescano a far passare messaggi (e talvolta a propagandare, subdolamente, ideologie) tramite la loro resa. Ciò varrebbe a maggior ragione per opere dell’industria dello spettacolo (o del consenso) e la tecnica del loro medium, che rappresentano una mediazione della realtà che vogliono narrare. Persino un cartone animato, infatti, rappresenta una realtà, per quanto fantastica. L’impatto di queste opere è ancora maggiore, se vogliamo, quando esse si rivolgono all’infanzia: momento nel quale il bambino matura la sua personalità, è ricettivo più che mai, e sta formando un immaginario che si porterà dietro. Per sempre. Chi fa marketing lo sa, e molto bene, anche.
Il patrimonio che la Disney si porta dietro, col suo potenziale, è enorme, e anche lei lo sa bene. Se una volta potevamo parlare di neocapitalismo che, passando dalla fase del capitalismo che ricorreva all’imperialismo, poi si spinge a colonizzare il nostro immaginario, oggi possiamo parlare di vera e propria disneyizzazione dell’immaginario, o privatizzazione della fantasia (Gmor uccisa da Atreiu non era l’araldo del Nulla, ma dietro quella nube che tutto inglobava c’era l’impero del Topolino). La politica aggressiva della Disney è notoria, e la misura in cui conduce la sua OPA ostile è qualcosa di non replicabile, per esempio, nella denigrata e non proprio keynesiana Unione Europea dove quello che sta facendo (vedi l’acquisizione di Fox) si chiama “abuso di posizione dominante”, ed è un reato. Ecco, la Disney sta monopolizzando la fantasia dei nostri figli. E le riesce anche male, va detto, data la poco sfidante mancanza di concorrenza. Perché l’esperimento di tradurre in CGI un film animato a mano, infatti, benché economicamente razionale e tecnicamente più che fondato, dovrebbe risultare non vincente?


Avete mai sentito qualcuno dire “Da piccolo ero innamorato di questo personaggio dei cartoni animati”? Avete mai rivisto, con gli occhi di un adulto, un cartone della vostra infanzia?
L’idea, un po’ audace, è che forse il disegno animato sia registrato (con tutte le imperfezioni che l’occhio umano riesce a cogliere) dal cervello, col suo messaggio implicito: è qualcosa di umano, realizzato da mani umane, pensato da menti umane, per un pubblico, umano anch’esso. C’è un uomo che, con un disegno, parla a noi (d’altra parte è così che è iniziata qualsiasi comunicazione non verbale, vedi sotto la voce Lascaux). Ciò fa sì che persino un cartone animato possa emozionare, possa ispirare compartecipazione per i suoi personaggi. Possa, insomma, far sviluppare, per creature fantastiche (Miyazaki)… empatia. Quasi che persino un disegno animato di un cane parlante, bidimensionale, possa attivare i nostri neuroni a specchio e portarci a identificarci con lui, con quello che sente, o meglio, con quello che noi sentiamo con lui, o immaginiamo sentiremmo. Al suo posto. Possibile?
D’altra parte, non è quel che accadeva agli antichi (che avevano un cervello strutturalmente diverso dal nostro, con i due emisferi meno separati da un corpo calloso meno ispessito, il che portava l’immaginazione ad avere un ruolo più attivo nella vita decisionale e nell’interpretazione del mondo e dell’esperienza di questi che si aveva) davanti a quadri, arazzi, cupole affrescate? È possibile provare un trasporto da sindrome di Stendhal per un cartone animato? Chissà.
Quel che è certo è che ciò è molto più difficile per un prodotto in CGI, dove l’occhio sa – perché lo sa – che dietro quel lavoro non c’è la mano umana, ma una macchina. I leoni del nuovo Il Re Leone soffrono per questa mancanza. Sono più realistici, sì (probabilmente i futuri documentari sugli animali saranno così, come quelli sui dinosauri); ma, paradossalmente, suscitano meno empatia. L’occhio coglie più di ciò di cui siamo consapevoli. È questo limite che rende, più di ogni altra cosa, questo tentativo di massimizzare i profitti riproducendo in computer grafica ogni tipo di cartone animato che ha popolato la nostra infanzia, uno scempio.

Un fumetto o un film d’animazione presentano difficoltà maggiori rispetto a qualsiasi libro e film proprio per questo. Per quanto brutto possa essere un libro, per quanto osceno possa essere un film, ci potrà sempre essere, fra le righe del primo, un ricordo vivo dell’autore che possa far leva su un nostro sentimento, o una linea di dialogo o uno scambio di sguardi fra due attori, che per la loro veridicità, nonostante la finzione, possano colpirci del secondo. Ma un fumetto disegnato o scritto male, un cartone animato disegnato male, questo appiglio non lo possono avere, e aggiungono, alla noia, il pericolo di essere accolti dall’assoluta indifferenza.
Figuriamoci un personaggio realizzato in computer grafica. La mutazione antropologica che questo mutato imprinting, più artificiale che umano, eserciterà sull’immaginario infantile, tramite opere realizzate digitalmente, e quindi sui sentimenti e l’inconscio che vi andrà ad affondare le radici e attingere, è ancora tutta da ipotizzare.
Finito l’antropocene, benvenuti nel tecnocene.
Disney (sic!).

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