di Luca Spanu/ La prima mezza ora di film segue senza parola ma in presa diretta lo scrosciare e scorrere delle acque sulle acque, nella progressiva loro rastremazione e tensione non solo superficiale, nel percorso dalle nubi fino al contatto con l’uomo e le sue opere, siano esse argini, ponti, rogge, navi, baracche, pontili frantumati o distese di aftermatico materiale risultante al tifone.

Camera fissa dunque. Per cinque primi o giù di lì. Centro del fiume, pioggia battente e inarrestabile. Luci di villaggio baluginanti in lontananza.

Camera fissa, ora da lungo fiume, anzi quasi lambita dall’acqua. Altri lunghi muti minuti. Rapidissimo ma contenuto (presso che strabordante) dal suo letto il corso gonfio di acque e di detriti di ogni genere, legnosi, arborescenti, plastici, ferrosi, animali, di carne morta o semiviva.

Camera fissa di spalle e poi di fianco a un gruppo di bambini sotto e poco sopra i dieci anni. Osservano il fluire dell’acqua e dei residui che si ingrommano, scavalcano, ammassano ; li dirottano sui bordi della roggia urbana con un ramo lungo e robusto – i bambini appollaiati sopra la spalletta di cemento stradale. Altri ragazzini appena più grandi in maglietta e pantaloncini da basket NBA si avanzano ciabattanti e incuriositi osservano, selezionano, pescano rifiuti, muti si perdono con lo sguardo nel grigio del canale rigurgitante.

Infine ecco sentiamo la voce dei protagonisti unici assoluti. I bambini di un villaggio in riva al mare.

Alcuni giocano a piccoli e grandi tuffetti tra di loro, gettandosi dai cargo arenati sbilenchi.

Alcuni si tuffano e restano immersi invece per recuperare materiali sotto le navi arenate, scagliate dalla tempesta sui villaggi costieri inermi.

Altri guardano in camera e persino talvolta sorridono, intervistati, anche quando raccontano delle baracche loro distrutte, dei genitori sfiorati dalla morte, a volte già invalidi o resi tali dalle ferite del nubifragio. Genitori che non hanno tempo per loro, loro che a coppie ora si raggruppano e con bastoncini fanno leva e smuovono gigantesche poltiglie di detriti plasmati da uragano sulla riva. Intere famiglie negli slum del mondo poverissimo vivono già ora di conferimento a riutilizzo di rifiuti, specie plastici, legnosi o ferrosi. Chi come me da micròbico borghese cura con laica devozione la raccolta differenziata guarda ora Lav Diaz e non può fare altro che guardare, gli occhi secchi fino a che non si chiudono, per una piccola frazione di secondo.

Altro è piccino anzi grande-quasi come i 2 bidoni di latta da 10 litri o più che deve riempire al pozzo e trasportare tra le case fatte di legno e lamiera fino a casa dalla madre, non inquadrata ma altolagnante. La smorfia del bimbo è fiera, ogni tanto li posa, i bidoni, il passo ondeggiante.

Penultimo film del regista filippino premiato con il Leone d’Oro a Venezia. Girato insieme a un gruppo di bambini che vivono in una città sconvolta da tifoni e inondazioni, “Figli dell’Uragano” secondo nota ‘detouriana’ sembra Paisà, avendone la stessa urgenza, forza documentaria, libertà inventiva.

 

“Il cinema di Lav Diaz affascina e ipnotizza facendo perdere la cognizione del tempo e dello spazio, trasportandoci in luoghi a noi lontani e rendendoci spettatori attoniti e comunque coinvolti nonostante la sospensione temporale e narrativa, sostituita dalla potenza delle immagini e dalla folgorante forza emozionale di una fotografia granitica e fosca che diventa caratteristica inimitabile ed unica di questo grande autore.” Così Alan Smithee, in Filmtv.it.

Non mi trovo d’accordo con Allie sullo smarrimento di coordinate spazio-tempo. Proprio in quanto i tratti somatici dei bimbi ci portano lontano da noi essi riaffermano una localizzazione della sventura climatica senza però indulgere a pietismi e vittimismi da cinegiornale. Colpiscono in tale contesto le risa dei bimbi e delle bimbe, che si bagnano e tuffano da luoghi alti** o sotto i piloni mezzi diroccati presso il villaggio trasformato in porto accidentale di navi accatastate.

**Bizzarra sovrapposizione mi si affaccia con le scene d’acqua di Capuano.. in L’amore buio; nell’episodio de I vesuviani. Contesto umile, ma prezioso di scogli, altezze, colori miti mediterranei e ricercatezze di ripresa underwater.

E’ pur vero che i volti asiatici potrebbero essere sostituiti da quelli di uno scugnizzo senza tempo, di un bombardato, di un migrante. Con la sostanziale differenza (per chi guarda, per chi osserva il dolore e l’ umiliazione spesso senza sentirsene afflitto) che la forza arbitraria di Natura matrigna è ripetutamente sostituita da sventure causate e perseguite da uomini, che dei bambini e delle sofferenze poco si preoccupano, forse meno di quanto possa fare un terremoto o uno tsunami : le causano, anzi, per interessi economici, o fanatismo, o tutte esse cose insieme.

E ora, punto qua.

Si esce dal cinema (Detour) dopo quasi tre ore con gli occhi abbagliati dalla fotografia che dopo i primi tempi grigi scuri e fluviali si tramuta e cattura la luce di un giorno pieno e quasi bianche acque di mare, di bacino, di villaggio sventrato dalle navi travolte come fuscelli dalla forza dell’uragano.

Un libro secondo, almeno stando al titolo, non si sa se verrà. Ma quando venisse, mi piacerebbe vederlo.

 

Di sé, Lav Diaz:

“Quando vedi un film o un’opera d’arte dovresti uscire dal cinema trasformato, rigenerato in nuovo essere. La spinta iniziale per il film viene dall’idea di raccontare la tempesta nell’animo umano e non solo nella psiche dei filippini. Ho quindi iniziato a girare, senza pensare a una struttura, una forma o un profilo da seguire. Negli ultimi nove mesi ho visitato e soggiornato nei luoghi e nelle isole interessate dai tifoni, documentavo e raccontavo quello che era successo, trovando il bandolo della matassa nella ricerca di una storia, della storia. Quando finalmente mi sono fermato per controllare, affrontare e mettere a confronto le riprese iniziali (…), mi sono accorto che oltre alla distruzione, la devastazione, il caos e le evacuazioni, ci sono le immagini dei bambini smarriti. E solo loro, i bambini, le principali vittime”

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