di Simone Rossi/2004. A cinque anni dalla fine del conflitto in Kosovo, Nenad è un ragazzino che ogni giorno, per poter andare a scuola, deve farsi scortare da un carro armato della Kfor. Con lo zaino in spalla entra nel blindato e attraverso la feritoia rettangolare vede scorrere il panorama di una terra martoriata, ora in mano agli albanesi. Cos’è lui? Null’altro che un’anomalia. Rinchiuso in una minuscola enclave – insieme ad un padre severo e dedito all’alcool e ad un nonno morente bloccato a letto – respira, a un tempo, il proprio spazio libero e la propria prigione all’aperto. Il regista Goran Radovanovic , serbo a sua volta, sceglie il romanzo di formazione per raccontare Il delirio, apparentemente inesauribile, di un neonato Paese eretto sulle fondamenta di rancori mai sopiti.

La NATO veglia sulla tregua: che l’albanese tolleri il serbo; che il serbo sappia farsi tollerare. Ma il gioco della sopportazione ha, per sua stessa natura, equilibri precari e confini incerti. Quegli stessi confini che la macchina da presa continua a dichiarare ad ogni inquadratura e che pure, sfuggono alla comprensione dell’osservatore. Sono ovunque e in nessun luogo; separano le vite delle persone, i loro averi e i loro ruoli, eppure sembrano qualcosa di volatile, che basterebbe un po’ di vento a spazzare via. Radovanovic non nasconde certo le proprie simpatie – la sua anagrafe è un’evidenza -, ma lungo lo snodo del racconto il suo essere parte integrante di quel popolo di cui sta raccontando il declassamento, la conversione forzata in minoranza etnica, non lo induce mai a perdere le coordinate, né la visione d’insieme. Il solco che segue è quello segnato dalla strada, sempre la medesima strada, battuta avanti e indietro da blindati, carretti, pullman e cortei di sposi, come se il Kosovo fosse soltanto un luogo da attraversare il più velocemente possibile, un territorio in cui non è mai consigliabile provare a fermarsi, ma che gira perennemente in tondo in uno schizofrenico movimento di fuga e ritorno. Tutto il mondo è nell’enclave o fuori da esso. Nenad però spezza la monotonia, semplicemente chiedendo agli altri ragazzi (che sono il nemico, albanesi e musulmani) di partecipare alle loro scorribande tra le macerie decennali della ex Jugoslavia abbandonate al loro destino di monumenti non rimovibili di un passato da cancellare. Nenad sceglie (anzi, viene scelto) da Baskim, il piccolo cattivo albanese, quello con la pistola rubata in casa, quello il cui padre ‘è stato ammazzato da un serbo’. Nella conta del nascondino c’è l’atto d’amicizia primigenio: del resto, a scuola, il protagonista l’aveva dichiarato ad alta voce nel proprio tema: “Io non ho un migliore amico perché dove vivo non ci sono bambini”.

E siccome Enclave non è una favola per ragazzi, ma una palestra in cui gli si chiede di farsi le ossa, essere amici esige il superamento di prove e diffidenze. Il destino di Nenad sarà forse lontano dal suo villaggio, magari a Belgrado, la grande città che tutti accoglie, in cui ogni spazio è condiviso, ma il nuovo tema che domani potrà scrivere avrà forse un contenuto nuovo. Che sarà nostalgia, speranza, rassegnazione. E perché no, finalmente amicizia.

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