Giovedì 21 Febbraio alle ore 21, presso il Parco della Cellulosa in Via della Cellulosa 132  , al via la rassegna “Appunti ritrovati della buona scuola” : si comincia con Chiedo asilo di Marco Ferreri.

Rivedere oggi o meglio , visto il suo status di film raro e poco visto, vedere per la prima volta a 40 anni dalla sua realizzazione Chiedo asilo di Marco Ferreri lascia un senso di straniamento e un sentimento di tenerezza misto ad una spiazzante inquietudine che sembra di osservare la proiezione da un’ oblò di un ‘astronave spaziale. In realtà però siamo noi ad essere rimasti a terra, mentre questo UFO di celluloide come molti altri film-astronave di Ferreri, proiettati in uno spazio e in un tempo altri, continua a navigare per lo spazio e possiamo vederlo da una distanza, culturale , sociale e antropologica, oggi più che mai inconcepibile e irrealizzabile.

Innanzitutto Chiedo asilo, fin dal titolo dalla duplice valenza, si poneva come congiunzione tra due epoche ( la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80) in cui si cercava di trasportare e di tradurre (si chiedeva “asilo”), nel decennio che stava per cominciare,  le idee, le istanze , le poetiche e la pratiche che avevano attraversato un periodo esploso a livello di deflagrazione nel ‘ 68 e poi maturato, e in parte impantanato nel sangue di una protesta sempre più violenta e distruttiva anche della possibilità di una ricostruzione , nei dieci anni che sono seguiti. Ferreri, che in quel periodo aveva osato raccontare proprio le contraddizioni , le fragilità, l’impotenza dell’Uomo-Maschio schiacciato dalle sue pulsioni e dalle sue ossessioni , ridotto a elementare funzione a partire proprio dal ‘69 (Dillinger è morto) e poi in un’ immersione sempre più viscerale e scatologica delle natura dell’Uomo –Corpo , disincrostato dalle astrazioni e dalle illusioni delle identità  ( La grande abbuffata e Non toccare la donna bianca su tutti).

A chi affidare un sorta di testamento e al tempo stesso di nuovo fondamento della propria poetica( che è anche la poetica di una storia collettiva e individuale? ): La maschera non maschera di Roberto Benigni, la cui comicità oscena e innocente aveva innescato un ‘altra deflagrazione nella seconda parte dei ’70 sempre nel segno della scatologia ( chi non ricorda l’inno del corpo sciolto sempre in quel fatidico ’79?), si offriva mirabilmente a incarnare e ad esprimere la soavità e lo sconcerto del maestro d’asilo , orfano recentissimo della morente ideologia rivoluzionaria, che tenta di portare (e rianimare) i fuochi dell’ultima anarchia ,quella della risata e del gioco, tra i bambini (de) istituzionalizzati dall’ organismo Scuola , a cui restituire il loro status di piccoli uomini in grado di pensare, scegliere , ribellarsi, fare comunità. Basti pensare alla scena in cui Roberto si presenta ai bambini la prima volta: nascosto dentro un armadio , buca un’ anta coperta da un disegno che raffigura il volto di un adulto – mostro, ci infila il suo volto fanciullesco e poi porge loro, uno per uno , la mano. C’è subito la dichiarazione che l’adulto può avere una forma altra, che si pone in un riconoscimento della pari dignità del bambino, pur in una posizione differente . E il film diventa poi il racconto , la contro-elegia del decadente Ciao Maschio, del tentativo di un contatto e di una vicinanza , e non tanto della comprensione, con un mondo, quello del Bambino, che , spogliato oramai da qualsiasi malia romantica e ideologica dell’utopia e della speranza, resta l’unico a misura d’uomo . Il maestro Benigni e i suoi piccoli scolari fanno comunità , si ascoltano , si sostengono a vicenda, si interrogano sui temi dell’esistenza come la nascita e la morte e in loro, l’uomo Benigni trova la forma essenziale, la possibilità di essere fuori dalle sovrastrutture e dalle convenzioni senza volersi sostituire o starne contro, ma di lato , intorno, cercando nello spazio , nei grandi spazi periferici tra urbanistica, degrado e residui di una natura arcaica del cinema spaziale, futuristico , presente e passato di Ferreri.

Eppure Chiedo asilo è un film tutt’altro che gioioso e vitale, anche perché in un certo senso chiude una triade sulla decadenza e la morte del patriarcato che già all’epoca film dai titoli letterali come Ciao Maschio e L’ultima donna stavano già annunciando : in questo senso il Chiedo asilo del maestro Benigni si apre a un ulteriore significato: durante tutto il film Roberto si rivolge più volte a se stesso definendosi “maestra” e simula addirittura uno stato di gravidanza finta  davanti ai bambini ,  tanto da non riuscire a definirsi come padre di fronte al figlio che la sua compagna aspetta e che comunque lei ha già deciso di avere,  seguendo un suo desiderio naturale e non la convenzione della costruzione di una famiglia, un modello che Ferreri ci presenta superato non tanto per una presa di posizione ideologica, ma come dato di fatto, contingente . Tutto ciò è sicuramente figlio della fine del maschio che sembra ormai potersi riconoscere non più nell’atto della procreazione, bensì della castrazione , come Depardieu ne L’ultima donna, o in quello più radicale del suicido , come Marcello Mastroianni in Ciao Maschio ,  per altro tra le braccia del suo antenato estinto, un enorme gorilla. L’uomo Benigni, molto più laconico e misurato rispetto ad altre performance precedenti e successive, è portatore consapevole di questa castrazione e di questa morte , e ne cerca e celebra nella sua genesi, l’infanzia, l’elegia conclusiva , come nella riproposizione di quel valzer sconsolato per fisarmonica, dolce e struggente , l’ultimo sussulto , l’ultimo autoinganno, l’ultima Palombella rossa(con dieci anni di anticipo su quella di Nanni Moretti) . E il cineasta Ferreri si congeda e ci conceda dagli anni ’70 con la (non) immagine di una nascita : solo suoni di gemiti sulla visione di due uomini, un adulto e un bambino, che spariscono nel tramonto rosso del mare. Ce l’avrebbe detto, e anticipato, qualche anno più tardi , nel’84: Il futuro è donna …..solo che non lo abbiamo ancora capito.

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