Contro le banalizzazioni diffuse che vedono la maternità e il dialogo tra spaccati sociali opposti attraverso lenti ideali o troppo sfocate si leva, magnifico, questo importante film di Antonio Capuano, che propone una visione affatto diversa della realtà traendo da essa linfa per arrivare a tutt’altre conclusioni. E’ una presa di coscienza si direbbe realistica, quella qui proposta, che mette in discussione, attraverso la relazione, i due protagonisti della storia rappresentata senza cercare scorciatoie che la epurino dai risvolti sgraditi e poco gradevoli che destabilizzano. Un cinema irriverente che non rinuncia a sperimentare, quello del regista napoletano. Lontanissimo dal risolvere i conflitti tramite i tanti falsi appelli al buonismo o per mezzo della ineffabile chiamata alla convivenza sociale, locuzione, quest’ultima, slittata oramai nella direzione della medicina miracolosa da distribuire nei conflitti di genere e di classe, e ovviamente da far ingoiare ai più deboli.

Giulia è una donna difficile, complessa, piena di contraddizioni. In un momento molto denso, in cui cerca di parlare con il compagno Sandro, chiuso e diffidente, gli dice, con disperata autenticità, di avere qualche problema di equilibrio al suolo e che da quando ha conosciuto Mario, ragazzino di Ponticelli che ha preso in affido, è cambiata, e quel disagio nell’omologarsi a terra è diventato un camminare su un filo teso che è oramai necessità. Giulia dice a Sandro che loro, borghesi colti e apparentemente liberi, non hanno mai rischiato niente, e che lei ha paura che l’essenza vitale di Mario, la sua radicalità, possa essere distrutta da tutta l’opacità che li circonda. Sandro, in risposta, sfugge al confronto nascondendosi dietro l’inadeguatezza, il timore del nuovo, che destabilizza, e la paura di mettersi in relazione con un bambino che, per certi versi, è più uomo di lui. Ha del risentimento evidente contro Mario e, di ritorno, contro la compagna: “Non ci ero abituato a tutto questo mettersi in gioco”, le dice. Dietro le spalle, mentre si sottrae, Sandro ha un muro grigio, Giulia, invece, dietro di sé ha come orizzonte la figura tesa e pulsante di Napoli, una massa che smargina fino a Ponticelli.

Mario è un bambino che è stato tolto alla madre che lo nutriva solo a patatine e coca cola, la Tv in casa sempre accesa, in un via vai di altri uomini. Un ragazzino diffidente e con una vitalità istintiva, una ferocia difensiva, un senso per l’arte che non gli viene dagli studi (ma che da questi ultimi non manca di trarre nutrimento: la fotografia, il flauto, il pianoforte). Mario vuole essere accolto, non educato, perché quel mondo dorato non gli appartiene. Ed è proprio una specie di opposizione che si consuma davanti ai nostri occhi, tra un bambino che sente forte, seppur profondamente ferito, un senso di appartenenza a un mondo violento e istintivo, e una donna molto strutturata  che non sente di appartenere a niente altro che alla propria intelligenza e cultura, che preferisce (ma questa è una parola troppo neutra) l’affido alla maternità naturale, in tal modo divenendo, almeno simbolicamente, madre di tutti bambini. Una onnipotenza che nasconde un senso di inadeguatezza fortissimo (“io non so come si fa ad essere madre, tu non me lo hai trasmesso” dice alla propria madre) . Comunque entrambi, e senza riserve, differentemente da Sandro, sono spinti da un bisogno, probabilmente troppo assoluto, di verità. Un bisogno doloroso e profondo –non omologato-  ma anche molto vitale. Non fingono né si trincerano dietro atteggiamenti, sono entrambi contraddittori, personaggi mossi, che, non senza ferocia (la guerra del titolo), cercano di arrivare ad avere un po’ di fiducia l’uno nell’altro.  In atto è un tentativo di dialogo tra due classi sociali che appartengono a mondi che fanno vite separate e diverse, ma in gioco è anche il dialogo tra l’istinto naturale e la coscienza culturale, un cambiamento di prospettiva che però passa per piccoli passi, avvicinamenti che si scontrano con l’aggressività selvatica di Mario e la onnipotenza prevaricante (eppure anche così insicura e fragile) di Giulia. Nel mezzo, lacerante, il ruolo distante e ottuso ma alla fine decisivo delle Istituzioni: un Giudice Minorile estraneo e una collaboratrice psicologa troppo coinvolta che sembra andare in competizione con Giulia per l’amore di Mario.

Si sa che gli adulti si proteggono, si rintanano in luoghi che si illudono essere puri (Sandro sceglie la casa dei genitori come rifugio), l’uscire fuori è una prerogativa che, mediamente, non gli appartiene. La scelta di rompere l’imbroglio difensivo dell’abitudine e di aprirsi al cambiamento che un accadimento come quello di un affido comporta, non è affatto cosa facile. E’ più facile stare nascosti. E’ più facile restare puri (o distanti, come le Istituzioni) credendo e vedendo quello che si vuol continuare a credere e vedere. Da questa paralisi, da questa difesa dei propri privilegi, spicca, in opposizione, la figura dei bambini. Mario, ripetendo che per lui conta solo andare avanti, sceglie istintivamente di stare fuori. Come fuori (cioè dentro al mondo) sceglie di stare anche Giulia, giovane donna che non si adegua ai modelli correnti e che rivendica, seppur in un moto pendolare che non la esime dal compiere  molti errori (da una parte, ad esempio, tende ad escludere Sandro, dall’altra, tradizionalmente, gli chiede protezione), la libertà e la verità del cambiamento. Mario, per il suo ruolo di intruso (si sta citando George Simenon), per l’ambiente da dove proviene,  è l’elemento che produce cambiamento, a meno che non si scelga di fuggire dalla relazione alla prima difficoltà. In questa prospettiva il personaggio di Giulia, tramite il rapporto con la diversità di Mario, mette in gioco la sua intransigenza e il suo bisogno di assoluto (anch’esso in qualche modo un rifugio). Emblematica, e meravigliosamente delicata, in questo senso, la scena del tentativo dialogo tra i due attraverso le macchine parcheggiate nel garage che termina in un abbraccio partecipato ed emancipato (Mario fino ad allora aveva preferito accarezzare il proprio cane).

Sintomatico, forse, che Valeria Golino, in un’intervista, abbia detto di pensare, anzi, che le piace pensare di essere molto più normale e omologata dei personaggi estremi che interpreta, e che forse la sua aderenza a questi ruoli vada ritrovata nella sua fisicità.

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5 commenti su “Antonio Capuano, La guerra di Mario

  1. Complimenti per la recensione che rende molto bene quella difficoltà di “essere”, che fa da filo conduttore a tutto il film. La difficoltà di assumere un ruolo e starci dentro, senza per questo cristallizzarcisi… quel ruolo che a volte ci precede. Quando rischiamo che l’essere genitore o figlio/a sostituisca la persona.

  2. Recensione che rispecchia in pieno pensieri ed emozioni provate nelle mie numerose visioni di questo film, di cui si sente dall’inizio alla fine l’urgenza del regista di girarlo, e che mi è rimasto dentro a lungo. La maternità, quella che vale la pena di essere vissuta, è quel filo sottile, difficilissimo da delineare, che corre tra protezione e dono della libertà? Prima dell’abbraccio nel parcheggio, credo, c‘è un’altra scena bellissima nella sua potenza simbolica: Giulia rincorre Mario in mezzo alle macchine (Mario sente continuamente il bisogno di rischiare la vita, vedi il gioco di attraversare la strada col rosso a occhi chiusi: altra rappresentazione simbolica di quello che nell’adolescenza di Mario sarà abuso di sostanze?)e per raggiungerlo è costretta a togliersi le scarpe: sovrastruttura, eleganza. Giulia lo rincorre nel suo primitivismo di bambino non addomesticato. Si mette in gioco, appunto

  3. Pensavo che il bisogno di rischiare la vita si riconnette in modo evidente alla pulsione di morte. E, freudianamente, il dolore è una meta pulsionale, sia pure enigmatica, connessa al piacere. Questa tendenza autodistruttiva, e dunque masochistica, non si pone, allora, solamente in opposizione a quella positiva e costruttiva del piacere, ponendocisi piuttosto in una relazione di simultaneità e così contribuendo a comporre l’impasto pulsionale. Che questo impasto sia radicato nell’uomo al punto da poterlo considare naturale (e pertanto naturale è anche la parte corrispondente alla pulsione di morte) oppure sia collegato a una precisa volontà del potere di rendere insicure e deboli (e dunque schiave) le persone, per meglio controllarle e tenerle ai margini, mediante il vuoto creato dalla frustrazione dell’esclusione (dal mercato, in senso lato), non saprei.

  4. quel vuoto, aggiungo ricollegandomi a quanto scritto da Chiara e a quanto insieme a lei letto in un articolo, che è anche il vuoto della mancanza ad essere

  5. bello il ruolo anche di Andrea Renzi, come figura mediatica che comunica dalla televisione, ma non riesce a interagire e parlare con Mario. Incredibile anche la Caprioli che per una volta sacrifica la sua bellezza e si ridimensiona nella figura di una zelante e miope operatrice sociale

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