di Alessia Brandoni/ Tra le altre cose – tutte da vedere – e seguendo uno dei suoi tanti, e spesso perturbanti, andirivieni, Palermo può mettere di fronte il viandante/spettatore all’enorme e sorprendente Ficus magnolioides. Uno degli  esemplari più antichi e belli di questa forma di vita vegetale abita infatti una buona parte di Piazza Marina,  quartiere Kalsa, a sua volta splendido angolo palermitano che si espande tra Villa a Mare e la Chiesa  di Santa Maria dello Spasimo, posto quest’ultimo anch’esso davvero suggestivo, dove fermarsi e sostare tra le rovine della struttura tardogotica siciliana e i richiami soprannaturali a cielo aperto (o a tetto distrutto, dipende dall’umore) diventa un piacere o un imperativo (anche questo dipende dal tempo). Addirittura, quasi a voler dimostrare la doppia natura del luogo, un albero ha riabitato in dismisura la parte destra della navata. Ma tornando allo straordinario Ficus, di ascendenza pluviale e la cui conformazione – lo si anticipa – finisce per chiamare il tana libera tutti a scorribande acquatiche e voli fantasiosi con cui passare  di luogo in luogo inseguendo segni e tracciandone di nuovi, tornando per la precisione all’esattezza mediamente un po’ fissa data dalla significazione botanica, vogliamo riportare ciò che la nostra guida globalizzata da pochi euro scrive, invero molto ispiratamente, circa le caratteristiche del nostro albero preferito: “Sono enormi, magici, affascinanti, sembrano quasi creature animate. Dai loro rami cadono radici che una volta entrate nel terreno si tramutano in pilastri e permettono all’albero di espandersi in orizzontale, aggiungendo nuovi tronchi a quello originario. Le foglie sono simili a quelle della magnolia” – e qui, almeno a chi è inquieto e sempre a guardar stelle (propendendo per quelle false e di sostanza celluloidosa) e che addirittura arriva a prendere un treno per giungere fino a Palermo per seguire un Festival di Cinema, non può giocoforza non venire in mente l’abbondanza digressiva del cinema di P.T. Anderson, un cinema dell’eccedenza, e dunque anche del desiderio, incarnato in ultimo da quel pamplhet teorico e affettivo su pellicola che è Vizio di forma.

Mettere radici ma lungo vettori orizzontali, mutare da ramo a liana a radice a tronco, aprirsi e contaminarsi quando il sacro chiuso e paludato –e ancora a secco di sega taglia-alberi e dispositivo anti-drone– è stato bombardato da guerre naturali o aeree –ma lo spasimo resiste e anzi ritorna più Unheimlich che mai! Freud conferma.

Ecco, forse l’intento del Festival (e soprattutto mio) è proprio questo, tentare di dissacrare un po’ questo senso freudiano -senso inteso come una delle significazioni possibili, come racconto attraverso cui il soggetto può pensarsi in un orizzonte di senso e che però troppo spesso finisce per imporsi come unico e vero- dato al perturbamento, che a ogni piè sospinto tenta di mettersi forzosamente in mezzo a orientare passi ancora atletici e gaiamente nervosi verso la tristezza abbastanza infinita del moto regressivo (“…potremmo concludere così: si ha una sensazione perturbante quando una data impressione riporta a nuova vita complessi infantili rimossi, oppure quando credenze primitive e superate sembrano trovare nuova conferma”, Freud, Il perturbante). Si sta esagerando per dire altro, ovviamente. Per tentare di portare alla luce, e senza la contropartita di altrettante verifiche definitive, quel compiacimento morboso e mortifero di certe teorie bellicose (psicologiche, filosofiche, economiche – con chiare ricadute sull’estetica) che vedono il senso della vita rappresentato principalmente, o meglio veramente, da lotte all’ultimo sangue, fantasmi e disperazioni ordinati lungo ripetizioni senza fine, baci mortali, e in definitiva dal desiderio concepito come struggente mancanza. Cosa rimane, allora, a una persona (sempre più oppressa da avvitamenti disperanti intorno a identità e origine) soprattutto se già bistrattata dalla Storia? Rimane l’ambito del piacere sperimentato al limite dell’angoscia? Rimane la fissazione a sogni adolescenziali di innamoramento? Rimane la creazione di legami psichici (quasi sempre auto-denigranti) con cui poter accettare relazioni con partner dominanti o anaffettivi? Forse. Sicuramente con buona pace dell’erotismo come forza vitale, gioco, come affermazione e sperimentazione di ciò che, irrequieto, non può essere solamente ridotto a una lotta tra pulsioni opposte di vita e morte – e alle altre grandi coppie oppositive della cultura occidentale.

E se invece di macerarci sul desiderio come mancanza rivolgessimo sguardo e pelle -che come ci ha mostrato Almodovar di volta in volta si abita – al piacere come forza propagante, contagiosa, irresistibile, insomma organizzassimo una grande, animata e fichissima (botanicamente, s’intende) espansione orizzontale? O almeno pensassimo al desiderio non (solo e sempre) come malinconia (sull’altra coppia, molto attuale e molto triste, godimento/psicosi, il discorso differisce un po’) ma come a una forza trasformativa, come a corpo, gesto e linguaggio immediato e imprevisto con cui poter prendere anche coscienza di ciò che fa male (una coscienza comunque debitrice dell’eccedenza dell’esperienza), allontanando quanto più possibile da noi i racconti che ci opprimono e puniscono; in questo modo, forse, si riabiterebbe anche l’inconscio e si avrebbero a disposizione nuovi e più autentici strumenti per risignificarlo nelle relazioni con gli altri e col mondo –nuovi colori e abiti, e parole e lavori, nuovi modi di cura e una forza di amare nuova – Carol, di Todd Haynes, sembra un tentativo riuscito in questo senso mentre Velluto blu, di Lynch, rimane probabilmente una delle più riuscite rappresentazioni non punitive del fantasmatico.

E’ questa la lente con cui ho guardato il Sicilia Queer 2016 International New Visions Filmfest, festival palermitano terminato da poco, il 5 giugno. Con questo sguardo, cioè, in parte coincidente con l’offerta proposta dall’organizzazione e in gran parte liberamente eccedente, ho cercato il piacere dentro i luoghi-cinema/forme in movimento creati da Chantal Akerman e Buster Keaton, dai corti in concorso di un pugno di giovani autori, dai film del regista della Svizzera francese Lionel Baier -scoperta personale del festival; tutti autori che, in qualche modo, hanno avuto il coraggio di attraversare lo specchio e di fare della coscienza tradizionale –retoricamente infelice tanto nell’identico quanto nella mancanza infinita-  un non-triste-luogo di ramificazione-significazione eroticamente possibile (o almeno possibilmente erotica…).

D’altronde anche Freud, quantomeno sull’imprevisto nell’arte, i conti li ha lasciati aperti: “ Non è possibile trasferire, senza profonde modificazioni, al dominio del perturbante letterario il contrasto tra quel che è stato rimosso e quel che è stato superato. Infatti il regno della fantasia, per realizzare i propri effetti, deve fondarsi sull’impossibilità della verifica”.

 

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