di Alessia Brandoni/ “Io ti incontro e mi ricordo di te. Chi sei tu? Tu mi uccidi, tu mi fai del bene. Come avrei potuto sapere che questa città era fatta per il mio amore. Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio. Tu mi piaci, che avvenimento. Tu mi piaci, che languore all’improvviso! Che dolcezza! Tu non puoi sapere. Tu mi uccidi, tu mi fai del bene. Tu mi uccidi e mi fai del bene”. (da Hiroshima Mon Amour, di Alain Resnais, in alto la prima immagine del film, l’abbraccio dei corpi di Elle e Lui)

 

“Viviamo i nostri corpi come oggetti di angoscia, denudati di fronte al prevalere della loro eccezionale rilevanza. Corpi non solo vettori di epidemie. Ma anche mezzi che veicolano ciò che siamo. Mezzi di comunicazione. Sintomi del nostro essere comune, contorni di epidermidi sensibili ed esposte, volti a proteggerci e a concederci contatti. Possibili forme differenti di ciò che abbiamo respirato, appreso, memorizzato, dimenticato, sognato… Mai solo singolarmente – è impossibile. Ma sempre in comune.

Comune che non è mai ammasso, mescolanza, con-fusione. Mai unisono. Sicuramente mai quando si coglie finalmente la sua potenza. La separazione e la distanza sono sue custodi. Custodi di relazioni che non si temono, proprio perché messe alla prova.

Inutile tentare di ipotizzare forme di vita irrelate, teorizzare vite senza relazioni.

E inutile prendersela con la teoria quando qualcuno inciampa. L’astrazione è sempre reale. È una delle forme più sublimi che il corpo assume, di cui ha bisogno.

Essere in comune a distanza è l’esercizio che rende possibile inventare nuove parole, nuove pose, nuovi orizzonti. Infondo qualcosa sta già accadendo. Ma si tratta di un esercizio che ha bisogno di molta pazienza.

Un esercizio che molte donne hanno sperimentato sulla propria pelle nei secoli, nelle loro case.

Riscopriremo la centralità della condizione domestica. Avremo la possibilità di scoprire finalmente le sue potenzialità politiche di cui il privato non è privo. Con i corpi, il cui uso credevamo di conoscere e che, se saremo docili e sapremo prestare l’attenzione adeguata, ci porteranno laddove non siamo ancora mai stati”.

(estratto da “Essere in comune a distanza”, pubblicato da Elettra Stimilli su antinomie.it)

 

Subito si cuce questo niente da dire
ad una voce che batte. Vuole
palpitare ancora, forte, forte forte
dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito,
e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte
mai finite.
Siamo questo traslare
cambiare posto e nome.
Siamo un essere qui, perenne navigare
di sostanze da nome a nome. Siamo.

(Mariangela Gualtieri, Quando non morivo, dall’omonima raccolta del 2019)

 

Parla anche tu
parla per ultimo,
dì cosa pensi.
Parla —
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

(da Parla anche tu, Paul Celan, 1955)

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