Riceviamo e pubblichiamo volentieri la testimonianza del regista Luca Calvanelli sulle vicissitudini produttive-distributive dei suoi film anche perché la crediamo, purtroppo, rappresentativa dell’esperienza e dello stato d’animo di tanti. Crediamo, come lui, che questo paese chieda un eccessivo eroismo a chi ha l’ambizione, la voglia, il talento di raccontarsi attraverso il cinema (e non ha santi in paradiso). 

a gennaioA gennaio, il suo primo film, che è stato prodotto tra il 2004 e il 2005, non ha trovato distribuzione. È stato proiettato al cineclub Detour di Roma a gennaio di quest’anno.

Mi chiamo Luca Calvanelli, sono nato a Roma l’11 settembre 1965; vivo e lavoro a Roma, sono architetto e da tre anni regista di cinema indipendente.

Nel 2005 ho scritto, prodotto e diretto il mio primo lungometraggio dal titolo A gennaio; il film è stato selezionato al “Festival del cinema indipendente di Foggia 2005”, al “Valdarno Cinema Fedic 2006” e al “Fano International Film Festival 2006”.

Nel febbraio del 2005 ho pagato 1.000 euro per poterlo proiettare nella mia città, alla Casa del Cinema.

Il film ha un carattere completamente indipendente, a me è costato molto impegno ed una cifra “molto piccola”: 9.000 euro.

Sono molto soddisfatto del risultato artistico raggiunto anche in considerazione del budget a disposizione.

Sono, però, molto stanco, sfiduciato e disgustato dalla mia città e dalla mia nazione, dal modo in cui la mia città e la mia nazione stanno assistendo in modo connivente e, anzi, quasi alimentando la lenta “americanizzazione” dell’approccio produttivo al cinema (invece) nazionale.

Mi spiego.

Un esempio su tutti.

Il film uscito da poco Manuale d’amore 2, capitoli successivi di Giovanni Veronesi è stato proiettato:

– in 73 sale nel Lazio;

– in 75 sale in Lombardia;

– in 47 sale in Campania;

In sintesi in circa 750 sale in tutta Italia.

Il film, nei primi tre giorni di programmazione ha incassato 6.217.385 euro per 973.458 spettatori.

A mio avviso l’approccio è completamente decontestualizzato.

Il nostro cinema (quello italiano) ha una storia, un presupposto economico, una formazione degli artisti, un pubblico e storie da raccontare diverse, naturalmente, da quelle di qualsiasi altra nazione. Sintetizzando: il nostro è, prima di tutto, un cinema che ha raggiunto il suo livello più alto quando è riuscito a costruirsi in modo autonomo (e cioè nuovo) percorsi e strategie drammaturgiche ed economiche.

Siamo sicuri che se Manuale d’amore 2, capitoli successivi (e molti altri ancora, ma del cinema americano non mi lamento più) fosse uscito in 650 sale invece che in 750, Veronesi, Bellucci, Verdone e company avrebbero visto scemare la loro popolarità? Non sarebbero (qualora questo si fosse verificato veramente) passati ugualmente alla storia del cinema? Non sarebbe stato ugualmente possibile vedere il film per tutta la popolazione italiana evoluta?

E mi dico: come avviene con l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, la distribuzione, con quei soldi risparmiati con 100 copie in meno, avrebbe potuto investire qualcosa per incoraggiare qualche autore sconosciuto!

Mi dico ancora: se ogni film prodotto dalle grandi case di produzione italiane costasse il 10% in meno del costo a consuntivo; se l’autore si impegnasse un po’ di più per aiutare il produttore a risparmiare quella somma; se anche il produttore facesse un po’ meno il proprio interesse, affrancandosi dall’ipotesi di insuccesso se il suo prossimo film non verrà prodotto al doppio del budget di questo; se il distributore, appunto, si affogasse un po’ di meno con la fobia di riempire 750 sale (750!!!) e di coprire più mercati possibile; se noi andassimo a vedere più “tipi” di film e se le troupe fossero – per legge – non superiori a 40 unità (e vi assicuro che una troupe di 25 persone “qualificate” è sufficiente per realizzare un’opera d’arte), cosa accadrebbe? Io credo che accadrebbe che i vari Procacci, De Sica, Ale e Franz, Salemme, Vanzina ecc. esploderebbero di paura, angoscia e timore che l’immenso campo, che con la collaborazione di tutti noi si sono trovati ad occupare completamente, possa iniziare a rimpicciolirsi. Credetemi, è solo questione di paura e di soldi.

Una esperienza su tutte.

Ho scritto il mio secondo film per il quale, questa volta, ho voluto riferirmi ad una produzione nazionale.

Ė stato chiesto il fondo di garanzia allo Stato italiano nella sessione di settembre 2006; il Ministero non ha dato i fondi per la produzione ma ha dato il riconoscimento di “film di interesse nazionale culturale” ed i fondi per la distribuzione; che senso ha non dare fondi ad un film che è considerato addirittura di “interesse nazionale”? Cosa mi si vuole dire?

Contemporaneamente abbiamo chiesto una coproduzione ad un produttore norvegese, in quanto la storia è ambientata in parte in Norvegia; il produttore norvegese avendo solo letto il trattamento in inglese, e dunque non avendo letto neanche la sceneggiatura, dopo “3 giorni” ha firmato un contratto di coproduzione al 20%.

Ora, ci troviamo ad avere il 20% del budget da parte di una nazione che non sa nulla di me e neanche un euro dalla nazione dove sono nato e dove il film è ambientato al 90%; questa nazione, però, mi dice che il film, se riuscirò a farlo con le mie forze, secondo lei sarà interessante.

Sembra tutto molto strano.

Sintetizzo alcuni punti su cui riflettere:

Con i presupposti di cui sopra, come può un giovane autore trovare uno spazio sufficiente a rendere “semplicemente” visibile il suo lavoro?

Rinunciando a lottare contro i muri di gomma, politicamente costruiti, economicamente sostenuti dallo stato, in attesa di andarsene tutti in un’altra nazione e accettando di ritirarsi nel “fantastico mondo del cinema indipendente” (mondo VERAMENTE fantastico, popolato di persone disposte a rinunciare a tutto ma non alle loro idee; persone che intendono il cinema come impegno, impegno artistico, altrimenti non sarebbero disposte a “giocare” con il proprio tempo e con i propri soldi); accettando, dunque, di agire all’interno di questo mondo, come mai non è possibile, per lo stato italiano, aiutare perlomeno la vita delle decine e decine di film faticosamente prodotti, mettendo a disposizione dei fondi (magari ottenuti distribuendo qualche centinaio di copie in meno di quei film ossessivamente serializzati)?

Ė uscito in un numero giusto di sale (non 750) Il grande capo di Lars Von Trier: l’ho visto, i miei amici l’hanno visto e – mi rivolgo alla zona cerebrale terrorizzata di uno come Veronesi (che evidentemente non esce se non in migliaia di sale)- “Pensa! l’ha visto anche un mio amico a Trapani”!

A me non basta più sentirmi dire che “alcuni” ce la fanno: mi sono stancato di sentirmi obbligato a fare MOLTO di più del dovuto e di sentirmi vittima di un terremoto per cui, sotto le macerie, mi devo rilassare pensando che se mi farò coraggio con tutte le mie forze, se avrò molta fortuna, se pazienterò due anni, se intanto cercherò di trasformare in acqua la polvere intorno a me, e se, infine, sarò in grado di rilassarmi pensando che il ferro che ho piantato nella gola, in realtà, è l’ultimo sacrificio, ecco: se farò tutto questo, ancora fra un anno sarò salvo.

Ė solo un problema politico: la questione è che pochi (generalmente i meno dotati) hanno tutto a svantaggio di molti.

Non lasciamoci però convincere che i mezzi che usano i nostri Ministri della Cultura, la maggior parte dei produttori potenti, quelli “attenti ai voleri del pubblico”, quelli che conoscono la persona “giusta”, siano da imitare: stiamo parlando di raccomandazioni, soldi da pagare in mazzette, raggiri, illusioni per temporeggiare, bugie, furti e molli ammiccamenti.

 

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