Gentile dottor Santoro,
sento con urgenza il bisogno di scriverLe questa lettera. Un bisogno per me conosciuto e scandito dalle mie origini e dalle esperienze di questi anni. Quindici anni fa, quando avevo circa  16 anni facevo parte dell’Associazione studenti napoletani contro la camorra e fummo invitati da Lei in trasmissione, a Samarcanda. Sono napoletana, di Ponticelli, ma non vivo più a Napoli. Ora vivo a Roma e lavoro come montatrice free lance. La mia famiglia invece vive a Napoli. Ovviamente, il mio scopo non è parlare di me. Uso questa lettera per esprimere la mia rabbia. La stessa di 15 anni fa, arricchita dalle esperienze di questi ultimi anni e costernata ancora di fronte alla realtà napoletana che mi sembra essere sempre la stessa. Faccio parte ora di Schermaglie.it. Abbiamo deciso di dedicare questa copertina a Napoli, siamo partiti dal cinema e dalle rappresentazioni perché crediamo che la realtà si possa spiegare anche attraverso l’occhio di chi scrive e racconta in qualsiasi forma gli aspetti del nostro tempo. Uno di questi è Napoli, Gomorra, come la descrive Saviano. E’ molto difficile per me scriverLe questa lettera, non vuole essere un resoconto sull’attuale situazione, ne’ uno sfogo personale. Io non conosco le  ricette per salvare la mia città, ma posso manifestare gli strumenti che hanno formato me e molti dei miei conoscenti. Napoli è sicuramente una fogna. Non condivido le parole di Calderoli e lo spirito con cui le ha pronunciate, ma guardando alla città-di-camorra viene proprio da dire questo. C’è una forza che pare spingerci sempre verso il basso. Cresci in quartieri dove devi sempre stare attento a ciò che può succedere a te o alle persone che conosci. Vai a scuola, ma la cultura scolastica non aiuta a evadere dal contesto in cui si vive. Molti boss sono anche laureati. Il lavoro di studente che svolgi ti serve per acquisire titoli, non sempre conoscenza. Le coscienze non riescono a formarsi perché non ci sono sbocchi culturali con cui confrontarsi. Ci sono molte università a Napoli, tra le più importanti d’Europa, ma i cinema, per esempio, non esistono in periferia. Qualsiasi cosa si voglia fare bisogna andare in centro oppure spostarsi per molti chilometri. Come fanno le nuove generazioni a formarsi? Come fanno a comprendere la cultura e in particolare la cultura della legalità?Non mi interessa parlare della Napolibene, fatta come in ogni altra città, lì ci sono mille altre possibilità. Credo che solo in quell’ambito la camorra sia una scelta. Io parlo di tutti i quartieri descritti anche da Saviano, la periferia e la provincia. Sin da piccoli ci si abitua a spazi devastati e deturpati. Non c’è verde, non ci sono cortili sicuri in cui giocare. Ti abitui a guardare intorno a te il grigio, cumuli di case costruite come e dove si poteva, senza nessuna linea che rappresenti forme d’armonia. E poi c’è la mondezza. Ovunque. Mancano luoghi di ritrovo per ragazzi, biblioteche, cinema, teatri, circoli, luoghi in cui si possa coltivare una società migliore. Quand’ero bambina, durante gli anni Ottanta, ho assistito a tre omicidi e due gambizzazioni, più svariate rapine. E non vivevo in mezzo alla strada, mia madre mi rimproverava se stavo troppo tempo fuori. E’ successo per caso. I due gambizzati sono padre e figlio e vivono accanto a casa mia, sono persone che conosco da sempre, il figlio ha circa la mia età, siamo usciti spesso insieme… e non sono camorristi. Uno dei morti, invece era padre di un mio compagno di classe alle scuole medie. Ricordo benissimo quella sera: lo sentii arrivare e urlare il suo dolore quando vide il padre a terra davanti a me. Era un ragazzino, il padre era uno che aveva sbagliato, aveva provato a entrare nel “Sistema”, ma qualcosa era andato storto. La camorra ti respira accanto come il coniuge nel letto. La cultura e l’informazione ti danno la possibilità di riconoscerla e di limitarla negli atteggiamenti del quotidiano, ma se devi pensare a come sopravvivere, come avviene nella maggioranza dei casi, allora cominci con i compromessi…Sia chiaro: io non do attenuanti a chi sceglie anche in modo marginale di far parte del “Sistema”, ma mi rivolgo a chi dovrebbe aiutarci. Sono passati 15 anni dalla sua trasmissione: non è cambiato niente. Ci sono sempre le stesse ricette. Lo Stato è insufficiente per sua volontà, perché con la camorra finora c’ha fatto affari. Lo Stato, i servizi segreti, le forze dell’ordine sanno chi è che agisce e come agisce. La mia domanda è: cos’è che li ferma? Mi vengono in mente solo i soldi. Bloccare la camorra vuol dire bloccare molti meccanismi capitalistici ed economici italiani. Come Saviano descrive meglio di me in Gomorra, gran parte dell’economia italiana sarebbe annientata se si fermasse la camorra. Toccherebbe mettere le carte in regola, soprattutto con i cittadini e con i lavoratori. E non riguarda solo il Sud. La camorra è un fenomeno che fa divertire anche il nord Italia (tanto per rispondere a quel pallone gonfiato di Calderoli). Il “Sistema” ha utilizzato il capitalismo, esercita la sua morsa proprio nella forza del liberalismo. La regola del profitto estesa a commerci leciti e illeciti. E le istituzioni? Chi marcia insieme al popolo napoletano asfissiato, disoccupato, umiliato? Chi? La magistratura? Siamo d’accordo e poi?L’impressione che ho è che si voglia abbattere un mostro sparandogli delle puntine. Le puntine dello Stato al “Sistema” fanno il solletico. Ci sono compromessi e contraddizioni. Io non fumo spinelli e non faccio uso di droghe. Sa perché?Per lo stesso motivo per cui non compravo le sigarette di contrabbando. Perché non voglio dare soldi alla camorra. Questa è una delle contraddizioni impressionanti: alzare la quantità di spinelli che si legalizzano per uso personale vuol dire ammettere che c’è un traffico di droghe. Legalizzarlo. Non credo che tutti abbiano la possibilità di coltivare droga sul balcone. Sia chiaro: sono tutt’altro che di destra, sono “mancina” comunista, ma quando osservo certe cose mi sento presa in giro. Quante persone oneste, anche politici, fanno uso di droghe leggere?E da dove si pensa che vengano quelle canne? Quelle strisce di cocaina? Siamo tutti pronti a sdegnarci per la camorra, poi il giorno dopo ci si accende una canna a cena con amici o si sniffa o altro… Non è moralismo. Io non sono bacchettona. Anche io ho fumato spinelli, ma un giorno ho fatto questa considerazione e mi sono sentita un’idiota. Non ci sono parti buone nella camorra. Quando si acquista uno spinello o si pensa di aver fatto un affare a comprare merce rubata, si sta contribuendo al potere della camorra. Si diventa complici anche se si è politici o gente onesta o impegnata in prima linea. Bisogna riflettere sul viaggio compiuto dall’innocente spinello che stiamo fumando o dal capo esclusivo che stiamo indossando o dal computer strafico su cui passiamo il tempo. Finché la camorra avrà il suo esercito non ci sarà speranza. Roma è lontana da Napoli. Non serve polizia. Serve cultura, serve fiducia, serve lavoro. Le cose non possono cambiare subito. A mio avviso, condivido Saviano, le nuove generazioni sono già perse. Bisogna ricominciare dai bambini. Napoli è una città piena zeppa di brave persone, ma noi non abbiamo un esercito, non sappiamo come farci sentire. Subiamo, facciamo fiaccolate, manifestazioni. Qualcuno ci rimette la vita stessa. E siamo sempre lì, stretti tra due morse: la camorra che spinge prepotentemente per contaminare le nostre vite, e lo Stato che dice di esserci ma non fa niente. Il miraggio di u
n’oasi nel deserto. Mio padre aveva un negozio di alimentari, l’abbiamo chiuso di recente. Abbiamo subìto diversi furti. L’hanno svuotato due volte, la prima volta era quasi Natale, l’ho visto io per prima, era pieno di piscio e sputi. Il giorno dopo qualcuno venne a chiederci di ricomprare la nostra merce a prezzi vantaggiosi. Mio padre si rifiutò. Abbiamo saputo che gli altri commercianti della zona l’avevano acquistata. Abbiamo chiuso per questo motivo, banalmente, concorrenza sleale. Mio padre ha la pensione minima, mia madre ha 54 anni e sta cercando lavoro. Le hanno proposto il solito lavoro in fabbrica a 500 euro al mese in nero per non si sa quante ore. Ma potrei raccontare ancora molte altre storie di tanta altra gente,  ben più tristi di questa. Nonostante tutto siamo una famiglia felice e ridiamo ancora. Io sono diventata montatrice a Roma, i miei fratelli sono laureati e miracolosamente lavorano. Siamo quattro fratelli, solo uno è disoccupato perché ha scelto la ricerca, per quella, ahimè, non c’è miracolo che tenga. I salari degli altri due sono molto bassi,ma almeno ci sono e sono legali. A noi ci hanno salvato la cultura e la fede. Insieme al popolo degli intellettuali c’è anche quello dei cristiani che resiste. Non siamo diversi da tante famiglie. Non vogliamo essere l’esempio. Vorrei solo affermare che chi vuole può farcela, può evitare i compromessi, può scegliere la cultura, la legalità e a conoscenza come fonte di felicità. E’ una scelta più faticosa certo, più coraggiosa, ma le istituzioni devono spingere nel ravvivare la forza di chi vuole farcela, di chi sceglie l’alternativa alla camorra intesa anche come stratagemma di sopravvivenza. Ringrazio Roberto Saviano e tutti i giornalisti che come lui spendono un’intera vita per far aprire gli occhi. Ringrazio tutti coloro che si impegnano ad essere “Profeti” in una “patria” infame come la nostra. Tra le tante cose che non sono cambiate in questi 15 anni, di una sono contenta: che ci sia ancora Lei, dopo un po’ d’oscuramento, e il lavoro di tutta la Sua redazione, che rappresentate ancora qualcuno a cui rivolgersi.

Grazie della Sua attenzione.

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