Home Forum Discussioni sul cinema CAMILLE CLAUDEL TRA STORIA, PSICOLOGIA E SIMBOLI

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Questo argomento contiene 5 risposte, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  redazione 11 mesi fa.

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  • #9710 Risposta

    serena

    non posso smettere di pensare alla condizione che Dumont pone come oggettiva ed estrema di Camille Claudel : la sua detenzione. (che paragono a moltissime altre situazioni anche di attualità)
    quindi per lei una posizione di isolamento, contraria al suo volere, limitata totalmente nella sua libertà.
    Mi chiedo allora se esistano e quali siano le risorse che si mettono in campo per resistere ad una dominazione totale, se esiste cioè qualcosa di irragiungibile, di inviolabile all’interno dell’essere umano che possa scampare al potere coercitivo. O in altre parole forse a quali condizioni si può ancora parlare (che era ciò che pensavo quando tentavo di dire che alla fine lei non si emancipa li dentro, smette di creare)

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  • #9711 Risposta

    enzo

    Io penso che la condizione dell’artista, conscio del proprio essere ipersensibile e consapevole della propria fragilità e al contempo della propria forza, condizione indubbiamente ancorata ad un sé profondamente e ineluttabilmente narcisistico, sia uno dei due temi portanti del film, l’altro quello della condizione femminile e della lotta per l’emancipazione.
    Camille è profondamente donna, evoluta, bella, e vuole essere emancipata e riconosciuta per le sue capacità artistiche e per le sue peculiarità femminili.
    Lo scontro con Rodin, fatto passare dal fratello come condizione di sconforto passionale nasconde ben altri scontri che sicuramente hanno contribuito a crearle ostilità fino a riconoscerla come potenzialmente pericolosa per le istituzioni, fino a costringerla ad assumere posizioni di chiusura estrema per poterla segregare e privare della libertà. Da qui il suo drammatico isolamento dall’altro, la sua battaglia contro “tutta” l’umanità

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  • #9899 Risposta

    redazione
    Amministratore del forum

    CHIARA LENZI – nella scena del teatro è come se Camille si vedesse allo specchio guardando la ragazza sedotta da Don Giovanni… Don Giovanni come Rodin? Nelle scene prima sia il medico ricorda la fine di questo amore avvenuto 20 anni prima sia il fratello fa riferimento all’aborto? Infanticidio?

    Anche lei sedotta dalle promesse dell’uomo seduttore… Sul viso era come rivivere una sua storia, una sua verità… e come poi prendere coscienza che anche lei è condannata come quella donna che sta sul palco, alla sofferenza, alla solitudine della malattia, alla clausura…

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  • #9900 Risposta

    redazione
    Amministratore del forum

    ENZO sì la scena della rappresentazione del Don Giovanni, resa in quel modo grottesco, ma perfettamente vero, e la reazione di Camille di sarcasmo e divertimento, inizialmente, ma che la fa poi precipitare in una crisi di disperazione, sia forse la più bella di tutto il film e forse quella che ne fornisca una delle chiavi d’interpretazione. Interessante la notazione di Serena che attribuisce all’improvviso accorgersi da parte di Camille di non poter in alcun modo recitare una parte non autentica, nella consapevolezza di essere una vera artista, e con questo leggere manifestamente, senza appello, la sua condanna. Da qui la disperazione e il pianto.

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  • #9901 Risposta

    redazione
    Amministratore del forum

    FABRIZIO – A me ha colpito rivedendola la scena in cui Camille/Juliette osserva recitare gli altro degenti del manicomio e le viene quella risata tra il sarcastico e lo sprezzante come nei confronti di qualcosa che inizialmente ci provoca rifiuto o non comprensione oppure,in atteggiamento più borghese, pietismo e senso del patetico…poi però Juliette esplode in un pianto disperato e senza fiato,e credo che questo dipenda dal contatto con quella autenticità e spontaneità a cui lei, “professionista”, non potrà mai accedere senza inibizioni o censure rispetto al senso del ridicolo e del grottesco. Fabr.

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  • #9902 Risposta

    redazione
    Amministratore del forum

    ALESSIA – Penso che il film sia partito da una condizione specifica, e molto politica, per parlarci, più in generale, della difficoltà di entrare in relazione con l’altro. Qui l’altro per me è quello che il pensiero razionale chiama il minorato, il malato mentale, il degente quando si parla il linguaggio “democratico” della medicalizzazione. In questo senso anche Camille, che è stata rifiutata dalla morale, dalla sessualità e dalla religione dominanti, non riesce a non rifiutare, a sua volta, e anche come altra sovrastruttura, ossia l’arte, i cosiddetti malati mentali. È il volto dell’altro, l’altro radicale come quello di chi non ha sovrastrutture e ideologie né, di più, una soggettività fondata sulla coscienza, che ci restituisce tutta l’impossibilità di comprenderlo secondo categorie e pre-giudizi. E poi anche il sacro come volto nudo che ci restituisce tutta la fragilità e l’interdizione alla violenza (come anche in Bergman e Bresson e Dreyer). Il martirio (ma non in parte consolatorio come in Dreyer) è l’ennesima sublimazione con cui rifiutare la differenza, ossia rifiutare l’irriducibilità tutta umana dell’altro che, diversamente, annullerebbe la nostra narcisistica aspirazione-difesa verso l'”assoluto” che non fa altro che riprodurre l’onnipotenza (impotenza) dell’unicita’.
    Bergman parlava del volto come silenzio di Dio, cioè, forse, come accettazione umana, non soltanto razionale, dei limiti, del dolore, della vita che grida nonostante tutto è che ha necessità di una muta, di una moltitudine, che la possa ascoltare e aiutare a far divenire altro, di più, da sé, dal sé ferito, dal sé narcisistico, dal sé solo

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