di Stefania Bonelli/ Dogman di Matteo Garrone è un viaggio nella coscienza. Fin dalle primi immagini ci prende per mano e ci conduce verso i primordi del mondo, quando la terra era fatta di acqua e silenzio, in quel miscuglio indistinto dove tutto era vita ma anche morte. I suoi film accompagnano lo spettatore in un territorio in cui l’apparente immobilità non ha nulla a che fare con la pace bensì con una forza implacabile che cova in ogni uomo, persino il più illuminato e consapevole di sé. E questo viaggio, con sfumature diverse, lo si intraprende in ogni suo film. Gli bastano pochi elementi, la maestria dei suoi attori, una scenografia fuori dal tempo e dallo spazio che ci immerge in un’atmosfera di straniamento, pochi dialoghi, inquadrature di lungo respiro quasi a cercare di carpire l’indefinibile. Garrone procede nella sua narrazione per sottrazione e getta lo spettatore nei meandri delle innumerevoli e possibili interpretazioni. L’animo umano e i suoi lati oscuri, la relazione vittima –carnefice e quella di amore e dipendenza, le ossessioni, sono i suoi temi ricorrenti (da L’imbalsamatore a Primo amore a Reality e a Il racconto dei racconti). Il degrado sociale è un luogo dell’anima. Nei suoi film si scende giù, fino alle periferie della coscienza, per cercare risposte impossibili.

La vicenda del Canaro, un delitto di cronaca nella Roma degli anni Ottanta, è solo un pretesto. Dogman è immerso in un’atmosfera plumbea, perennemente avvolta da pioggia, nebbia e da toni terrigni. Siamo in un territorio misterioso molto simile al sogno dove la consapevolezza di essere preda dell’incredibile è sempre lì lì sulla soglia. E ci tiene incollati alla poltrona.

Dogman è Marcello (Marcello Fonte, Palma d’Oro a Cannes 2018 per questa sua interpretazione), un omino mite e insignificante che vive in una sorta di deserto periferico simile al far west, dove la legge del più forte è superiore a quella di diritto. E’ proprietario di una toletta per cani che accudisce con dedizione e pazienza in un tempo e uno spazio indecifrabili. Sembra del tutto incapace di rancore, rabbia e violenza. I cani di cui si occupa sono animali addomesticati che lui chiama continuamente “Amore”, amici dell’uomo ma potenziali assassini, come chiunque. Vive separato dalla moglie con un unico grande amore, quello per la figlioletta Alida di otto anni. E’ un personaggio semplice ma complesso, la mdp spesso gli si avvicina in primi piani per poi allontanarsene, nel tentativo di svelare gli ombrosi lati. Senza mai riuscirci fino in fondo. Ma si intuiscono i contorni sfumati di un animo evoluto, nonostante le apparenze. Simoncino, il suo amico/persecutore, è invece un essere primitivo. Si muove in base ai bisogni elementari di stimolo-risposta, incapace di una relazione al di fuori della sua “pancia” –  persino l’abbraccio con la madre ha un secondo fine. Proprio per questo più semplice e prevedibile. Marcello lo ammira e lo teme, cerca di domarlo, come fa con il pitbull della scena iniziale che gli ringhia contro rabbiosamente. Da subito si mostra apparentemente quello più fragile, che non sa dire di no alle numerose prepotenze, è attratto e incapace di negarsi alle richieste di Simoncino.  Si muove assecondando le proprie debolezze ma chissà forse anche con una propria morale. O nessuna.

Nel suo procedere la narrazione ci pone di fronte all’ambiguità del suo rapporto con Simone, verso il quale nutre un miscuglio di sentimenti contraddittori in cui a turno uno prevale sull’altro. Mai del tutto convinto di ciò che sente e di chi è.  Non c’è nessuna tesi da mettere a tema, ma un crescendo di eventi che possono evolvere in qualsiasi direzione. Persino l’assassinio finale sembra più un atto di autodifesa che una lucida e premeditata vendetta.

Ed è qui la bellezza del film, nel dar voce all’indefinibile, alle contraddizioni e alla complessità delle relazioni senza nulla presumere, le immagini che indugiano sugli sguardi di Marcello riecheggiano in una continua ricerca di significati.

E Garrone è abilissimo nell’inoltrarsi in quella terra di mezzo che è appunto l’ambivalenza dell’essere umano, indagando con un interlocutorio, implacabile ma pietoso sguardo le maschere della vita.

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