Di Edoardo Zaccagnini /Si chiama Don Johnston, e continua a fissare, in tv, una vecchia pellicola del Don Giovanni. Ha il viso plastilino di Bill Murray e tutta l’aria di non essere felice. Si muove poco e lentamente, fino a raggiungere una posizione di fetale rinuncia.

Una specie di ultima fidanzata gli urla: “Me ne vado, Don: ti lascio!”, ma nemmeno questo lo riconsegna a se stesso: il suo sguardo è ancora assente, irreversibilmente annoiato. Nel suo vuoto interiore, in quel senso di inquieta, trattenuta incompiutezza, iniziamo a riconoscere Jarmusch, e tutti gli stati di precarietà, marginalità ed estraneità alla società ufficiale che caratterizzano il suo cinema. Aspettiamo impazienti il salto verso l’altra faccia del suo mestiere: quella di un road movie urbano, costruito su una ricercata colonna musicale e su un raffinato gusto per l’ironia. Di un cinema più da vedere che da ascoltare, teso a dipingere un individualismo antieroico ed esistenzialista che lotta con la solitudine e l’alienazione. Un pizzico di pazienza e il viaggio ha inizio. Il pretesto lo fornisce un biglietto anonimo che dice di un presunto figlio diciannovenne, partito non si sa da dove, alla ricerca del padre mai conosciuto. Eppur, e finalmente, inizia a muoversi qualcosa dentro Don. Parte l’analisi di un dongiovannismo lacerante, si accende il viaggio alla ricerca di un uomo perduto in un silenzio stracolmo di pensieri. Ecco l’auto in moto, i paesaggi che passano e si danno il cambio, le note dolci e malinconiche che li accompagnano. Ecco l’umorismo sottile che fa crescere una flebile, quasi rassegnata speranza. Ad una ad una compaiono le donne di una vita. Lontanissime tra loro, per carattere e posizione sociale, esse esprimono una personale non indifferenza verso il protagonista. Lui le guarda, pranza con loro, con una di queste passa la notte, e dal fidanzato dell’ultima rimedia un pugno in pieno volto. In realtà è distante anni luce. Di sé non parla, non racconta e non fa nemmeno domande precise. Il suo personaggio rimane racchiuso in una invincibile incomunicabilità e il tentativo di penetrare in un mondo che avverte come estraneo e ostile, si risolve nell’ennesimo pensiero assorto verso un orizzonte reso invisibile dall’architettura provinciale e anonima che lo circonda. Il film è tutto nel protagonista, perché i deliziosi ritratti femminili, che l’autore costruisce insieme a donne di stazza come Jessica Lange e Sharon Stone, sono frammenti autonomi, corti di pittura e geniale prosa cinematografica. Ogni evento è filtrato attraverso Don/Murray: la realtà stessa non è definibile se non in relazione alla sua coscienza. La storia è nella sua testa, vissuta come in un sogno, e del sogno ha la stessa precaria frammentarietà. Prevale l’impossibilità della comprensione, fallisce l’estremo tentativo di recuperare le radici e le origini di una personalità in immobile crisi. Il mito del viaggio catartico, così importante nella realizzazione del sogno americano, crolla di nuovo e si trasforma in una sorta di incubo claustrofobico. In un’aura di cinema finto evanescente Jarmusch piazza il suo ennesimo personaggio schiacciato e sconfitto. Nasconde con una malinconica leggerezza l’amara presa di coscienza della vita e il fastidioso senso della fine.

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