di Simone Rossi/Il pieno e il vuoto.Blow-up torna scintillante al cinema, restaurato, in un bagno di colori vivi e seducenti come le donne monodimensionali che Thomas massacra di scatti e per le quali ha la stessa passione lontana e asettica di un entomologo. Blow-up è un pezzo di bellezza vuota però, che sfavilla di immagini patinate e avanguardiste, per mettere a fuoco l’invisibile purezza del niente. O del non visto. E poca differenza fa, in effetti, perché riuscire a cogliere il lampo fuori tempo massimo equivale a guardare il passato, verso il quale, o contro il quale possiamo al massimo congetturare.

Blow-up ha in sé, ma elevato a potenza, l’intera idea visiva e cinematografica di Antonioni; la porta a compimento, ne sublima il significato dandole addirittura ritmo e durata. Nel suo cinema, è la pienezza dell’assenza a contare. Una pienezza che può essere fisica o mentale, o, naturalmente, entrambe le cose insieme. Con “Il grido” (1957), e quindi fin dagli albori, è una questione di spazi: Aldo cerca un posto in cui posare, finalmente e definitivamente, le proprie membra, ma non esiste una casa, né una donna, né una vita possibile, ci sono soltanto i territori solitari che raccordano le sue illusioni: quella strada che batte, avanti e indietro – dal paese al di-fuori; dal di-fuori al paese – in preda ad un allucinatorio stato di semi-coscienza. “L’avventura” (1960) è la storia di una donna invisibile, Anna; più precisamente la storia di quelli che “orbitano attorno alla donna invisibile”: assurdamente è il proprio non esserci a modellare le scelte di quelli che ci sono, a guidarle ‘demiurgicamente’ verso un destino piuttosto che un altro, verso un amore/una passione piuttosto che un’altra. E la città de “La notte” (1961) non è forse il non-luogo più opprimente della Terra? Vetrate senza volto e sterrati di vite fuggite chissà dove. La villa dell’industriale Gherardini non è forse una cattedrale nel deserto? Il brulicante movimento che essa contiene è assolutamente privo di sostanza: le possibilità sono solo altrove: o in teche di vetro trasparente (è lì che Valentina appare) e a tenuta stagna o appunto fuori (nella città che si è lasciata alle spalle e che oscuramente invia messaggi di morti fraterne; nei boschi, dove si ha il tempo di provare a ricominciare).

Blow-up, ecco. Il dettaglio al centro della scena, futura fortuna del filone argentiano che innesterà l’ossessione psicanalitica del cineasta romano nello spunto offerto dalla frattura tra ciò che si vede e ciò che si percepisce. Ma mentre per Dario lo scioglimento consisterà nel mettere a fuoco la visione; per Michelangelo è la visione mancata a dare sostanza. Antonioni dichiara di vedere e non di capire, e trova nelle sue assenze i significati.

Thomas non vuole la verità; è molto più attratto dai suoi vagheggiamenti. Thomas non è un investigatore, ma un semplice osservatore. Guardare una finta partita di tennis fino a sentire la (finta) pallina che schiocca contro la (finta) racchetta; rintracciarne la (finta) traiettoria, alta, oltre la (vera) recinzione, e correre a recuperarla in mezzo a fitti (veri) steli d’erba. Rilanciarla in fretta agli astanti per continuare a “guardare” l’ipnotico e assurdo debordante nulla.

 

 

 

 

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