Certamente questa 69esima edizione della Berlinale é stata importante e memorabile soprattutto perché segna un momento di passaggio, di rinnovamento e forse di rottura con tutta un’epoca, l’era Kosslick (2002- 2019) che, nonostante le voci critiche che hanno accompagnato in particolar modo gli ultimi anni del festival, ha innegabilmente fatto della Berlinale quello che è oggi: un grande evento internazionale con un vasto ed importantissimo mercato. Senza alcun dubbio l’espansione continua della Berlinale in tutte le direzioni ha finito per condurre impercettibilmente prima, ma molto più nettamente in seguito, ad un gigantismo di cui spesso non si riusciva più a comprendere la vera ragione d’essere. La moltiplicazione delle sezioni e il numero sempre più ingente di film selezionati hanno piano piano condotto ad una situazione paradossale; l’invisibilità fattuale di quelle stesse opere che si volevano presentare e mettere in luce . Oltre alla questione della quantità la critica ha spesso puntato il dito anche su delle questioni ancora più essenziali come quella dell’orientamento e dell’identità della programmazione stessa.

Cercando di operare un’impossibile quadratura del cerchio, tentando in altre parole di conciliare le esigenze del tappeto rosso, le pressioni dell’industria cinematografica tedesca e il desiderio di invitare delle star internazionali da un lato con la presenza in concorso di opere prime, spesso fragili, e l’impegno costante di farsi specchio e sostenitore engagé delle questioni sociali e politiche d’attualità dall’altro, la programmazione del festival non è sempre riuscita a convincere per la coerenza delle sue scelte estetiche.

La Berlinale necessita un rinnovamento; questo compito complesso e certamente molto arduo domanderà ai due nuovi direttori in carico: Mariette Rissenbeek e Carlo Chatrian, una visione molto chiara, pragmatica ma anche ispirata sul nuovo volto da dare alla manifestazione. Diretti finora entrambi dal solo Kosslick i due versanti del festival, quello operativo e quello più prettamente artistico, saranno d’ora in avanti rispettivamente rimessi nelle mani di Mariette Rissenbeek che si occuperà della parte istituzionale e organizzativa e di Carlo Chatrian che si prenderà cura della programmazione.

Detto questo bisogna ribadire che senza l’indefesso lavoro, l’energia e l’entusiasmo di Dieter Kosslick la Berlinale come la conosciamo oggi non sarebbe esistita. Inoltre Kosslik è sempre stato un direttore popolare, molto amato dal pubblico; ne abbiamo avuto un’ulteriore prova in occasione della cerimonia di chiusura del festival, momento ufficiale della trasmissione delle sue funzione ai due futuri direttori. La standing ovation del pubblico è stata lunghissima e molto calorosa e l’emozione in sala intensa e sincera.

Sabato 16 febbraio il Berlinale Palast si è tradizionalmente parato a festa per accogliere l’annuncio dell’attesissimo Palmarés; quest’anno purtroppo la prima notizia data al pubblico è stata quella della morte di Bruno Ganz, avvenuta il giorno stesso. Una forte ondata di commozione ha percorso tutta la sala che si è messa in piedi per rendere un ultimo omaggio al grande artista.

Juliette Binoche, presidente della giuria internazionale di quest’anno, e i suoi colleghi hanno dovuto affrontare il compito assai complesso di comporre un Palmarés equo e convincente di fronte ad una selezione alquanto sbilanciata e privata, quasi all’ultimo momento, di uno dei film in competizione, One second di Zhang Yimou, ritirato quasi senza preavviso dai suoi produttori molto verosimilmente per dei motivi legati alla censura cinese. Nella selezione di quest’anno una buona metà dei film in concorso si è rivelata infatti deludente, fra quelli rimasti in lizza da un lato si sono schierate le pellicole conformi ad una concezione convenzionale del cinema rispettosa della linearità narrativa, dall’altro quelle che rappresentano una visione autoriale tesa verso una ricerca formale al di là dei sentieri battuti. In questo contesto la scelta dei film da premiare è diventata un vero e proprio atto di equilibrismo.

Se Mr Jones di Agneska Holland, Elisa y Marcela di Isabelle Coixet et The ground beneath my feet dell’austriaca Marie Kreutzer, opere manieriste e stereotipate, non hanno saputo convincere ne il pubblico, ne la critica, The golden glove, l’ultimo film molto atteso di Fatih Akin dedicato alla figura sordida di Fritz Honka, famoso serial killer nell’Amburgo degli anni 70, ha decisamente creato la controversia.Nonostante una messa in scena radicale, conforme alla volontà di descrivere con un iperrealismo spietato e brutale il suo protagonista e l’ambiente che lo circonda, il film ha urtato oltremodo la sensibilità degli spettatori causando un rigetto generalizzato.Neanche Repertoires des villes disparues di Denis Coté, film melancolico a cavallo fra il reale e l’immaginario, ambientato in una comunità rurale canadese, non è arrivato a convincere pienamente, forse perché mancava di quell’incisività che caratterizza le migliori riuscite del regista.

God Exists, Her Name is Petrunya di Teona Strugar Mitevska, un’opera prima proveniente dalla macedonia, è stata invece una piacevole sorpresa. Storia di emancipazione femminista, farcita di dialoghi al vetriolo e di una comicità tagliente, Petrunia ci svela, sul filo di una sceneggiatura finemente cesellata, le profonde contraddizioni della società macedone dove, soffocata dal machismo, una giovane donna è decisa a rivendicare tenacemente i suoi diritti e a difendere la sua dignità. La giovane attrice Zorica Nusheva, che dà corpo ed anima al personaggio di Petrunia, avrebbe ampiamente meritato il premio della migliore interpretazione femminile ma è purtroppo partita a mani vuote.

La giuria ha deciso in questo senso di compiere un gesto ‘politico’ – Juliette Binoche ha peraltro espresso apertamente la sua indignazione per l’assenza del film di Zhang Yimou in competizione- attribuendo i premi d’interpretazione rispettivamente a Yong Mei e a Wang Jinchun, i due protagonisti di So long my son di Wang Xiaoshuai, l’unico film cinese in concorso.So long my son é un melodramma prolisso che ritraccia un trentennio di storia cinese attraverso le vicende di una coppia costretta brutalmente a disfarsi di un figlio per obbedire alle leggi demografiche in vigore durante la rivoluzione culturale. Pur partendo da una situazione vera e profondamente drammatica, il film s’ingolfa nei meandri di una vicenda esageratamente romanzata e finisce per perdere tutto il suo potenziale di denuncia in un’osservazione agro dolce del passato.

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