Ci sarà mai un paradiso per i dinosauri? si chiede Chris. La domanda sembra fuori luogo sulla bocca di un uomo che ha fatto dell’uccidere il proprio mestiere. Eppure, nel mondo di Martin McDonagh, dove l’assurdo e il tragico convivono, è forse la battuta più rivelatrice del film. Chris, agente della CIA gravemente malato, è interpretato da John Malkovich, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile. Dopo una carriera fatta di operazioni clandestine e violenza, Chris sembra aver sviluppato una sensibilità inattesa per il destino degli animali.

Il film è ambientato in Cile nel 1973, poco prima del golpe di Pinochet; Chris e Lee (Sam Rockwell), due agenti americani, lasciano Santiago e si dirigono verso Rapa Nui, l’Isola di Pasqua. Veterano di operazioni clandestine in Guatemala, Cuba, Congo e altrove, Chris sta pensando di scrivere le sue memorie. La CIA, però, non ha alcuna intenzione di lasciarlo fare. Mentre la sua memoria diventa sempre meno affidabile, quest’uomo che ha sempre vissuto nella segretezza più assoluta ha cominciato a parlare troppo e con chiunque. Ogni tanto scrive degli appunti a sé stesso per ricordare ciò che deve fare, ma spesso non ricorda più perché li abbia scritti, né per chi. Tra questi, un breve avvertimento: Non fidarti di Lee. Potrebbe riferirsi al suo collega Lee, all’agenzia o persino a sé stesso. Ciò che un tempo gli appariva certo diventa progressivamente fumoso, proprio mentre deve decidere cosa fare del tempo che gli resta. Malato di cancro in stadio terminale, Chris ha chiesto a Lee di ucciderlo quando i dolori dovessero diventare insopportabili. La richiesta cambia radicalmente il loro rapporto. In fin dei conti, Lee deve decidere se obbedire alla CIA o alla preghiera dell’uomo che per anni è stato il suo migliore amico e mentore.

Dopo decenni di violenza, Chris non uccide più le falene che entrano in casa: le cattura e le lascia libere. A volte mi preoccupo più delle falene del Cile che degli esseri umani del Cile, dice a bassa voce. La frase è divertente, ma è anche una confessione. Eppure, non bisogna illudersi: Chris non ha improvvisamente sviluppato degli scrupoli morali; la sua sensibilità rimane paradossale e selettiva. A Rapa Nui, di fronte ai cavalli selvaggi, questa sensibilità sembra accentuarsi. Gli animali continuano, ignari e placidi, la loro vita: non sanno nulla della CIA, di Allende o del golpe che di lì a poco colpirà il Paese. Anche i maestosi moai restano immobili, mentre intorno a loro Chris e Lee vociferano, si mentono a vicenda, minacciano e cercano di negoziare una soluzione. Di fronte a questo paesaggio e alla natura rigogliosa dell’isola, le loro preoccupazioni sembrano improvvisamente minuscole.

Ancora una volta, il film di McDonagh ruota attorno a due uomini che hanno imparato a vivere l’uno accanto all’altro, senza mai riuscire a parlarsi davvero. Come in In Bruges (2008) e The Banshees of Inisherin (2023), il loro rapporto è fatto di silenzi, tensioni e di un’intimità che fanno fatica ad ammettere. Qui, però, ad unirli è qualcosa di molto più oscuro: Lee ha imparato da Chris a uccidere, a obbedire e a sopravvivere. Ora, mentre Chris affronta il declino del proprio corpo, Lee non può più vederlo solo come un collega o un superiore; prova pena e comincia a prendersi cura di lui e a proteggerlo. Sam Rockwell interpreta con grande finezza le contraddizioni di Lee: l’irritazione nei confronti di un uomo che è stato il suo superiore per decenni e l’affetto profondo che nasce in lui quando i loro ruoli cominciano a invertirsi.

John Malkovich, dal canto suo, non cerca di rendere Chris simpatico o di attenuarne la follia. La sua arroganza e il suo cinismo rimangono intatti, anche quando la sua mente comincia a tradirlo e il corpo a cedere. Lascia che il personaggio riveli gradualmente la propria disgregazione: una frase lasciata a metà, un momento di esitazione, un gesto che non si compie come avrebbe voluto. Malkovich riesce così a tratteggiare con raffinatezza la figura di un uomo che pian piano non riconosce più nemmeno se stesso.

Il rapporto tra Chris e Lee è completato da un terzo personaggio, altrettanto eccentrico: MJ, il loro superiore morfinomane, interpretato con grinta da Steve Buscemi. Il suo evidente declino fisico e mentale, in netto contrasto con la posizione di potere che continua a ricoprire, accentua l’umorismo grottesco del film.

La violenza politica è ovunque in Wild Horse Nine, ma McDonagh evita di trattarla come in un dramma storico convenzionale. Gli omicidi, le operazioni di destabilizzazione e l’ingerenza americana in Cile passano attraverso la quotidianità degli agenti come normali procedure burocratiche. Chris parla delle atrocità che ha commesso in passato come se stesse raccontando il proprio curriculum professionale. Ed è proprio questo aspetto a rendere la commedia così cupa. Questi due uomini, un tempo protagonisti di eventi cruenti destinati a cambiare il corso della storia di interi Paesi, finiscono a Rapa Nui e si mettono a litigare sul significato di una parola, sull’importanza dei moai, chiacchierano di formaggio e di falene; al confronto con questa loro quotidianità insignificante, il peso di tutto ciò che hanno commesso diventa improvvisamente tangibile.

Il ritmo serrato della narrazione, i colori intensi e nostalgici della fotografia di Ben Davis e la colonna sonora di Carter Burwell creano un mondo esotico, giocoso e minaccioso al contempo, nel quale ritorna ironicamente Out of Time dei Rolling Stones, una canzone che sembra fatta apposta per i protagonisti di una storia sulla quale non hanno quasi più alcuna presa.

Rapa Nui potrebbe essere un paradiso, ma i due uomini portano con sé la violenza politica, i loro misfatti e il loro senso di colpa. Mentre il paesaggio si apre maestoso davanti ai loro occhi, il mondo di Chris diventa sempre più esiguo. I dinosauri sono scomparsi e Chris stesso si trova ormai alla fine di una vita costruita sul crimine e sul sopruso. McDonagh non gli offre l’assoluzione: Chris non riuscirà mai a provare per gli esseri umani ciò che prova per una falena o per un cavallo. Ma, mentre il mondo che ha costruito gli si restringe intorno, è costretto a confrontarsi con ciò che per tutta la vita ha cercato di dominare: la perdita.

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