PROMISED SKY di ERIGE SEHIRI
Promised Sky, secondo lungometraggio della regista franco-tunisina Edvige Sehiri, presentato a un Certain Regard, offre un ritratto corale di tre donne ivoriane che convivono a Tunisi.
Marie, pastore ed ex giornalista; Nanay, migrante senza documenti; e Jolie, studentessa, compartono il loro quotidiano in un legame fondato sulla fiducia e sul sostegno reciproco. Quando Kenza, una bambina di quattro anni sopravvissuta a un naufragio, irrompe improvvisamente nel loro mondo — portando con sé nuovi vincoli e sfide inattese — quest’equilibrio fragile ma vitale comincia ad incrinarsi.
Attraverso una mise en scène raffinata e una profonda sensibilità emotiva, Promised Sky ci offre un ritratto delicato ma intenso al contempo e profondamente umano di queste donne migranti. La narrazione procede per quadri impressionistici, rapidi ed incisivi, soffermandosi spesso sugli sguardi delle protagoniste e sui piccoli gesti della quotidianità, ricorrendo spesso all’ellissi e al non detto.
Osservando con empatia e precisione la vita di queste donne, Sehiri porta alla luce la dura realtà che si cela sotto la superficie di un’apparente integrazione. Ognuna di loro porta con sé ferite e speranze, ma e anche animata da una tenace volontà di resistere, in un Paese dove le politiche migratorie si fanno sempre più severe e dove molti percepiscono gli immigrati di colore provenienti dall’Africa subsahariana come una minaccia alla propria identità.
Con grazia, la regista ritrae tre donne profondamente diverse, unite dal desiderio di costruire una nuova vita, con dignità e perseveranza. Al centro del racconto, la presenza silenziosa ma straordinaria di Kenza, la bimba, incarna al tempo stesso la delicatezza e la resilienza all’interno di questa famiglia improvvisata. Marie guida questa fragile comunità con una forza pacata, nascondendo la propria vulnerabilità. Un tempo giornalista ed ora pastore in Tunisia, Maria lotta per tenere unita la comunità che si è venuta a creare intorno alla sua “Chiesa della Perseveranza” mentre affronta complessi dilemmi morali, in particolare riguardo alla piccola Kenza. Nanay è combattiva ed ingegnosa, lotta instancabilmente per ricongiungersi alla figlia nonostante sia in situazione irregolare; la sua determinazione fiera ed impetuosa alimenta gran parte dell’urgenza del film. Il percorso di Jolie è diverso da quello delle sue due compagne : giovane studentessa di ingegneria con uno status legale regolare, incarna la speranza di riscatto attraverso l’istruzione — finché le discriminazioni radicate nel sistema non infrangono anche quest’illusione. Il suo scetticismo nei confronti della fede di Marie accresce la tensione narrativa, mentre le aspettative familiari gravano pesantemente su di lei.
Nella sua esplorazione della psicologia dei personaggi e della complessità delle loro relazioni, la regista si affida a tre interpreti straordinarie. Aïssa Maïga offre un’interpretazione intensa nel ruolo di Marie, Laetitia Ky dà vita a una Jolie misurata e convincente, ma è la potente prova di Debora Christelle Lobe nei panni di Nanay a imporsi come vera rivelazione.
Visivamente suggestivo, il film si sviluppa attraverso una luminosa tavolozza di blu e verdi. La direttrice della fotografia Frida Marzouk inquadra con delicatezza i volti delle protagoniste, restituendoli spesso come ritratti viventi stagliati contro un cielo terso e radioso. I dialoghi sono cesellati con cura — le parole sono essenziali, i silenzi eloquenti — mentre la mise en scène, improntata al naturalismo, conferisce all’opera precisione e autenticità, offrendo uno sguardo intimo sulle vite delle protagoniste.
La regista segue il percorso di questa piccola comunità — tra momenti di gioia, speranza e difficoltà — fino alla sua inevitabile dissoluzione, quando ognuna delle tre donne si trova ad affrontare da sola le proprie responsabilità ed il proprio destino. Molti sogni s’nfrangono, ma nel confronto con la durezza della realtà le protagoniste emergono più forti e consapevoli, pronte ad accettare delusioni e sconfitte come tappe essenziali del loro cammino. Ode alla dignità umana e al diritto di ogni individuo a essere rispettato indipendentemente dalla razza o dall’origine, Promised Sky afferma, senza retorica, il valore essenziale della resilienza.
