In The Beloved (El ser querido) Rodrigo Sorogoyen fa del set cinematografico un luogo in cui lavoro e vita privata finiscono per sovrapporsi. Il ritorno in Spagna di un regista di successo, arrivato a Fuerteventura per girare un film in costume, diventa infatti l’occasione per riaprire una ferita mai rimarginata: quella tra un padre e una figlia che non hanno mai smesso di ferirsi a vicenda. Tra sensi di colpa, tensioni emotive e un’osservazione reciproca quasi spietata, Sorogoyen costruisce un intenso dramma psicologico in cui la messa in scena cinematografica diventa progressivamente anche una forma di confronto con il passato.

Estéban Martínez, interpretato da Javier Bardem in uno dei ruoli più intensi della sua carriera, è un regista di fama internazionale che torna in patria dopo anni di successo negli Stati Uniti. La decisione di affidare il ruolo della protagonista alla figlia Emilia (Victoria Luengo), che non vede da oltre dieci anni, sembra inizialmente un tentativo di riconciliazione. Ben presto, tuttavia, diventa chiaro che i traumi del passato non possono essere superati così facilmente. Le riprese diventano così un meccanismo pericoloso, capace di riaprire vecchie ferite e riportare violentemente alla superficie ciò che è stato faticosamente rimosso.

La forza del film emerge già nella straordinaria sequenza d’apertura, una scena di quasi venti minuti ambientata in un ristorante e costruita quasi interamente attraverso l’alternanza di primi e primissimi piani. Sorogoyen trasforma una conversazione apparentemente ordinaria in un autentico tour de force, affidandosi alla tensione sottilissima che si crea tra i due attori, impegnati in un tête-à-tête insieme teso e affettuoso, ma anche alla precisione della messa in scena. La macchina da presa registra ogni minima variazione negli sguardi, nella modulazione della voce e nei movimenti delle mani, creando un’atmosfera soffocante e ambigua. Per diversi minuti non siamo in grado di capire quale relazione leghi i due personaggi; quando, alla fine, scopriamo che sono padre e figlia, ogni gesto e ogni silenzio osservati fino a quel momento acquistano improvvisamente un significato completamente diverso.

La scena racchiude già il tema centrale del film: due persone che non riescono a guardarsi davvero negli occhi e che continuano a osservarsi senza mai riuscire a condividere lo stesso spazio emotivo. Sorogoyen restituisce questa dolorosa distanza con ammirevole precisione. Emilia porta con sé il ricordo di un padre violento e alcolizzato; Estéban, invece, continua a rielaborare i ricordi della figlia, cercando di trasformare persino il proprio senso di colpa in un racconto che possa controllare. Il loro rapporto si trasforma così in una lotta senza quartiere per affermare la propria versione del passato.

Bardem è straordinario proprio perché evita ogni esplosione emotiva facile o prevedibile. Il suo Estéban è un uomo che ha imparato a nascondere la propria violenza dietro la cortesia e l’autorità del suo ruolo di regista. La minaccia è costantemente presente, appena sotto la superficie, e rende imprevedibile ogni suo gesto. Victoria Luengo, dal canto suo, offre un’interpretazione estremamente sottile e ricca di sfumature. Emilia, giovane attrice insicura, oscilla tra il bisogno di essere riconosciuta per quello che è, la rabbia e la frustrazione, ma anche il desiderio, ancora infantile, di essere amata dal padre.

The Beloved è anche una riflessione sul potere che un regista esercita sul set e sulla natura spesso tossica dell’autorità artistica. Il luogo delle riprese diventa un microcosmo chiuso nel quale Estéban esercita un controllo quasi dittatoriale. Emblematica è la brillante scena in cui viene girato un pranzo sotto il sole implacabile: le ripetizioni senza fine, la stanchezza degli attori e l’ossessiva ricerca della perfezione trasformano il processo creativo in una forma di tortura psicologica. È una delle sequenze più riuscite di Sorogoyen, perché il conflitto personale tra padre e figlia si riflette direttamente nel suo modo di dirigere e di esercitare il controllo sul set.

Altrettanto degno di nota è l’universo visivo del film. Il direttore della fotografia Álex de Pablo alterna diversi formati, qualità materiche e gamme cromatiche. Passando dalla grana quasi tattile della pellicola alle immagini levigate del digitale, e inserendo quasi impercettibilmente alcuni passaggi in bianco e nero, la fotografia costruisce un universo volutamente instabile. Questa fluidità estetica non è un semplice esercizio di stile, ma riflette la continua sovrapposizione tra la vita reale dei personaggi e la sua rappresentazione, tra la figura del padre e quella del regista, tra il ricordo e la sua messa in scena.

Alla fine della vicenda, padre e figlia si ritrovano nuovamente nella stessa inquadratura, seduti l’uno di fronte all’altra. Ma questa volta Sorogoyen sceglie un campo lungo: i due sono finalmente nello stesso spazio, ma separati da una distanza considerevole. Dopo tutto ciò che è accaduto, una forma di prossimità sembra per la prima volta possibile, ma quella distanza continua a incombere tra loro, impossibile da cancellare. Non c’è più bisogno di parole né di primi piani per rendere evidente ciò che li separa: è lo spazio stesso dell’inquadratura a farsi misura della loro relazione. Sorogoyen evita così una facile riconciliazione e lascia che sia la distanza tra i due corpi ad esprimere quanto il passato continui a frapporsi tra loro, anche quando entrambi sembrano disposti a riavvicinarsi.

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