La regista britannica Lynne Ramsay è un’habituée di Cannes dove esordì nel 1999 con Ratcatcher nella sezione Un Certain Regard. Da allora in poi, ognuno dei suoi cinque lungometraggi è stato mostrato al festival. Movern Callar fu selezionato nel 2002 alla Quinzaine. Nel 2011 We Need to Talk About Kevin fu presentato in concorso e, nel 2017, You Were Never Really Here, anch’esso in competizione, vinse il premio per la migliore sceneggiatura e quello per la migliore interpretazione maschile, attribuito a Joaquin Phoenix. Il suo ultimo lungometraggio, Die, My Love, fa parte di nuovo quest’anno della selezione ufficiale. Tratto dal romanzo omonimo di Ariana Harwicz del 2017, il film racconta la storia di una giovane madre che precipita in una psicosi postnatale.

Già dalla prima inquadratura – un piano fisso su salotto, sala da pranzo e cucina, tre stanze in fila che si affacciano sul giardino di una casa abbandonata da anni – s’instaura una sensazione sottile di tensione e disagio. Nel vecchio cottage, il pavimento di legno è ricoperto di foglie morte e sporcizia; i mobili sono sparsi qua e là alla rinfusa, i muri decorati con vecchie tappezzerie floreali multicolori. Dal piano superiore si sentono rumori di talpe e ratti che, nel tempo, hanno preso possesso dei luoghi. Da fuori ci arrivano le voci eccitate e felici di una giovane coppia che ha lasciato New York per trasferirsi in questa casa nel Montana, situata su un’altura verdeggiante, al bordo di un bosco, lontana da tutto, appartenuta un tempo allo zio misteriosamente deceduto del ragazzo.

D’un tratto, correndo, abbracciandosi e ballando freneticamente al ritmo di musica rock a tutto volume, entrano nella casa i due protagonisti: Grace (una travolgente Jennifer Lawrence) e Jackson (un altrettanto convincente Robert Pattinson). Innamoratissimi, folli di gioia, si buttano sul pavimento, si arrotolano l’uno sull’altro e fanno l’amore. Il loro mondo appare subito intimo ed inquietante allo stesso tempo.

La casa è sporca e fatiscente: ci vorrà parecchio tempo e lavoro per renderla abitabile e, suggerisce Grace, un gatto per i topi. Eppure, la coppia si sente fortunata: è il luogo ideale per crescere il bambino in arrivo, immersi nella natura, senza costi, con spazio sufficiente e lontano dal rumore e dal caos di New York. Grace potrà dedicarsi finalmente in tutta serenità al romanzo che desidera scrivere, mentre Jackson lavorerà solo a giorni alterni. Non molto lontano abitano ancora i genitori di lui, pronti a dare una mano, soprattutto Pam, la madre molto premurosa di Jackson (una Sissy Spacek sublime), visto che il padre Harry soffre di Parkinson e demenza (Nick Nolte, straordinario).

L’idillio della coppia, però, non è destinato a durare a lungo. I due, più simili ad adolescenti in vacanza che a giovani adulti che stanno fondando una famiglia, sono divorati da un pathos quasi bestiale: non pensano ad altro che divertirsi, ascoltare musica a tutto volume e fare l’amore ad ogni occasione, con frenesia incontrollata. Non li sentiremo mai – o quasi mai – parlare di questioni quotidiane come chi farà la spesa, come guadagneranno da vivere o come organizzeranno la vita familiare una volta nato il bambino.

Soprattutto Grace sembra consumata da un’animalità congenita e irrefrenabile: la vediamo spesso camminare a quattro zampe per la casa e il prato adiacente, ruggire come una belva, posseduta da un desiderio sessuale sfrenato, dietro il quale emerge un dolore oscuro che cresce progressivamente. Dopo la nascita del bambino, Grace interrompe la scrittura, mentre Jackson lavora fuori casa diversi giorni alla settimana. La sua vita inizia a sgretolarsi lentamente ma inesorabilmente, segnata da noia, solitudine e frustrazione sessuale. Quando Jackson torna a casa con un cane che abbaia continuamente, la situazione diventa insostenibile. La rabbia selvaggia di Grace si manifesta in gesti inconsulti: rimprovera brutalmente una cassiera, rovista freneticamente in bagno versando sapone sul pavimento, si colpisce contro uno specchio fino a sanguinare.

Il dramma s’intreccia inevitabilmente con l’incomunicabilità della coppia: Jackson, pur con buone intenzioni, rimane intrappolato in modelli patriarcali inconsapevoli. La sofferenza di Grace, aggravata dall’isolamento sociale e fisico, è affrontata con condiscendenza dalle donne del suo circolo, appartenenti all’entourage del marito. Isolata, la giovane donna crea legami solo con chi, come lei, vive ai margini della comunità: il padre malato di Jackson e un giovane vicino di colore, unico elemento di diversità razziale nella zona, con cui canalizza la sua sessualità sfrenata.

Ramsay opta per una messa in scena barocca e sovrabbondante, dove il pathos esasperato della protagonista trasforma la realtà in un paesaggio primordiale, insidioso, specchio della maternità stessa: un luogo dove vita e morte s’intrecciano. La scelta del formato 4:3 fa dello schermo un palcoscenico claustrofobico, dove ogni dettaglio diventa cruciale. Suono e colonna sonora mescolano registrazioni ambientali – vento tra gli alberi, abbai di cani – con toni bassi ed inquietanti.

Le inquadrature a camera fissa, come quella in cui vediamo Grace immobile al centro di un soggiorno buio, evocano la tensione calibrata di un horror psicologico. La luce naturale filtra attraverso finestre sporche, tingendo lo spazio di ocra e grigi che rispecchiano le pareti scrostate e gli esterni muschiosi, rendendo l’ambiente partecipe della discesa mentale della protagonista. Die, My Love c’immerge nella mente turbata di Grace con precisione sensoriale. La narrazione frammentata e le inquadrature rigorose amplificano ogni tremito di angoscia materna, ogni anelito, ogni speranza mentre Jennifer Lawrence ci offre un’interpretazione sbalorditivamente libera e intensa. L’alternanza tra momenti di tenerezza e scoppi di violenza coinvolge totalmente lo spettatore, immergendolo nell’inevitabilità del destino della giovane protagonista, senza offrire soluzioni rassicuranti, ma ricompensandolo con il ritratto crudo e memorabile di un collasso emotivo.

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