CONVERSAZIONE CON KLEBER MENDOÇA FILHO

THE SECRET AGENT

Con The secret agent, settimo lungometraggio della sua vibrante filmografia presentato in concorso a Cannes, Kleber Mendonça Filho da un’ulteriore prova del suo talento e di una visione cinematografica unica nel suo genere trasformando il Brasile degli anni Settanta in un teatro di tensioni sottili e riflessioni inquietanti. Il regista costruisce un universo sospeso tra dramma, surreale e satira politica.

La vicenda ruota intorno a Marcelo – interpretato dallo straordinario Wagner Moura – un uomo silenzioso e malinconico, la cui apparente calma nasconde un passato oscuro ed un presente altrettanto minaccioso. Il film ci trascina in un Brasile dove il confine tra verità e arbitrarietà è labile, e ogni gesto può diventare una trappola. La sequenza d’apertura dà subito il tono: Marcelo sosta per caso in una stazione di servizio dove giace da giorni un cadavere semi-nudo, mentre la polizia sembra interessata più a lui che al crimine commesso. In questa scena grottesca si manifesta all’istante un mondo governato dall’assurdo e dall’aleatorietà.

Da qui in poi, la narrazione alterna momenti surreali – come la leggenda di una gamba rinvenuta nello stomaco di uno squalo – a frammenti storici inquietanti, fondendo realtà e mito in un’atmosfera al contempo straniante e straordinaria. Recife pulsa come un microcosmo brulicante di vita, passioni inconfessate e sogni impossibili: Carnevale, comunità di esuli, rivoluzionari, famiglie spezzate. Ogni personaggio – dalla matriarca Dona Sebastiana ai sicari Agusto e Bobbi, fino a Claudia, madre single – possiede una complessità che potrebbe reggere un film a sé. Wagner Moura, in uno dei ruoli migliori della sua carriera, trasmette tensione, affetto e fragilità con un solo sguardo o gesto, rendendo Marcelo indimenticabile.

La fotografia suggestiva di Pedro Sousa sa catturare i colori saturi e l’energia degli anni Settanta, mentre scenografia, costumi e colonna sonora ricostruiscono in modo suggestivo l’epoca senza perturbare il ritmo meditativo del film. Ogni dettaglio contribuisce ad immergere lo spettatore in un Brasile teso, pulsante e fragile. Con una trama labirintica, una memoria storica viva e una galleria straordinaria di personaggi a tutto tondo, il film esplora potere, repressione e condizione umana. Kleber Mendonça Filho conferma il suo talento visionario, realizzando un’opera che stimola lo spettatore sia emotivamente che intellettualmente, lasciando un’impressione duratura ben oltre i titoli di coda.

L’intervista con Kleber Mendonça Filho si è svolta a Cannes e nasce da un incontro collettivo con un gruppo di giornalisti.

The Secret Agent è, in un certo senso, una sintesi di temi e idee che hanno attraversato tutte le tue opere precedenti, ma è ambientato negli anni ’70, durante la dittatura. Cosa ti ha attratto di quell’epoca e quali ricordi personali hai di quegli anni?

Ricordo che da bambino, a scuola, ogni venerdì ci facevano andare a passo di marcia come dei piccoli soldati, era una delle cose più ridicole di quel periodo. È strano, perché non ho mai avuto realmente l’intenzione di fare un film sulla dittatura. Volevo girare un film ambientato negli anni ’70, ma ambientandolo in quegli anni, era inevitabile che il regime militare facesse parte della storia. M’interessava di più raccontare la logica di quel tempo, che derivava dalla dittatura militare. Il cinema brasiliano, cileno e argentino ha quasi un genere dedicato proprio alla dittatura militare. In questi paesi sono stati realizzati molti grandi film su questo soggetto come  per esempio, il film di Walter Salles dello scorso anno, I’m Still Here, che è meraviglioso.  Il cinema brasiliano ha una lista straordinaria di opere di grande spessore su questa tematica. Realizzare un film sul modo di vivere in quegli anni era qualcosa che m’interessava da tempo. Oggi in Brasile si sta discutendo molto non solo della dittatura militare, ma, fra l’altro, anche del ruolo degli imprenditori che hanno lucrato collaborando con i militari nel saccheggiare il Paese. Questa è un’idea che permea tutto il film. Ma il periodo in cui ero bambino rimane per me legato soprattutto a un momento familiare emotivamente intenso: nel 1978 mia madre affrontò un grave problema di salute. Questo evento ha marcato per me quel periodo molto più della dittatura militare. Certo, il regime c’era e influenzava le condizioni di vita del Paese, ma ciò che ricordo di più è quel momento drammatico vissuto nel seno della mia famiglia. Non ho fatto un film su questo argomento, ma il sentimento di fondo probabilmente viene da quest’esperienza, anche perché mio zio Ronaldo, che erta giovane all’epoca, portava me e mio fratello al cinema ogni volta che poteva, per aiutarci a dimenticare un po’ i problemi in casa. Così il cinema è diventato un ricordo molto forte legato a quegli anni.

Tra Pictures of Ghosts e The Secret Agent esistono connessioni profonde. Il primo, in parte, è un delicato omaggio a tua madre e al suo lavoro di ricerca; il secondo, invece, esplora la ricerca di un padre attraverso gli archivi. Non sorprende quindi che i proiezionisti nei due film si richiamino così fortemente: nel documentario vediamo l’immagine di un uomo che ammiravi profondamente, mentre nella versione narrativa di The Secret Agent ritroviamo un personaggio che porta lo stesso nome e ne riflette in modo evidente il carattere. In che modo questo documentario ha influenzato la creazione di The secret agent?

Ho lavorato per circa sette anni a Pictures of Ghosts, cercando fotografie d’archivio, spezzoni di film e audio, visitando archivi pubblici e consultando giornali di tutto il XX secolo sulla città e sui cinema della città. Questo mi ha dato una base emotiva per scrivere The Secret Agent. Evidentemente, The Secret Agent è un film completamente diverso, ma allo stesso tempo è come un fratello di Pictures of Ghosts: molto vicino a lui emotivamente e spiritualmente, soprattutto per quanto riguarda il ritorno al passato e la costruzione di un’atmosfera storica. Costruire il passato non significava solo ricordare ciò che abbiamo vissuto da bambini negli anni ’70, ma anche riconnettersi con la storia stessa: con vicende lette sui giornali di quegli anni o raccontateci da altri. Credo che accada a tutti: ricordiamo ciò che ricordiamo, ma a volte “prendiamo in prestito” dei ricordi dagli amici o dai genitori che così diventano nostri. Questa è un’idea interessante quando si lavora su un film sulla memoria e sull’oblio. The Secret Agent parla molto di amnesia, anche di amnesia autoindotta.

Anche se The Secret Agent è ambientato nel passato, sembra incredibilmente attuale…

Oggi, nel Brasile del 2025, siamo finalmente attraversando un momento propizio: Bolsonaro è in carcere. Questo è un dato di fatto positivo considerato tutto quello che ha inflitto al nostro Paese, compreso un tentativo di golpe. Stranamente, The Secret Agent è stato scritto proprio durante gli anni di Bolsonaro. Ad un certo punto ho capito che Bolsonaro portava molta di quella che era logica di cinquant’anni fa nel suo governo. Sembrava quasi che lui e i suoi collaboratori volessero riportare in vita i “bei vecchi tempi” del regime militare, come in una festa perversa di Halloween. A quel punto ho capito che The Secret Agent non riguardava di fatto gli anni ’70, ma era un film molto contemporaneo.

Potresti parlaci del tuo lavoro con due attori: lo straordinario Wagner Moura e  il grande Udo Kier, che appare in un ruolo ben più sinistro anche in Bacurau.  Come li hai coinvolti nei tuoi film e qual è il tuo metodo di lavoro con ciascuno di loro?

Li adoro entrambi. Ho avuto la fortuna di lavorare due volte con Udo, passando molto tempo a parlare con lui. È un personaggio straordinario, e se sei cinefilo guardandolo ti vengono subito in mente immagini mitiche  della storia del cinema, da Dario Argento a Fassbinder , da Lars von Trier, a Madonna nel video Deeper and Deeper. Udo è un uomo incredibile, divertente e con un gusto eccellente. Quando faccio un film, di solito scrivo anche la sceneggiatura ma gli attori possono sempre suggerirmi delle idee: alcune sono buone, altre meno. Tutte le idee di Udo, però, erano sempre perfette. Mi ha fatto una proposta geniale per la sua scena in The Secret Agent , l’ho adottata; oggi questa è una delle mie preferite!

Per quanto riguarda Wagner, ho scritto la sceneggiatura pensando proprio a lui. In realtà, ho scritto il personaggio di Udo per Udo, e l’intero film per Wagner. (ride) Ho sempre voluto lavorare con lui, intuendo fin da subito che aveva qualcosa di speciale, non solo come attore, ma anche come persona. Ci siamo conosciuti a Cannes vent’anni fa, quando ero critico cinematografico e lui era venuto al festival con Lower City di Sergio Machado nella sezione Un Certain Regard. Col tempo abbiamo iniziato a conoscerci meglio. Penso che il regime Bolsonaro ci abbia ulteriormente uniti: ci chiamavamo per discutere sulla situazione politica, viste che entrambi venivamo attaccati dalla destra sui social. È interessante vedere come un film nasca da tante emozioni e da tanti luoghi diversi: da Pictures of Ghosts, dal desiderio di lavorare con Wagner Moura, e dal clima politico brasiliano. Tutti questi elementi insieme spiegano, in fin dei conti, la genesi di un film come The Secret Agent.

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