C’è sempre qualcosa di ruvidamente magico nei film di Matteo Zoppis e Alessio Rigo da Righi. La realtà concreta, ancorata nei luoghi che descrivono, diventa il primo gradino di racconti sempre mirabili, trasportandoci in un reame di fiabe struggenti, malinconiche e ardite, gravide di sogni compiuti a metà, di amori infelici e di un indomabile anelito alla libertà, che si staglia sull’orizzonte del mare.

Il mood del film è fra il serio e il faceto – il tono è giocoso, l’ambientazione leggermente teatrale – e tutti i codici vengono apparentemente rispettati: eroi e briganti, pistole e cavalli, sfide, amore, tradimento, la taglia sulla testa di un uomo, il ruolo della fortuna e una donna, ex cantante di varietà, libera, spregiudicata, coraggiosa. Ma, nelle loro mani, tutta questa materia familiare e i cliché del genere si trasformano in una fiaba arguta e poetica, che scandaglia la bellezza selvaggia delle terre laziali e toscane : boschi, campi a vista d’occhio, una palude luminosa, fiumi che scorrono rigogliosi e coste in dirupo sul mare, dove l’avidità e il dominio degli uni si scontrano con l’ardore politico degli altri e dove una coppia che vuole semplicemente vivere libera e felice finisce per essere al centro di ogni discordia.

È proprio in questo paesaggio attraversato da tensioni e contrasti che la vicenda prende forma, in uno Stato italiano ancora giovane, dove la costruzione della ferrovia, un po’ come negli Stati Uniti, è simbolo di comunicazione e progresso ma anche occasione, per chi governa – i ricchi e i potenti – di arricchirsi sulle spalle di un’orda di lavoratori nel bisogno.

Lo spartiacque sociale è assoluto. Poche sono le passerelle che permettono ai poveri di passare dalla parte dei ricchi: Rosa – interpretata dalla giovane promessa del cinema francese Nadia Tereszkiewicz – giovane donna appassionata e intrepida, ci è riuscita, facendosi sposare dal notabile del paese, Ercole Rupé, uomo molto più anziano di lei, violento, dispotico e affarista. Ma il corsetto del suo vestito le sta stretto, come le sta stretto il ruolo sociale che si trova a indossare senza reale convinzione.

Ed è a questo punto che Buffalo Bill Cody, eroe d’infanzia dei due registi, fa irruzione sullo schermo. Meravigliosamente interpretato dal grande John C. Reilly, il personaggio è vanaglorioso, brillante, un po’ spaccone; impartisce lezioni a tutti e mette in scena la propria leggenda in una serie di spettacoli itineranti, davanti ai ricchi e ai potenti di ogni contrada, girando l’Italia con la sua troupe composta da cowboy e indiani “addomesticati”.

Uno di questi spettacoli diventa il motore stesso della vicenda : dopo aver assistito alla loro esibizione, il colonnello decide di sfidarli, sostenendo che i ragazzi che lavorano nella sua scuderia, i suoi “butteri”, non sono da meno dei celebri cowboy americani. A competere sarà il giovane Santino, impersonato con verve da Mario Borghi. Ma poiché il colonnello ha puntato segretamente il proprio denaro sull’avversario, prima del torneo gli ordina di cadere subito da cavallo per garantirgli la vincita della posta in gioco. Il giovane, confuso ed intimorito, sembra accettare; tuttavia, una volta nel rodeo, non può fare altro che cercare di restare in groppa il più a lungo possibile.

Vince così la sfida. Fuori di sé dalla rabbia, il colonnello lo insulta e lo umilia. Rosa, che non può assistere a tale ingiustizia, prende allora in mano le redini della situazione, imprimendo alla vicenda una svolta inattesa. Da quel momento in poi i due diventano fuggitivi: scappano insieme su un cavallo bianco, mentre sulla testa di Santino viene posta una taglia ingente.

Con in mente il sogno dell’America, il paese dalle mille opportunità, l’unico – a detta di Buffalo Bill – in cui tutti gli uomini sono davvero liberi, i due giovani, che si innamorano perdutamente l’uno dell’altra, cercano di mettersi in salvo. Ma la fuga non è che l’inizio. In un mondo dove la giustizia viene venduta al miglior offerente, Buffalo Bill e altri si uniscono alla caccia per riscuotere la taglia sulla testa di Santino. Il sogno di libertà di Rosa si scontra presto con il peso della realtà e, come in ogni western degno di questo nome, il destino si gioca a testa o croce.

Fedeli al loro amore per la pellicola, i due registi hanno girato il film in 36 millimetri, permettendo alle variazioni della luce di farsi meravigliosamente pastose, ai raggi del sole di riflettersi sull’acqua come sfaccettature di un diamante, alla pelle di essere sensuale, ai colori di esplodere in una vividezza gioiosa e brillante.  

Il film è suddiviso in quattro capitoli, introdotti da cartelli esplicativi come ai tempi del muto. La narrazione è in parte affidata alla voce fuori campo di Buffalo Bill, che sembra leggere la storia da un quaderno sul quale il suo segretario annota – restando più o meno fedele alla realtà – le sue avventure. Come in un musical, varie canzoni punteggiano il racconto svolgendo una funzione narrativa: Santino, quasi fosse un menestrello, canta in romanesco le proprie traversie, mentre ai suoi ritornelli si alternano sporadicamente brani interpretati da Buffalo Bill.

Eppure a ben guardare, il vero protagonista della storia non è Santino, il buttero diventato eroe suo malgrado, né Buffalo Bill, uomo di spettacolo venuto dal wilde west, bensì Rosa. Appassionata, libera e forte, rompe con le convenzioni e traccia la propria strada al di là degli uomini che pretendono di assoggettarla, come il marito, o di manipolarla, come Buffalo Bill, che crea di fantasia quella versione della vita di Rosa che più gli conviene. La ragazza sfugge, alla fine, anche alla memoria di un grande amore tragico – che sembra tenerla intrappolata nel ricordo – per correre lontano su un cavallo, seguendo un destino che sarà lei stessa a scegliere. Testa o Croce? è, in fin dei conti, anche una bella storia di emancipazione femminile.

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