INTERVISTA CON LA REGISTA ANNA CAZENAVE CAMBET
Presentato nella sezione Un Certain Regard al 78° Festival di Cannes, Love Me Tender di Anna Cazenave Cambet è un’opera che affronta con rigore e sensibilità il tema dell’identità materna quando entra in collisione con le aspettative sociali. Al centro c’è Clémence, interpretata da una straordinaria Vicky Krieps, madre e ex avvocata che, dopo la separazione dal marito Laurent, decide di vivere apertamente la propria omosessualità. È un gesto di verità che innesca una spirale di ritorsioni legali e morali. All’inizio il rapporto con l’ex marito sembra civile, quasi disteso. Ma quando Clémence rivela di frequentare donne, l’equilibrio si spezza. Laurent reagisce con freddezza punitiva: interrompe ogni comunicazione e avvia una battaglia per l’affidamento esclusivo del figlio Paul. Il conflitto si sposta così nelle aule di tribunale, dove la sessualità della donna diventa un’arma processuale e la sua vita privata viene sezionata con feroce sospetto. Il film mette a nudo un sistema giudiziario che appare più incline a sanzionare la deviazione dai ruoli tradizionali che a tutelare davvero il benessere del minore.
Cazenave Cambet evita facili proclami e costruisce un racconto di lenta asfissia, fatto di attese, visite sorvegliate, silenzi imposti. Le scene degli incontri controllati tra madre e figlio sono tra le più dolorose: la macchina da presa di Kristy Baboul si avvicina ai corpi fino a far percepire l’imbarazzo e la violenza simbolica di una maternità ridotta a pratica burocratica. In questi momenti il film tocca vette di intensa autenticità emotiva.
Love Me Tender interroga con lucidità il mito della buona madre. Clémence non smette di desiderare, di cercare amore, di tentare una nuova vita come scrittrice. Ed è proprio questa complessità ad essere giudicata inaccettabile. Krieps ci offre un’interpretazione di rara finezza: il suo volto diventa un campo di battaglia tra dignità e sconforto, tra rabbia trattenuta e tenerezza ostinata. Nella sua scelta di non offrire una consolazione piena, il film trova una coerenza profonda: la liberazione di Clémence non passa per una vittoria clamorosa, ma per un’accettazione interiore, faticosa e non indolore.
Ne emerge un ritratto severo e partecipe di una donna che paga il prezzo della propria autenticità. Love Me Tender è un film complesso ed intenso che lascia nello spettatore un senso di inquietudine e una domanda ancora irrisolta: quanto siamo davvero disposti ad accettare che una madre sia, prima di tutto, una persona?
L’intervista con Anna Cazenave Cambet si è svolta a Cannes e nasce da un incontro collettivo con un gruppo di giornalisti.
Love Me Tender è tratto dal romanzo del 2020 dell’avvocata e scrittrice Constance Debré. Il filo conduttore del film ruota attorno ad una visione molto rigida di ciò che dovrebbe essere la femminilità e la maternità. È un tema centrale nel libro o lo ha enfatizzato lei nell’adattamento cinematografico?
Questa tematica era già al centro del romanzo. Il mio adattamento è stato libero, ma sono rimasta molto fedele ad un aspetto per me fondamentale: il rapporto con i tempi lunghissimi della giustizia quando si è madri. Cosa significa dire a una madre: vedrai tuo figlio tra due mesi, tre mesi? E cosa accade quando la madre si chiede: e se nel frattempo mi dimenticasse? Questo è il cuore delle preoccupazioni di Clémence.
Vorrei soffermarmi sulla dimensione temporale che costruisce nel film, su questa dilatazione del tempo così importante nel racconto. Attraverso di essa ci mostra una serie di storie parallele che s’intrecciano all’asse centrale, percorrendo ambienti molto diversi. Come ha costruito questi vari piani narrativi?
Era un aspetto essenziale per me, ed è presente anche nel libro. Volevo sottolineare qualcosa di difficile da raccontare: quando una persona attraversa un dramma personale, la vita continua comunque. Anche se la separazione dal figlio dopo il divorzio deve durare due anni, o il procedimento giudiziario richiede due anni, per Clémence, nel frattempo la vita prosegue, con momenti anche felici. Per questo nel film si vedono delle feste, delle relazioni, degli incontri sessuali con altre donne. Era importante mostrare questi momenti con delicatezza, per far capire che, nonostante questi attimi di felicità, la sua sofferenza resta costante. In una scena in cui Clémence fa l’amore con una donna, sentiamo la sua voce fuori campo dire: “Ho cercato di non andare nei parchi, ho cercato di non andare nelle panetterie, ho cercato di non uscire il mercoledì pomeriggio’ Questo è il segno di una mente sempre occupata dall’assenza del figlio. Tutto ciò doveva essere raccontato con grande sottigliezza.
Ad un certo punto Clémence si rasa i capelli, ma la scena accade fuori campo. Nel cinema, una donna che si taglia o si rasa i capelli è spesso un momento forte che vediamo sullo schermo. Perché ha scelto un approccio così sobrio e minimale?
Non mostrare questo gesto è stato per me anche una scelta politica. Trovo quest’immagine profondamente traumatica e credo che sia stata usata spesso nel cinema degli anni Novanta e dei primi Duemila. Inoltre penso che il corpo degli attori non mi appartenga: non devono fare qualcosa al loro corpo solo perché io lo desidero. Volevo che lo spettatore scoprisse la testa rasata in un momento tenero, attraverso una carezza. Nel mio percorso e nel mondo queer in cui vivo, la testa rasata non ha connotazioni violente: può essere giocosa, sensuale, segno di emancipazione. Ovviamente questo gesto è anche gravido di memorie storiche e ci rimanda alla sorte delle donne che furono rasate pubblicamente dopo la Seconda guerra mondiale. Era importante che Vicky si rasasse la testa da sola, in un momento in cui era circondata da noi. Dietro le quinte è stato un momento gioioso, di sostegno e di affetto. Non c’è stato nulla di voyeuristico nel mio sguardo e nel mio atteggiamento riguardo a quest’azione.
Anche lei ha un figlio, se non mi sbaglio. Vorrei chiederle come è riuscita a rendere con tanta intensità l’esperienza della separazione dal proprio bimbo, che non ha vissuto personalmente?
Mi sono sentita molto vicina al romanzo, soprattutto perché l’ho letto subito dopo la nascita di mio figlio. Ho avuto mio figlio con un uomo eterosessuale, cosa che non avevo mai pianificato. Mi sono sempre sentita queer e, improvvisamente, la maternità mi riportava a un’identità eterosessuale femminile che sentivo lontana. Era come se mi trascinasse in un ruolo che non riconoscevo come mio. Ricordo un episodio successo all’asilo del mio bambino: c’erano dei calzini rosa per terra, li raccolsi e li porsi ad una donna dicendo: “Devono essere quelli di suo figlio”. Lei mi guardò attonita e mi rispose: “Assolutamente no! Ho un figlio maschio e questi calzini sono rosa!”. Mi sono stancata molto di tutti questi comportamenti legati alla maternità intesa in senso classico e all’eterosessualità. Quando ho letto il libro, in un certo senso, le sue pagine hanno saputo colmare la distanza tra me madre e me donna queer. Questo testo mi ha consolato, sostenuto e ha reso tutto possibile per me. Ad ogni modo penso che chiunque possa identificarsi con la sofferenza di una madre. Dopo le proiezioni sono venute a parlarmi molte madri molto commosse, ma anche dei padri e delle nonne. Ci sono molte porte d’accesso a questo film, anche per chi è figlio di genitori divorziati, può essere interessante.
Ho notato che Clémence e suo figlio guardano alla televisione L’incredibile uomo che si rimpicciolisce, una scelta molto ironica nel contesto della storia. Immagino sia voluta. Inoltre il film mi ha ricordato Sussurri e grida di Bergman. Mi sbaglio?
Inizialmente non avevamo pensato a The incredible shrinking man di Jack Arnold (1957). Volevamo usare immagini di Jurassic Park e per molto tempo lo studio ci ha fatto credere che ne avremmo ottenuto i diritti. Poi hanno voluto sapere di più sul film e, alla fine, il tema LGBTQ+ è stato un problema per gli studios americani. Per noi è stato uno shock quando hanno rifiutato visto che avevamo già girato la scena in questione con Jurassic Park. È stato il mio montatore a proporre quest’altro film, e si è rivelato perfetto. Il gesto del protagonista che cerca di sentire era lo stesso che compie Vicky, inoltre nel film c’era anche un gatto e ho sempre sognato di avere un gatto nel mio film e lì il gatto c’era!
Bergman è un regista fondamentale per me. Sussurri e grida è stato il primo suo film che ho visto. Non capivo pienamente ciò che stavo guardando, ma il dolore che provavo era lancinante. È rimasto con me a lungo, è uno dei miei film del cuore. Volevamo anche addolcire il personaggio di Sara, interpretato da Monia Chokri, scegliendo per lei uno chignon basso, per renderla più timida e modesta rispetto ad altri ruoli interpretati in passato. Era coerente con ciò che cercavamo e con quel timore del contatto che attraversa tutto il film oltre ad essere anche una sorta di riferimento al cinema di Bergman.
Vorrei chiederle cosa ha motivato la sua scelta di Vicky Krieps per il ruolo principale e come avete lavorato insieme per costruire una performance così intensa?
È stato un processo molto lungo. All’inizio cercavamo un’attrice francese, visto che si tratta di un film francese. Ma non trovavo nessun’attrice che corrispondesse fisicamente al personaggio che avevo in mente: volevo una donna alta, con un fisico sportivo e con delle spalle larghe. Così abbiamo ampliato la ricerca alle attrici belghe francofone. Discutendo con la direttrice del casting, Julia Peretti, è emerso il nome di Vicky Krieps. Da quel momento in poi Vicky Krieps è diventata quasi un’ossessione per me: era perfetta nel ruolo! Poi Vicky ci ha messo un po’ a leggere la sceneggiatura, e per me è stata un’attesa difficile. Ma quando ha accettato, ci siamo trovate immediatamente sulla stessa lunghezza d’onda. Sono sempre molto vicina ai miei attori. Anche con attori molto esperti, amo una regia attenta e ravvicinata. Con Vicky abbiamo lavorato molto sui dettagli. Lei ha una gamma espressiva straordinaria: in ogni scena si percepisce l’equilibrio tra la sua forza e il modo in cui l’emozione affiora sulla pelle e sul bordo delle palpebre. È stato un ruolo impegnativo per lei che l’ha toccata profondamente e io ho cercato di guidarla e di sostenerla il più possibile.
