Musical ipercinetico e film politico capace di fondere spettacolo e riflessione, La Ola di Sebastián Lelio, presentato quest’anno nella sezione Cannes Premiere del Festival di Cannes, è un’opera combattiva, rutilante, attraversata da un pathos costante.

Ispirandosi alla mobilitazione studentesca femminista esplosa in Cile nel 2018 — la cosiddetta “Nuova ondata femminista”, che fece di performance, musica e occupazioni uno strumento di rivendicazione politica — Lelio costruisce, insieme alle sue co-sceneggiatrici, un musical audace e fuori dagli schemi. L’attivismo non è solo tema narrativo, ma dispositivo formale: la protesta diventa coreografia, il corpo spazio di conflitto, la messa in scena campo di battaglia simbolico.

Al centro del racconto c’è Julia, giovane studentessa di musica di estrazione popolare che, dopo una serata con il proprio coach di canto, si risveglia nel suo letto coinvolta in un atto sessuale di cui è solo semi-cosciente. Senza averne piena consapevolezza, il suo caso si trasforma in detonatore collettivo. La dimensione individuale viene rapidamente assorbita da quella politica, in un processo di riconoscimento e presa di parola che investe l’intera comunità studentesca.

Quando la coscienza condivisa si attiva, il film si trasforma in un flusso continuo di danza che invade gli spazi universitari, presto occupati dal collettivo femminista. Le sequenze musicali non alleggeriscono il conflitto: lo radicalizzano. La coreografia assume tratti quasi marziali; i corpi si fanno compatti, bruschi, aggressivi, diventano strumenti di pressione e resistenza. I colori accesi — i passamontagna rosso sangue indossati durante le proteste — contrastano con la rappresentazione grottesca degli aggressori, ridotti a marionette dai volti irrigiditi in smorfie caricaturali.

La regia insiste su movimenti di macchina fortemente coreografici, mentre la musica ossessiva produce un effetto paradossale: amplifica un senso di stallo e costrizione. L’energia cinetica non coincide con la liberazione; al contrario, riflette la difficoltà di prendere parola quando si è vittime e l’inerzia di un’istituzione incapace di rispondere alle accuse.

Nella seconda metà, il film scivola progressivamente verso il fantastico. I muri dell’università si fendono, aprendo varchi verso spazi privati e traumatici — come la camera da letto in cui Julia subisce la violenza. Lo spazio si riconfigura come un sistema labirintico, un’architettura opaca di cui il potere patriarcale sembra detenere le chiavi. È un dispositivo visivo che materializza l’invisibilità strutturale della violenza e la sua pervasività.

Con La Ola, Lelio radicalizza ulteriormente la propria riflessione sui corpi marginalizzati e sulle identità in lotta, scegliendo il musical come forma di collisione tra artificio e urgenza politica. La rabbia non è qui punto d’arrivo, ma l’energia primaria di una resistenza che trova nella messa in scena la propria arma più incisiva.

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