CONVERSAZIONE CON TIZZA COVI E RAINER FRIMMEL – PARTE SECONDA

Nel film lavorate anche con materiali d’archivio, archivi audiovisivi e fotografie. Utilizzate anche gli archivi personali di immagini di Al Cook. Trovo molto commovente e molto bello il modo in cui avete integrato questi elementi nel film. Forse potete dirci qualche parola sulla vostra decisione di mostrare proprio questi archivi.

Tizza Covi: Il film è fatto di molte dichiarazioni! Si può dire che Al Cook fosse un buon chitarrista. Si può anche raccontare che si sia rifiutato di diventare più commerciale. Al di là di queste affermazioni, per noi era comunque essenziale aggiungere, di tanto in tanto, anche una prova. Era quindi estremamente importante che si vedesse che era davvero un chitarrista incredibilmente bravo. Per noi è stato un grande regalo quando abbiamo trovato quel frammento in cui è insieme a sua moglie Silvia, oggi scomparsa, mentre raccontano di come si sono conosciuti.

È davvero molto commovente!

TC: È stato un momento davvero commovente e, naturalmente, era stato concordato con lui che avrebbe rivisto più volte quella scena e che noi lo avremmo filmato. Per lui era molto importante ed era profondamente grato che si fosse voluto rendere omaggio alla sua ex moglie, purtroppo scomparsa a causa di un cancro, perché aveva rappresentato una parte fondamentale della sua vita. Quando si condividono trent’anni con una persona, quella persona diventa inevitabilmente una parte essenziale di noi. Non ha vissuto la situazione come eccessivamente intima; al contrario, ha apprezzato molto il fatto che anche Silvia venisse ricordata.

Rainer Frimmel: Per quanto riguarda il materiale d’archivio, proviene interamente da lui ed è una parte centrale della sua passione collezionistica, a cui difficilmente rinuncerebbe. Si tratta di documenti che, idealmente, dovrebbero essere affidati a un museo, perché rappresentano le sue memorie più preziose.

Un elemento particolarmente interessante del film è la sua componente umoristica.

TC: Per noi questo aspetto è fondamentale, soprattutto la comicità di situazione, perché le situazioni tragiche non sono mai solo tragiche e quelle comiche non sono mai esclusivamente divertenti. Soffro quando in un film non riesco nemmeno una volta a sorridere delle persone, delle loro fragilità e dei loro abissi. Pensiamo che sia importante poter sorridere. Ovviamente non possiamo prevederlo già nella sceneggiatura, ma possiamo immaginare che possa nascere della comicità quando, per esempio, una ragazza giovane entra nella casa di Alois senza avere alcuna idea di cosa siano dei dischi in bachelite. Da una parte Al Cook mette in gioco la sua conoscenza di quel mondo, dall’altra lei si muove in un universo che gli è del tutto estraneo, fatto di iPhone, AirPods e così via. È uno sguardo affettuoso sulle generazioni, sulle persone e sui loro incontri. È anche bello pensare che questi oggetti possano continuare a vivere attraverso i giovani e avere così una seconda vita.

Il finale della storia, con l’arrivo improvviso di un’altra donna, risulta particolarmente intrigante. Come nasce l’idea di questa seconda presenza femminile nel film?

TC L’idea viene dalla vicenda personale di Al Cook ed è, a tutti gli effetti, un elemento documentario; per questo abbiamo deciso di raccontarlo in questo modo. È successo davvero cosi: Brigitte era il suo primo grande amore e lo ha lasciato perché lui non le aveva regalato un biglietto per un concerto di Jimi Hendrix. Abbiamo trovato molto toccante il loro ritrovarsi dopo quarant’anni. Ricreare quell’incontro è stato uno dei nostri obiettivi principali. All’inizio, però, non eravamo certi che Brigitte avrebbe accettato di partecipare: ha sempre lavorato come segretaria e non aveva alcuna familiarità con la macchina da presa. Non sapevamo quindi come avrebbe reagito davanti alla cinepresa. Allo stesso tempo, sentivamo che al film sarebbe mancato qualcosa di essenziale senza l’introduzione di una nuova relazione, di una nuova possibilità di apertura. Nei nostri lavori è importante che i protagonisti non si arrendano mai, che rimanga sempre uno spazio per andare avanti, una ragione per continuare.

L’America ha sempre rappresentato il sogno di Al Cook. Nel film non è mai apparsa come un’opzione reale, ma magari, dopo The Loneliest Man in Town, arriverà davvero il momento per lui del grande salto?

TC: Noi siamo dei grandi fan dello scrittore austriaco Egon Friedell, che diceva che la cosa peggiore che possa capitare ad un essere umano è che i suoi sogni si realizzino! E credo che, in questo caso, sarebbe davvero terribile per Al Cook. Non vorrei mai prendermi la responsabilità di vedere distrutti tutti questi sogni e le sue belle fantasie. Allo stesso modo, non me la sentirei di farmi carico di un viaggio così impegnativo per un uomo anziano che ha già diversi problemi di salute.

The Loneliest Man in Town è un film sul tempo; trovo che il ritmo che avete costruito sia molto coerente con quest’idea. Come avete lavorato su questo aspetto in fase di montaggio?

TC: Cerco, in fase di montaggio, di non fuorviare gli spettatori. Questo significa che inizio dal ritmo che voglio mantenere per tutto il film. Così chi guarda può subito dire: questo è il ritmo con cui si andrà avanti. Come registi, prenderci il tempo di ascoltare qualcuno, sederci ed osservare una persona è una delle cose più belle della nostra vita. La ricerca, l’ascolto, il cercare di conoscere chi ci sta difronte sono per noi fondamentali. Vogliamo trasmettere tutto questo attraverso nostro lavoro. La nostra montatrice dice sempre: “Un film deve essere un letto per i pensieri degli spettatori!”. Dare questa possibilità al pubblico è qualcosa che ci entusiasma e cerchiamo di integrarlo nel nostro lavoro. Nel cinema c’è anche un grande rischio, secondo me: quando un regista è arrogante e pensa di dover spiegare il mondo agli altri. Il mondo non va spiegato neanche a chi vive in una realtà diversa dalla nostra!

Vorrei sapere com’è organizzata la vostra collaborazione nel fare cinema. Chi fa cosa esattamente?

TC: Abbiamo entrambi studiato fotografia e abbiamo iniziato a realizzare insieme dei progetti fotografici, dai quali sono poi nati i nostri primi film. C’è una chiara divisione del lavoro. Nel documentario scriviamo di solito insieme la sceneggiatura, mentre nella finzione scrivo soprattutto io e Rainer si occupa della produzione. Io non potrei farlo: cercare soldi e tutto il resto non fa per me! La regia invece la facciamo insieme: Rainer dirige la parte dell’immagine, mentre io mi occupo del suono. E poi, in post-produzione, sono io a montare.

RF: Per noi è fondamentale: tu ascolti ciò che accade e io lo vedo! Entrambi possiamo percepire tutto ciò che succede durante le riprese in modo diretto.

TC: Questo significa che c’è una chiara divisione dei compiti e, in fondo, ognuno di noi è anche il capo, in qualche modo, nel suo settore.  Anche quando decidiamo insieme sul come inquadrare una scena se Rainer vuole avvicinarsi di più mentre io preferisco una maggiore distanza, alla fine è lui a decidere. Per quanto riguarda il nostro modo di lavorare insieme, vorrei aggiungere questo: sul set ci interessa una sola cosa, ottenere il miglior risultato possibile. Lavoriamo in questo modo anche quando abbiamo visioni diverse, perché siamo due persone molto differenti, ed è proprio per questo che collaboriamo. Se avessimo le stesse idee, potrei fare un film da sola: a cosa servirebbe Rainer? Siamo entrambi legati in modo ossessivo ai nostri personaggi e alle loro storie. Sul lavoro so con certezza che Rainer punta sempre al miglior risultato possibile, e lo stesso vale per lui nei miei confronti. Il bello della nostra collaborazione sta proprio in questo: nella fiducia totale che ci permette di lavorare in sintonia. Per lo stesso motivo è fondamentale anche costruire con i nostri protagonisti relazioni di fiducia che durino nel tempo, perché il nostro rapporto con loro è sempre profondo e continuativo.

Potreste parlarci della produzione del film?

RF: Poiché non abbiamo bisogno di grandi budget e i nostri ultimi film hanno comunque avuto relativamente successo, la produzione di questo film non è stata particolarmente difficile. Tuttavia, la sceneggiatura deve funzionare, deve essere sempre ben costruita e solida: non possiamo proporre qualsiasi cosa a chi chiediamo di finanziarci!

TC: Bisogna anche dire che realizziamo un film solo ogni tre anni. Facciamo ricerche per moltissimo tempo e scriviamo veramente tanto. Non ci adagiamo sui successi precedenti, ma lavoriamo come agli inizi della nostra carriera, per essere il più possibile preparati.

RF: Per noi è sicuramente più semplice ricevere dei finanziamenti rispetto a dei giovani cineasti che non hanno ancora nulla alle spalle. La loro è una strada molto più difficile. In Austria abbiamo comunque un sistema di sostegno al cinema che funziona abbastanza bene, ma i registi sono molti e i fondi non sono infiniti. Ora si stanno discutendo anche dei cambiamenti come, ad esempio, un contributo delle piattaforme di streaming: sviluppi che potrebbero avere effetti positivi sul finanziamento del cinema.

Come avete vissuto la presentazione del film in concorso alla Berlinale?

TC: Siamo spesso inseriti nelle sezioni collaterali dei festival con i nostri film, proprio perché si tratta di piccole produzioni. Questo, però, non significa che i film “piccoli” abbiano meno valore o non siano in grado di emozionare il pubblico: sono dei film a tutti gli effetti.

Il fatto che la Berlinale non faccia queste distinzioni troviamo sia stupendo. Con l’Al Cook non siamo certo su un grande red carpet ma lui ci sa fare e ha un suo fascino. Anche la prima è stata molto bella e, alla fine, c’era tantissimo entusiasmo.

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