CONVERSAZIONE CON IL REGISTA EMIN ALPER

Nel 2009, un attacco di inaudita violenza nella provincia di Mardin, in Turchia, costò la vita a 44 persone durante una festa: uomini incappucciati aprirono il fuoco con armi automatiche e lanciarono granate, lasciando oltre 60 bambini orfani. Da questo tragico episodio trae ispirazione Salvation (Kurtuluş) di Emin Alper, presentato in anteprima mondiale nel Concorso della 76ª Berlinale, dove ha ottenuto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria. Combinando lucidità politica e rigore formale, il film è ambientato in un remoto villaggio montano dell’Anatolia sudorientale, con riprese realizzate in Cappadocia, dove il paesaggio arido assume una dimensione quasi metafisica.

Fin dalle prime sequenze, Alper si allontana dalla semplice ricostruzione di un fatto storico: ciò che gli interessa non è la cronaca della tragedia, ma l’analisi dei meccanismi che la rendono possibile. Il conflitto per la terra tra due clan funge da asse narrativo, ma il cuore del film risiede nel modo in cui paura, umiliazione e memoria si trasformano in una narrazione salvifica. La fotografia valorizza con sensibilità la morfologia naturale del territorio: la luce diurna, dura e tagliente, scolpisce i volti, mentre le scene notturne, tra bagliori tremolanti e ombre dense, instaurano un senso costante di minaccia. Il villaggio non è un semplice sfondo realistico, ma una vera e propria geografia interiore: un labirinto di pietra e polvere che riflette la confusione dei personaggi. La macchina da presa si muove con discrezione, seguendo le dinamiche di potere senza enfasi, lasciando che la tensione si accumuli in modo organico. Al centro della narrazione c’è Mesut, interpretato con notevole misura da Caner Cindoruk. L’attore evita ogni facile demonizzazione: Mesut non è solo un fanatico, ma un uomo che vive la propria frustrazione come un’ingiustizia collettiva. Il suo sguardo, ora abbassato ora penetrante, accompagna la trasformazione di un individuo marginalizzato in un autoproclamato salvatore. Accanto a lui, Feyyaz Duman, nei panni dello sceicco Ferit, incarna una fragile voce di moderazione, mentre Özlem Taş conferisce a Gülsüm una forza silenziosa che evidenzia il ruolo delle donne in un contesto rigidamente patriarcale. Il ritmo è lento, quasi rituale. Alper lascia respirare le scene, permettendo alla tensione di crescere attraverso gesti minimi, apparentemente insignificanti. Il racconto procede così come una lenta discesa verso l’inevitabile: la violenza non esplode all’improvviso, ma matura attraverso incomprensioni, superstizioni e narrazioni ideologiche, suggerendo che la tragedia sia un esito quasi inevitabile. Elementi onirici si intrecciano alla realtà senza soluzione di continuità, creando la sensazione che la follia non sia un’anomalia, ma un’estensione del quotidiano. Il suono, con le sue frequenze basse e sotterranee, agisce come un costante presagio di pericolo. Sul piano politico, Salvation si configura come una riflessione incisiva sulla retorica della paura e sui processi attraverso cui l’umiliazione collettiva si trasforma in arma ideologica. Senza mai risultare didascalico, il film mostra come un leader carismatico ma profondamente insicuro possa convertire l’insicurezza in aggressività e la fede in pretesto per la violenza. Ne emerge un dramma compatto e atmosferico, che unisce introspezione psicologica e lucidità politica, confermando la maturità artistica di Emin Alper.


La conversazione con Emin Alper si è svolta a Berlino, nell’ambito di un incontro con un gruppo di giornalisti.


C’è qualcosa di quasi biblico in Salvation. La storia di Caino e Abele prende vita attraverso i due fratelli: il moderato sceicco Ferit e il fanatico Mesut, contrapposti in un conflitto che tiene lo spettatore con il fiato sospeso. La sua ispirazione nasce da fatti reali avvenuti nel 2009 in Turchia. Potrebbe raccontarci questi eventi?

L’evento che mi ha ispirato era un fatto locale. Anche se naturalmente profondamente scioccante, è direttamente legato alla situazione generale del mio Paese. Tuttavia, per me questa storia supera il suo contesto locale: possiede una dimensione universale e al tempo stesso storica, poiché la storia dell’umanità è disseminata di atrocità simili. È proprio questo che mi ha attratto: volevo creare, partendo da una vicenda molto locale, un racconto di portata globale e storica, capace di rappresentare, in scala ridotta, il meccanismo della barbarie umana.

Può descriverci la condizione psicologica del protagonista e le dinamiche interne che strutturano questa comunità chiusa? Si tratta di una setta sufi?

Non c’è alcun riferimento specifico a una setta sufi e non è mai stato il mio principale interesse. Ciò che mi interessava era rappresentare una comunità che crede profondamente di avere una missione: che debba salvare la propria nazione o compiere uno scopo superiore. Il rivestimento ideologico può essere il sufismo, il nazionalismo o persino il comunismo. L’elemento essenziale è la loro incrollabile fede nella missione sacra che devono compiere.

Salvation non funziona solo come dramma psicologico o mistico, ma anche come western, con linee drammaturgiche ben definite e un forte senso di catarsi finale. In che misura il western ha influenzato la costruzione del film?

Fin dai miei primi film utilizzo elementi dei generi cinematografici, e il western è per me uno dei riferimenti costanti, già da Beyond the Hill. In Salvation, tuttavia, sento di essermi avvicinato di più all’horror. Il paesaggio dell’Anatolia mi ha sempre affascinato; la sua durezza geografica e la sua dimensione desertica rimandano, a livello iconografico, chiaramente al mondo del western. L’analisi psicologica, d’altra parte, non è il mio principale interesse. Viviamo in un’epoca in cui intere società scelgono leader instabili e spesso contraddittori. Non è tanto la patologia individuale a interessarmi, quanto la dinamica collettiva che permette l’ascesa di tali figure. Qualsiasi società, in qualsiasi momento, può essere trascinata da leader irresponsabili e pericolosi e condotta alla distruzione.

Il location scouting sembra essere un elemento fondamentale nel suo lavoro. In A Tale of Three Sisters aveva raccontato che era stato necessario quasi un anno per trovare la casa giusta. I villaggi che vediamo in Salvation sono impressionanti. Quanto è stato difficile trovarli e come ha lavorato con gli abitanti? Inoltre, si nota una presenza discreta ma costante dell’elemento erotico, come anche in Burning Days. Gli viene data maggiore importanza?

La location è per me un elemento fondamentale del mio lavoro. Inizio a cercarla già nelle prime fasi della produzione. Il luogo che un regista immagina e quello reale non coincidono mai perfettamente. Per Salvation sono stati necessari quasi due anni per trovare il villaggio giusto, un villaggio curdo nella regione di Mardin. L’ho scelto un anno prima delle riprese, perché adatto sempre la sceneggiatura allo spazio reale. Per quanto riguarda l’erotismo, lo utilizzo spesso come un riflesso di emozioni represse. In Turchia viviamo in una società conservatrice, e i desideri sessuali repressi costituiscono, direi, la base di molte delle nostre nevrosi collettive. Per comprendere i personaggi del film bisogna tenere conto di questa dimensione. Gli eroi sessualmente repressi sono prodotti del loro ambiente.

Nel film emergono posizioni forti sull’Islam e sulla questione curda. Come pensa che verrà ricevuto il film in Turchia?

Negli ultimi dieci anni viviamo sotto un regime di costante precarietà. Anche un semplice post sui social può risultare pericoloso. Fare cinema comporta sempre dei rischi, ma siamo disposti ad assumerceli. Il film non prende di mira l’Islam come religione. L’ideologia religiosa funziona qui come veicolo dell’idea di una missione sacra. In un altro contesto potrebbe riguardare il cristianesimo o persino un’ideologia comunista. L’estremismo non appartiene a una sola tradizione. Ogni società può scivolare in una follia omicida. Come dimostra anche il recente e orribile crimine contro l’umanità commesso da Israele. Ciò che voglio dire è che questo tipo di estremismo non è legato a una religione o a una nazione specifica. Ogni società può precipitare in una deriva omicida. Naturalmente, nel film sono presenti riferimenti alla questione curda. Da quarant’anni analizziamo le cause e le conseguenze di questa ferita aperta; e, nonostante le condizioni avverse, questa discussione continua e continuerà.

La parola “terrorismo” viene utilizzata spesso nel film. Si tratta di un termine molto carico.

Le parole sono esse stesse un campo di battaglia, soprattutto in questioni profondamente divisive. Se si è contrari al nazionalismo curdo, si parla di terrorismo. Se si è nazionalisti curdi, si usa il termine “combattente per la libertà”. I personaggi del film si identificano con lo Stato, ed è per questo che adottano questa terminologia.

I sogni hanno un ruolo importante nel film. Qual è la loro funzione? La storia si basa su eventi reali?

I sogni mi hanno sempre affascinato, sono una porta d’accesso all’inconscio dei personaggi. In Salvation assumono un peso ancora maggiore. Riflettono gli incubi del protagonista, ma funzionano anche come veicoli di messaggi divini. In molte tradizioni mistiche, non solo nell’Islam sufi, i sogni sono considerati canali di rivelazione. Qui, per la prima volta, ho utilizzato l’idea di un sogno collettivo che riflette le paure e la paranoia dell’intero villaggio. È forse il film in cui ho usato il sogno nel modo più stratificato. La storia si basa su eventi reali, come ho detto prima: un massacro in un villaggio della regione curda, in cui sono state uccise 44 persone in un conflitto intrafamiliare. Quando si combinano le condizioni giuste — paura, perdita di prestigio o di terra, e la convinzione di essere circondati da nemici — una società può cadere in una pericolosa illusione. Tutto questo insieme può portare le persone a credere che la loro salvezza possa essere raggiunta solo attraverso una pulizia etnica. Questo volevo spiegare. L’unica cosa che può fermare società di questo tipo è la reazione dell’opinione pubblica, la pressione del mondo esterno. Ma noi abbiamo fallito. Negli ultimi anni abbiamo fallito. Se non siamo abbastanza forti e resistenti, società di questo tipo appariranno sempre più spesso e il mondo sarà sempre più esposto a spargimenti di sangue. Dobbiamo fare tutto il possibile per mostrare solidarietà, fermare queste società omicide e cercare di guarirle. La storia ci ha mostrato che le società possono trasformarsi: il caso della Germania del dopoguerra è esemplare. Ma serve una lotta continua.

Nel suo film affronta il tema del male. Quale pensa ne sia l’origine?

Ho insegnato storia all’università per molti anni. Cercherò di rispondere sia come regista che come storico. Non è una domanda semplice e non esiste una risposta semplice. Tuttavia, guardando agli esempi storici, possiamo trovare alcune indicazioni. Direi che la principale fonte del male è la paura. Gli esseri umani commettono atrocità quando credono di essere minacciati, quando sentono che il loro prestigio o persino la loro esistenza è in pericolo. Il rischio può essere reale o immaginario, non importa. Ciò che conta è che, quando le persone sentono che la loro esistenza è in gioco, possono commettere qualsiasi tipo di violenza. La cosa più inquietante è che si convincono di non agire per interesse personale, ma di compiere una missione superiore: per i propri figli, per la propria nazione, per la propria religione. È lì che risiede il meccanismo del male. Per analizzarlo in modo approfondito, però, dovrei tenere un’intera lezione! (ride)

Quali sono le condizioni attuali della produzione cinematografica in Turchia?

Le condizioni stanno diventando sempre più difficili, soprattutto per i registi che non si identificano con il potere. L’accesso ai finanziamenti pubblici è limitato, quindi siamo costretti a cercare investitori privati, il che è estremamente difficile per questo tipo di opere. Grazie ai miei coproduttori europei e internazionali, e a una pianificazione estremamente accurata, sono riuscito fortunatamente a completare questo film. Nonostante la polarizzazione politica, continuiamo a rivendicare uno spazio sicuro di espressione. La libertà di parola resta non negoziabile. Io cerco di non accettare finanziamenti da enti o persone che vogliono influenzare o controllare la mia visione artistica. La Turchia è un Paese complesso, come si vede anche nel film. Tuttavia, anche se non ho ricevuto finanziamenti pubblici per i miei ultimi tre film, ci sono ancora persone, non solo in Europa ma anche in Turchia, che credono nei miei film e sostengono la mia visione.

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