CONVERSAZIONE CON LEYLA BOUZID

Con In a Whisper, terzo lungometraggio della regista Leyla Bouzid, si apre un racconto intimo e doloroso che intreccia memoria, identità e desiderio. Al centro della storia c’è Lilia, interpretata da Eya Bouteraa, un’ingegnere trentaduenne emigrata a Parigi che fa ritorno in Tunisia per partecipare ai funerali dello zio Daly (Karim Rmadi). Questo viaggio si trasforma presto in un confronto inevitabile con il proprio passato e con un segreto personale difficile da esporre, quello della sua relazione con Alice (Marion Barbeau), rimasta nell’ombra, lontana da uno sguardo sociale ancora rigidamente ancorato alla norma. Fin dalle prime sequenze, il volto di Lilia restituisce una tensione trattenuta che nemmeno il paesaggio assolato riesce ad attenuare. Bouzid costruisce il racconto attraverso un intreccio di piani temporali e suggestioni spettrali: la figura dello zio Daly riaffiora tra ricordi e visioni, diventando simbolo di un destino condiviso. La sua omosessualità, mai dichiarata apertamente ma conosciuta, si inserisce in un sistema familiare fondato sul silenzio e sulla rimozione. Lilia è l’unica a mettere in discussione questo equilibrio. Il suo percorso assume i contorni di un’indagine personale: tra lettere, incontri e luoghi clandestini, la protagonista ricostruisce non solo la storia dello zio, ma anche la propria identità. Una ricerca che diventa, allo stesso tempo, un atto di emancipazione. Il film evita contrapposizioni nette, restituendo con sensibilità le dinamiche di una famiglia in cui affetto e repressione convivono. Le figure femminili: la madre Wahida (Hiam Abbass), la nonna Néfissa (Salma Baccar) e la zia Heyat (Feriel Chamari), emergono come personaggi complessi, sospesi tra tradizione e modernità, incapaci di sottrarsi del tutto alle regole che le hanno plasmate. In questo contesto, l’amore appare condizionato: accogliente ma subordinato all’adesione a un ordine prestabilito. Sul piano visivo, Bouzid opta per uno stile sobrio ed elegante, fatto di movimenti di macchina fluidi e composizioni corali. I personaggi condividono spesso lo stesso spazio senza entrare realmente in contatto, mentre gli interni domestici, filtrati da tende e separazioni, diventano una metafora del confine tra visibile e invisibile. L’uso misurato del colore e una vena melodrammatica mai eccessiva contribuiscono a costruire un’estetica controllata, capace di accompagnare con discrezione le tensioni emotive del racconto. È proprio in questa misura contenuta che In a Whisper trova la sua forza: nel rifiuto dell’esplosione drammatica a favore di una progressiva emersione. Il gesto finale di Lilia non risolve le tensioni, ma apre uno spazio di possibilità, affermando un’esistenza che non accetta più di essere relegata al silenzio. Bouzid non offre soluzioni, ma traccia con lucidità il costo della libertà, lasciando che sia lo spettatore a confrontarsi con ciò che resta inespresso.

La conversazione con Leyla Bouzid si è svolta alla Berlinale e nasce da un incontro collettivo con un gruppo di giornalisti.

Com’è nata l’idea della storia del film In a Whisper? È in qualche modo legata alla sua vita personale o alle sue esperienze?

Il film nasce nella casa della mia famiglia, quella di mia nonna in Tunisia. È un luogo che ho sempre sentito il bisogno di filmare, quasi come se mi chiamasse da tempo. Quando lei è scomparsa nel 2017, ho chiesto ai miei familiari di non vendere subito la casa: avevo bisogno di girarvi il mio prossimo film, di fissarne l’immagine prima che scomparisse anche fisicamente. Ci siamo accordati affinché la vendita avvenisse solo dopo le riprese. In quel quartiere, infatti, le vecchie abitazioni vengono spesso demolite per lasciare spazio a nuovi edifici, e con esse sparisce anche la memoria collettiva. Da questo gesto molto concreto è nato il progetto. Il personaggio della nonna è profondamente legato a quello di mia nonna. Non è un ritratto biografico, ma un’eco emotiva. Le figure femminili del film, in generale, s’ispirano alle donne della mia famiglia, alla loro forza silenziosa, alla loro capacità di tenere insieme tutto, ma anche alle tensioni che attraversano i loro rapporti. La storia dello zio, invece, appartiene interamente alla finzione. È il nucleo narrativo che mi ha permesso di aprire il racconto verso un’altra dimensione: quella di un uomo che non ha potuto vivere la propria identità, condizionato dalla società e dalla famiglia, e di un segreto che, una volta rivelato alla nipote Lilia, diventa possibilità di emancipazione. In molte famiglie tunisine della generazione dei miei genitori, ho percepito questa presenza invisibile : uomini che sembrano aver vissuto ai margini della propria esistenza, come sospesi. Ho voluto restituire loro una forma di visibilità, non attraverso la denuncia, ma attraverso il cinema.

La casa è un elemento centrale del film, quasi un personaggio. Come ha lavorato su questo spazio?

La casa è, per me, una presenza viva. È insieme rifugio e prigione, protezione e limite. L’ingresso nel film avviene attraverso un lungo piano sequenza che dall’esterno conduce fino alla nonna. Non volevo alcuna interruzione : lo spettatore doveva attraversare quello spazio come si attraversa un ricordo, senza potersi sottrarre. Le tre donne arrivano progressivamente, una dopo l’altra, e tutte convergono verso lo stesso punto: il corpo della nonna, che diventa centro emotivo e spaziale del racconto. All’esterno la casa è aperta, piena di luce. All’interno, invece, domina una penombra densa, quasi materica. Questo contrasto era fondamentale. Nel corso del film, la casa cambia lentamente. La luce entra, gli spazi si dilatano, le soglie si trasformano. Non è solo un’evoluzione simbolica: abbiamo lavorato concretamente sullo spazio, modificando la vegetazione all’esterno per permettere alla luce di penetrare di più. Girare in un ambiente così chiuso, con corpi che si muovono continuamente in stanze strette, ha richiesto una coreografia molto precisa tra macchina da presa e attori.

La casa sembra il vero protagonista del film. Condivide questa lettura?

Sì, completamente. Fin dall’inizio ho pensato la casa come un organismo, non come un semplice sfondo. La macchina da presa non la osserva, la attraversa, la esplora, la respira. Tutto il lavoro di regia è costruito su questa idea. Abbiamo lavorato molto sul controluce. I personaggi sono spesso collocati davanti alle finestre, ridotti a silhouette che emergono e scompaiono. È un’immagine che appartiene anche alla mia memoria personale: quella casa era, per me, allo stesso tempo luminosa e oscura, trasparente e misteriosa. Quando ero bambina poteva incutere paura, soprattutto di notte. Ma era anche un luogo di grande intimità, di rituali quotidiani, come i pomeriggi in cui si beveva il tè insieme. Volevo che il film accogliesse questa ambivalenza senza risolverla.

Qual è il suo rapporto con la Tunisia e con la questione queer nel Paese oggi?

Il mio rapporto con la Tunisia è profondo e complesso. È il mio Paese, e anche il luogo delle mie contraddizioni. Qualcuno ha descritto il film come una lettera d’amore alla Tunisia, e credo che questa definizione sia giusta, anche se non era un obiettivo dichiarato. Ritengo che il Paese possa evolvere verso una maggiore libertà individuale e un più grande rispetto dell’intimità. L’idea che l’orientamento sessuale possa essere trattato come un reato è qualcosa che, a mio avviso, appartiene a una visione del mondo che dovrebbe essere superata. Le persone queer esistono, vivono, costruiscono relazioni, ma spesso in condizioni difficili, esposte a giudizi, pressioni sociali e, talvolta, violenza simbolica o concreta. Raccontarle significa semplicemente riconoscerne l’esistenza e restituire complessità alle loro vite.

Il film sarà distribuito in Tunisia? E come immagina la ricezione?

Sì, il film ha un pubblico in Tunisia. Esiste una comunità di spettatori che segue il mio lavoro, e ho la fortuna di collaborare con un distributore locale che ha già curato i miei precedenti film. L’uscita è prevista per la fine di aprile, anche se siamo ancora in attesa delle autorizzazioni definitive. Per il momento procediamo come se fosse confermata. È possibile che il film generi dibattito o controversie, ma credo anche che sarà accolto positivamente da una parte del pubblico. Alla Berlinale erano presenti molti spettatori tunisini e arabi, e la loro reazione è stata molto forte. Alcuni elementi del film, come la distinzione tra spazio domestico e spazio pubblico, hanno una lettura culturale precisa che non sempre è immediata per il pubblico occidentale. Questo scarto di percezione è stato interessante. Il film nasce comunque senza alcuna volontà provocatoria. Ho cercato uno sguardo onesto, che potesse accogliere tutte le sfumature dei personaggi.

Può parlarci del lavoro con le attrici?

Il personaggio di Lilia è stato il primo grande nodo del casting. Ho incontrato molte attrici, ma non era facile: alcune erano intimorite dalla vicinanza emotiva della storia, altre dal tema dell’omofobia. Eya Bouteraa, che interpreta Lilia, non aveva esperienza nel cinema. Durante il periodo del Covid ha deciso di cambiare completamente percorso e diventare attrice, a 26 anni. Quando l’ho incontrata per la prima volta, era luminosa, quasi leggera. Le dissi subito che non corrispondeva al personaggio. Ma davanti alla macchina da presa qualcosa si è trasformato : è emersa una profondità diversa, uno sguardo più complesso, più fragile. Abbiamo lavorato a lungo sulla costruzione del ruolo, che si sviluppa in modo progressivo, da una figura controllata a una presenza sempre più impulsiva e attraversata dalla rabbia. Con Hiam Abbass l’incontro è stato immediato. Le ho proposto il ruolo senza esitazione, e lei ha accettato con naturalezza. Il suo contributo è soprattutto nella sottrazione ;  nel silenzio, nello sguardo, nella densità emotiva non dichiarata. Salma Baccar, che interpreta la nonna, è una regista tunisina molto conosciuta. Ha accettato il ruolo con entusiasmo, vedendolo come una nuova esperienza creativa. Insieme hanno costruito una famiglia credibile, non solo sul piano narrativo ma anche su quello fisico ed emotivo.

Il suo cinema torna spesso su identità e scoperta di sé. È un tema centrale per lei?

Non direi che sia un tema programmato, ma qualcosa che emerge naturalmente. Nei miei film, la politica entra sempre nella sfera privata, nelle relazioni, nei desideri, nelle tensioni invisibili. Vorrei raccontare situazioni complesse attraverso gesti semplici, seguendo i personaggi più che costruendo tesi.

Come affronta il tema delle relazioni intergenerazionali?

M’ incuriosisce molto esplorare ciò che passa da una generazione all’altra, soprattutto ciò che non viene detto. I traumi, le omissioni, i silenzi familiari hanno una loro continuità. Si trasmettono anche quando non vengono nominati. Lo zio appartiene a una generazione in cui l’omosessualità era vissuta nell’ombra, spesso attraverso la negazione o la repressione. Lilia rappresenta invece un altro tempo possibile, anche grazie alla distanza geografica e culturale. Ma tra queste due generazioni non c’è una rottura netta: c’è una linea di continuità fatta anche di fratture.

Cosa ha significato presentare il film alla Berlinale?

È stata un’esperienza molto intensa. La qualità della proiezione, in particolare del suono, era fondamentale per un film come questo. Il lavoro sul suono è centrale: ogni dettaglio contribuisce alla costruzione dello spazio emotivo. Essere alla Berlinale con le attrici ha reso tutto più concreto, quasi protetto. Il film ha trovato un contesto di ascolto molto attento. È un festival che ha una lunga tradizione di attenzione al cinema politico, e questo dialogo era importante per me.

La colonna sonora ha un ruolo particolare. Come è nata?

Ho lavorato con un clarinettista, Guillaume, che non aveva esperienza nel cinema, ma una sensibilità musicale molto forte. Il direttore della fotografia mi ha fatto ascoltare alcune sue composizioni durante le riprese. È stato un incontro immediato. Gli ho inviato la sceneggiatura e ha accettato. Durante il montaggio ci ha proposto diversi materiali, e abbiamo costruito insieme la struttura sonora del film, centrata su clarinetto e pianoforte. La musica non accompagna semplicemente le immagini: le attraversa, le sostiene, le amplifica. Ha contribuito a definire l’atmosfera sospesa e interiore della casa.

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