CONVERSAZIONE CON IL REGISTA DOMINIK LOCHER

Il film di Dominik Locher Enjoy Your Stay si apre con un fruscio di banconote, stabilendo fin dall’inizio il denaro non solo come un elemento narrativo, ma come la vera forza motrice del racconto. In questo dramma sociale teso e rigoroso, ambientato nello scenario immacolato delle Alpi svizzere, il denaro circola come una linfa vitale e al contempo come un vincolo, determinando visibilità, potere e, in ultima analisi, dignità. Chi paga viene servito; chi pulisce resta invisibile, costretto a passare da ingressi secondari e ad esistere ai margini di un sistema che dipende completamente dalla sua invisibilità. Al centro di questo mondo si trova Luz, una lavoratrice filippina in situazione irregolare la cui vita si riduce ad un calcolo incessante tra guadagni e sacrifici. Interpretata con notevole intensità da Mercedes Cabral, Luz non è né una vittima passiva né una figura moralmente ineccepibile. È pragmatica, determinata e, progressivamente, messa alle strette da chi l’impiega. Ogni franco che guadagna è destinato alla figlia Sofia, rimasta nelle Filippine. La speranza di ricongiungersi con lei appare meno come un sogno che come un’equazione economica difficile da risolvere. Locher e la sua co-sceneggiatrice filippina Honeylyn Joy Alipio costruiscono una narrazione che si stringe gradualmente attorno alla precarietà dell’esistenza di Luz. Un punto di svolta arriva, con una grande violenza emotiva, quando una videochiamata con la figlia nelle Filippine viene trasformata a sua insaputa in uno spettacolo televisivo in diretta, orchestrato dall’ex marito. Quello che sarebbe dovuto essere un momento intimo diventa uno spettacolo pubblico, rivelando la fragilità dell’autonomia di Luz. Anche la maternità, suggerisce il film, non è immune alla logica della mercificazione. Sotto la pressione dell’urgenza economica, da questo punto in poi, l’esistenza di Luz precipita in una zona sempre più equivoca sul piano morale. La figura di Thibault, datore di lavoro di Luz, rappresenta bene l’interesse del film per le dinamiche di potere ambigue. La sua autorità si manifesta attraverso un equilibrio sottile tra cortesia e coercizione, senza mai trasformarsi in una villainia esplicita, ma contribuendo comunque a consolidare una gerarchia rigida. Fondamentale è il rifiuto del regista di ridurre i personaggi a delle opposizioni binarie. Anche Luz, infatti, oltrepassa un limite etico quando inizia a reclutare altre donne seguendo lo stesso meccanismo da cui cerca di fuggire. Ne emerge un ritratto dello sfruttamento non come condizione statica, ma come sistema che si autoalimenta per necessità. Ambientato durante il periodo natalizio, il film accentua il contrasto tra chi festeggia e chi serve. Mentre i ricchi si divertono ai piani superiori, Luz e le sue colleghe lavorano nei livelli inferiori dell’edificio. Questa dicotomia visiva e tematica, per quanto efficace, talvolta tende verso una contrapposizione forse troppo schematica tra ricchi e poveri. La critica sociale è chiara, ma a tratti manca di quelle sfumature che permetterebbero alle complessità morali di risuonare più profondamente. Nonostante ciò, Enjoy Your Stay resta coinvolgente nella sua immediatezza. La fotografia di Jeanne Lapoirie conferisce al film un’intimità inquieta, quasi documentaristica, ancorando lo spettatore alla prospettiva sempre più frenetica di Luz. Emergono momenti di grandi finezza, fugaci ma significativi in cui i confini tra vittima e carnefice si fanno incerti, lasciando intravedere un’ambivalenza più profonda sotto la superficie.  Intrecciando critica sociale ed elementi del cinema di genere, Enjoy Your Stay è un film  coinvolgente e perturbante, capace di evocare un sistema socio-economico in cui il campo delle possibilità si restringe progressivamente, fino a trasformare il semplice atto del sopravvivere in una condizione moralmente ambigua.

L’intervista con Dominik Locher e Honeylyn Joy Alipio si è svolta a Berlino e nasce da un incontro collettivo con un gruppo di giornalisti.

Dominik Locher, regista/sceneggiatore: Volevo raccontare la storia di qualcuno che vive nell’ombra in Svizzera e che non ha gli stessi diritti che ho io come cittadino svizzero. Sapevo però che non potevo scriverla da solo: avevo bisogno di un’altra prospettiva. Così ho contattato Honeylyn Joy Alipio e, attraverso diverse conversazioni, abbiamo sviluppato l’idea di una sorta di “autorialità globale”, in cui culture diverse, anche cinematografiche, si uniscono per creare qualcosa insieme.

Honeylyn Joy Alipio, sceneggiatrice: Vengo dalle Filippine, quindi siamo praticamente agli antipodi del mondo!

DL: Abbiamo iniziato cercando una storia insieme. Abbiamo scoperto un articolo di Quentin Slepak sulla Berner Zeitung che parlava del caso di varie lavoratrici serbe sfruttate brutalmente a Gstaad. Ho deciso di ambientare questa storia in Svizzera. Abbiamo fatto ricerche per settimane: abbiamo viaggiato in tutto il paese, parlato con molte persone, osservato i luoghi e sviluppato l’idea del film. Poi Honeylyn ha dovuto lasciare la Svizzera, perché i suoi visti sono sempre molto brevi e non aveva la libertà di movimento che abbiamo noi. Io sono poi tornato a Locarno con il materiale che avevamo sviluppato ed ho iniziato a cercare dei produttori per realizzare il film.

In che anno era?

DL: Nel 2021, giusto? Il primo inverno dopo la pandemia.

HLA: È stato durante il primo festival dopo la pandemia che abbiamo contattato la produttrice Joëlle Bertossa per la prima volta, perché pensavamo potesse essere interessata. Le abbiamo presentato il nostro progetto così: “Immagina i fratelli Safdie che scrivono una sceneggiatura per i fratelli Dardenne su alcune donne filippine addette alle pulizie in un resort di lusso svizzero!” E lei ci disse subito: “Ok, mi sembra interessante. Facciamolo!”

DL: L’idea era quella di parlare di un dramma sociale, ma di renderlo accessibile ad un pubblico giovane, con un ritmo più contemporaneo, trasformandolo quasi in una sorta di thriller. Il concetto del “conto alla rovescia”, che abbiamo ripreso da un programma televisivo filippino indicatoci da Honeylyn, è stato fondamentale in questo senso.

HLA: Di fatto, quel programma televisivo, a metà fra gioco e reality show, è diventato davvero il punto di partenza della nostra storia. Dominik mi chiedeva spesso cosa stessi facendo nelle Filippine, e io gli mandavo molti link su YouTube per mostrargli questo programma. Alla fine è venuto, per la prima volta nella sua vita, nelle Filippine per vedere sul posto di cosa si trattasse.

DL: A Manila ho visto ovunque degli enormi cartelloni pubblicitari di questi show televisivi, molto popolari e seguitissimi. Volevamo essere fedeli a quell’immaginario nel nostro film. Abbiamo raccolto storie reali e le abbiamo trasformate nella nostra sceneggiatura, adattandole alla vicenda che volevamo raccontare ma restando sempre molto vicini alla realtà.

Quanto tempo avete lavorato per finalizzare la sceneggiatura?

DL: Circa tre anni, direi. Anche dopo aver scritto una versione quasi definitiva e durante la fase di finanziamento, abbiamo continuato a lavorarci su. I nostri co-produttori francesi, Marianne Dumoulin e Jacques Bidou, c’incitavano costantemente a migliorare il progetto, dandoci sempre ottimi suggerimenti.

Il film appare molto autentico, quasi come un documentario, ma mantiene anche un ritmo incalzante. Unisce il realismo sociale agli elementi del cinema di genere…

DL: La nostra direttrice della fotografia Jeanne Lapoirie, ha scelto di usare molto la camera a mano. Poi il nostro montatore, arrivato più tardi sul progetto, ha costruito un ritmo capace di riflettere lo stress e la pressione vissuti quotidianamente dalla protagonista, Luz. Anche la cultura cinematografica filippina ha influenzato molto il film. Nei film filippini, infatti, il gruppo è più importante del singolo: per questo abbiamo filmato sempre anche le comparse, senza trattarle come presenze secondarie o come un semplice sfondo. Per quanto riguarda i codici del cinema di genere, persino i titoli di coda, scritti in rosso e nero, giocano con elementi dell’horror, perché la situazione di queste donne è davvero terribile: vivono e cercano di sopravvivere senza avere diritti. Alcune di loro lavorano illegalmente e non possono nemmeno andare in ospedale per paura che venga chiamata la polizia, come è obbligatorio fare.

Gli interpreti del vostro film sono attori professionisti o amatoriali?

DL: Sia gli uni che gli altri. Abbiamo fatto casting aperti a molte persone e molte donne filippine che lavorano all’estero si sono poi rivelate ottime attrici, perché portano in sé una tristezza reale, legata alla loro lunga lontananza dal proprio paese e dalle proprie famiglie.

La fotografia colpisce molto, con il contrasto tra gli interni scuri e la luminosità della neve all’esterno: come avete lavorato su questo aspetto del film?

DL: La nostra direttrice della fotografia ha avuto molta libertà durante le riprese. Jeanne Lapoirie preferisce la luce naturale e lavora in modo molto istintivo: non pianifica le cose rigidamente, ma reagisce a ciò che accade sul set. Questo ha dato anche agli attori una grande libertà, permettendo loro di esprimersi e muoversi in ogni scena senza movimenti predefiniti. A mio avviso, sono proprio questi elementi a creare un senso di autenticità. Lavorando in questo modo ci siamo resi conto di quanto le persone, pur provenendo da culture diverse, siano molto simili fra loro.

C’è dell’improvvisazione nel film?

DL: Direi di sì. Anche se lavoro con una sceneggiatura ben precisa, lascio sempre spazio all’improvvisazione. Alcune scene sono nate così. Ad esempio, il momento in cui un personaggio prende il figlio di Luz, lo mette su una sedia e lo incita a parlare con il capo non era scritto così. Anche molte battute sono nate sul momento, soprattutto alcune aggiunte dagli attori filippini durante le riprese.

Per concludere, una curiosità: durante una scena di karaoke viene cantato As Time Goes By. Perché avete scelto proprio questa canzone, che richiama un film cult come Casablanca?

DL: In parte perché non avevamo il budget per utilizzare un altro tipo di musica, ma non solo per questo. As Time Goes By è una canzone molto conosciuta sia nelle Filippine che in Europa. Inoltre rimanda alla storia di persone che si trovano in situazioni difficili e pericolose, come in Casablanca. Ci sembrava quindi adatta alla storia di Luz e delle altre donne. È anche una canzone che parla del tempo che passa, un tema che rispecchia il senso del film.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.