CONVERSAZIONE CON LA REGISTA

When Lightning Flashes Over the Sea, documentario di Eva Neymann, mostrato al Forum della Berlinale, c’invita nel cuore di Odessa, storica città portuale ucraina, attraversata dalla guerra ma custode di una quotidianità che non si arrende. La regista, nata a Zaporižžja e formatasi tra Giurisprudenza e Cinema in Germania, osserva con uno sguardo delicato ed intimo la vita di chi resiste sotto il peso di un conflitto durato oltre un anno. Tra vicoli soleggiati e facciate spesso devastate dal furore della guerra, s’intrecciano immagini di bambini che sognano feste di compleanno, di uomini e donne che, nonostante la minaccia costante delle bombe, si dedicano ai piccoli gesti di ogni giorno.

La forza del film risiede nella sua capacità di alternare momenti di rara poesia, come la musica malinconica di un suonatore di fisarmonica o il canto in jiddish di una sopravvissuta all’Olocausto, con la cruda realtà di un presente segnato dalla paura e dalla perdita. La narrazione si sviluppa attraverso voci dirette, testimonianze che spaziano dalla fragile speranza di un bambino, ai ricordi di deportazioni passate, creando un intenso contrasto tra memoria e attualità.

Neymann costruisce così un ritratto che mescola bellezza e distruzione, intimità e trauma, dove la città appare come un organismo vivo, sospeso tra luce e ombra, fragilità e resistenza. Un’opera che invita a riflettere sul significato del vivere “in tempo di guerra”, offrendo uno sguardo umano e profondamente sensibile su un conflitto spesso ridotto a mera cronaca.

Ho avuto il privilegio di incontrare Eva Neymann alla Berlinale, dove la sua spontaneità e sincerità hanno reso vivido il racconto del lavoro sul film e il suo profondo legame con Odessa.

L’inizio di When Lightning Flashes Over the Sea ci colpisce subito nel cuore. Sullo schermo vediamo e ascoltiamo un bambino che racconta i suoi ambiziosi progetti di festa, ma la sua voce non coincide con l’immagine. C’è una discrepanza, una sorta di dissonanza perturbamte. Potrebbe commentare questa prima sequenza?

Ho realizzato diversi film con protagonisti ragazzi di quell’età, sia lungometraggi che documentari, e sento di avere una particolare sensibilità nel rapportarmi con loro. A volte mi sorprendo anch’io, ma in qualche modo riesco a entrare in sintonia con questi ragazzi e loro si aprono molto volentieri con me. Ho scelto di iniziare questo film proprio con quel bambino perché da un lato mi trasmetteva una sicurezza insolita per la sua età, dall’altro invece sembrava molto fragile e vulnerabile.

Infatti, quando il bimbo dice con disinvoltura : «Organizzerò una festa e farò questo e quello!», la sua spontaneità è davvero commovente e sincera.

Esatto, ma al contempo si percepisce anche una sua estrema fragilità. Ho deciso di aprire il film con questa scena perché mi sembrava un’immagine emblematica, quasi un simbolo per il gruppo di protagonisti e, più in generale, per la società di Odessa. Per quanto riguarda il secondo ragazzo che compare alla fine, la sua storia è davvero incredibile, soprattutto il modo in cui l’ho incontrato. Durante una delle mie riprese a Odessa in autunno, ero appena arrivato, malato e con la febbre. L’unica cosa che ho fatto è stata comprare dei fiori da una fioraia vicino a casa mia, e lì c’era un ragazzino. Lui si è presentato, mi ha chiesto come mi chiamo e ha risposto con un «Molto piacere!». Poi ha iniziato a parlarmi dei fiori e del giardino magico di sua nonna, dove i fiori crescono in modo meraviglioso. Era qualcosa di straordinario. Ma con la febbre e la valigia ancora in mano, ho pensato di chiedere alla fioraia del ragazzino qualche giorno dopo, visto che la conoscevo bene. Quando sono tornato, le ho chiesto di poter conoscere suo nipote. Lei però mi ha risposto: «Non ho nipoti! Quale ragazzino? Sì, qualche tempo fa c’era un ragazzino qui, ma l’ho visto solo quella volta.» In quel momento ho capito che il ragazzo aveva inventato tutta la storia del giardino di sua nonna. Aveva semplicemente fantasticato. È stato molto doloroso per me, perché avevo perso un potenziale protagonista. Ho continuato a chiedere in giro, e qualcuno si è ricordato che di tanto in tanto passava un ragazzino che parlava con i piccioni chiamandoli per nome, un bambino davvero particolare, molto fantasioso. Per esempio, aveva raccontato che suo padre lavorava con i computer. Non riuscivo però a rintracciarlo. Poi, in primavera, quasi per caso, sono entrato in un negozio in cantina dove sopra c’era un cartello con scritto «Ripariamo tutto» e ho chiesto se sapevano dove potessi trovare un ragazzino così. Il giovane che lavorava lì mi ha detto: «Sì, è mio figlio!» Quel ragazzo poi mi ha insegnato che se esprimi un desiderio nel momento in cui un fulmine si riflette sul mare, quel desiderio si realizza. Mi ha convinto così tanto che ho scelto quel concetto come titolo del film. Da allora, credo davvero che i desideri si avverino se pronunciati davanti a un fulmine sul mare.

Realizzare un documentario è sempre una sfida enorme: come scegliere i protagonisti, come avviare il dialogo con loro e come filmarli. Nel suo caso, come ha selezionato le persone che vediamo nel film? Come ha composto questo affascinante mosaico?

Naturalmente ho incluso anche amici e parenti.

Quindi alcune delle persone che vediamo sono persone a lei vicine, con cui ha un rapporto stretto?

Curiosamente, è stato proprio questo l’aspetto più complesso. Ho chiesto a tutti: «Potreste farmi un favore e parlare con me in modo naturale?» Ma è stato difficile. Tuttavia, per me il vero protagonista è stata la città stessa. Per questo ho deciso di uscire semplicemente per strada e provare a incontrare persone, iniziare a conversare con loro, in modo spontaneo. Speravo che la vita reale fosse più ricca di quanto potessi immaginare, e così è stato. La maggior parte dei protagonisti li ho incontrati proprio così, esattamente come li presento allo spettatore.

In ogni incontro si percepisce una bella intimità, una vicinanza tra chi viene intervistato e chi riprende, un legame che però rimane invisibile.

È davvero molto difficile da ottenere. Ma cerco di aprirmi, di vivere con la telecamera come se fosse un’estensione del mio corpo. Non si tratta semplicemente di fare interviste, ma le persone percepiscono la videocamera come parte di me. E a un certo punto si fidano, sanno che non le metterò in imbarazzo e che non mostrerò nulla che non vogliono mostrare. Eppure, si sentono liberi di aprirsi un po’ più di quanto poi io racconterò al pubblico. La chiave è guadagnarsi la loro fiducia, e da lì si può lavorare.

Nel suo film non ci mostra la città ma anche gli interni di case e appartamenti. A moi avviso questi spazi sono una parte integrante della città, perché raccontano molto delle persone che ci vivono, e poi si vedono molti gatti ovunque!

I gatti sono quasi degli animali sacri qui. È evidente che hanno preso il controllo e dominano la città. Questo riflette la sensibilità degli abitanti: la convivenza con questi animali e il rispetto che mostrano nei loro confronti sono un segno profondo di umanita, una caratteristica distintiva di Odessa. Secondo me, questo senso di rispetto e di connessione rappresenta uno dei pilastri fondamentali — o forse la causa principale — del film.

Tra le molte persone ritratte c’è una signora anziana che parla yiddish, un  chiaro segno  della pluralità culturale di Odessa. Ha un legame particolare con questa comunità?

Anch’io sono di origine ebraica. I tempi più belli di Odessa sono stati quelli in cui la città ospitava ancora una grande comunità ebraica. Oggi non è più così da nessuna parte, ovviamente, ma anche molto tempo dopo la guerra, durante la mia infanzia, Odessa conservava ancora una presenza ebraica significativa. Ora ne resta solo un’ombra. Dove rimane anche solo una traccia, questa ha un valore enorme, non solo per me, ma per tutti gli abitanti della città.
È difficile da spiegare; si tratta di un insieme di tradizioni, di uno stile di vita e di pensiero, di un modo unico e prezioso di vedere il mondo, spesso accompagnato da un particolare senso dell’umorismo. Tutto questo sta lentamente scomparendo. Anche i due anziani ebrei che intervisto nel mio film — Dora, la signora che parla yiddish, e Marcel — non ci sono più. Per me rappresentavano un’isola, qualcosa di molto familiare. Erano persone che portavano avanti una storia, una memoria.
Purtroppo, come dicevo, gli ebrei sono ormai quasi del tutto scomparsi da Odessa. Un tempo rappresentavano il 30% della popolazione, ora sono solo l’uno o al massimo il due percento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.