VINCITORE DEL CRYSTAL BEAR
CONVERSAZIONE CON LA REGISTA
Sunshine di Antoinette Jadaone emerge nel panorama del cinema filippino come un racconto coraggioso e complesso sul difficile tema dell’aborto, ancora fortemente stigmatizzato nel paese. La giovane protagonista Sunshine, interpretata da Maris Racal, è una ginnasta con il sogno delle Olimpiadi, il cui percorso viene stravolto da una gravidanza indesiderata. Attraverso la sua storia, Jadaone intreccia realismo sociale e tocchi di realismo magico, usando un’amica immaginaria per rappresentare la voce oppressiva della società conservatrice che giudica e limita le scelte delle donne.
Il film non si riduce a un semplice “dramma sull’aborto”, ma apre uno spazio di riflessione sulle pressioni morali, economiche e sociali che schiacciano le protagoniste, mostrando una città – Manila – al tempo stesso luogo di degrado e resistenza. Con uno sguardo femminile autentico, Jadaone indaga il conflitto tra autodeterminazione e coercizione patriarcale, dando voce a chi spesso resta invisibile.
Sunshine non è solo una storia di lotta individuale, ma anche un appello alla solidarietà femminile, un invito a guardare oltre i pregiudizi per riconoscere la complessità di scelte che la società filippina continua a negare. L’interpretazione intensa di Maris Racal rende palpabile il disagio, la forza e la vulnerabilità di una giovane donna che si batte per il proprio futuro in un contesto ostile e limitante.
Il film è stato presentato nella sezione Generation 14plus, dove e stato premiato con il Crystal Bear come miglior film. La conversazione con la regista, avvenuta durante il festival, ha mostrato una Antoinette Jadaone particolarmente vivace e generosa nel condividere il proprio impegno e le motivazioni che hanno dato vita a questo film intenso e necessario.
L’aborto, tema centrale di Sunshine, è molto delicato; inoltre il quadro legislativo e le mentalità variano molto da una parte all’altra del mondo. Anche in Occidente diritti che sembravano acquisiti per le donne vengono oggi messi in discussione, ad esempio in alcuni Stati degli USA, ma anche in diversi Paesi sudamericani. L’aborto è un tema che continua ad essere cruciale dopo tanti anni. Qual’è la legislazione sull’aborto nelle Filippine ? Cosa ti ha spinto a creare questa storia così rilevante?
Tutto è nato una notizia che avevo letto: la storia di una ragazza filippina adolescente morta a causa di complicazioni legate ad un aborto. Da quella vicenda sono emerse molte altre storie simili. È un problema nazionale, ma non è una priorità per il nostro governo. Ti faccio un esempio: non tutti sanno che nelle Filippine il divorzio è ancora illegale. Siamo uno dei soli due Paesi al mondo dove il divorzio è vietato: le Filippine e lo Stato della Città del Vaticano.
In questo contesto, l’aborto non fa parte dalla lista delle urgenze statali. Anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è legalmente riconosciuto. Tutte queste questioni sono chiaramente interconnesse, perché colpiscono soprattutto le persone più emarginate della società. Per quanto riguarda l’aborto, ci sono state molte attiviste per i diritti delle donne che hanno lottato e continuano a farlo, affinche ci sia una nuova legislazione. Le elezioni si avvicinano nelle Filippine, ma ovviamente questo tema non sarà una priorità. Siamo un Paese cattolico e la religione è una parte centralw della nostra vita, non solo di quella privata ma anche di quella pubblica. I grandi gruppi religiosi bloccherebbero qualsiasi voto a favore di un cambiamento dello status quo sull’aborto. Credo che, come registi, il minimo che possiamo fare è quello di dare visibilità queste storie attraverso i film che realizziamo. È per proprio per questo che ho fatto Sunshine !
Il nome della giovane protagonista, Sunshine, ci rimanda a un qualcosa di positive, di radioso. In questo senso è quasi una dichiarazione politica. Considerando la situazione attuale, pensi che Sunshine possa essere mostrato senza problemi nelle Filippine?
Non ne siamo ancora certi, ma immaginiamo che ci saranno molti problemi quando decideremo di proiettarlo, perché l’ente di censura è davvero molto severo. Ancora una volta, la religione gioca un ruolo centrale nel modo in cui i film vengono censurati. Il nostro obiettivo è mostrarlo prima nei festival di tutto il mondo e creare l’attenzione necessaria per poterlo poi proiettare nelle Filippine, che sono il pubblico principale del film, soprattutto i legislatori del Paese.
Per te Sunshine è un film politico, un atto di attivismo? Una chiara presa di posizione?
È inevitabile che diventi una presa di posizione politica. Quando si parla di donne, è sempre una dichiarazione politica, soprattutto nelle Filippine, dove i diritti delle donne non sono una priorità. Personalmente spero che l’aborto venga legalizzato o almeno depenalizzato, ma credo che siamo ancora ai primissimi passi. Per aprire un vero dibattito, questa questione dovrebbe essere in cima all’agenda dei legislatori nel prossimo futuro, ma al momento non lo è. È una crisi che dura da troppo tempo.
La tua protagonista, Sunshine, è una ragazza giovanissima che decide per se stessa, per il proprio corpo. È una scelta coraggiosa ovunque. Per una donna capire che il proprio corpo le appartiene e che deve essere lei a decidere non è facile, nemmeno in Europa. Lo mostri in modo molto delicato nel film: i dubbi, i pensieri, le esitazioni. E poi c’è la scena finale, molto intensa, in cui tu stessa interpreti un ruolo scomodo.
Avevo davvero bisogno di quella scena, in cui finalmente lei si sente forte nelle sue convinzioni. Mostro tutti questi personaggi che le dicono cose diverse. Ma, alla fine, si tratta del suo corpo e dovrebbe essere lei a decidere.
Sunshine è un’atleta, una ragazza che lavora già con il proprio corpo attraverso la ginnastica. Da dove nasce questa bellissima idea? E come hai scelto l’attrice protagonista?
Prima di tutto ho scelto la ginnastica perché è uno sport in crescita nelle Filippine. Per esempio, l’anno scorso abbiamo vinto il nostro primo doppio oro olimpico nella ginnastica, anche se nella categoria maschile. Ma la ginnastica è uno sport femminile in cui bisogna raggiungere il livello olimpico entro una certa età. Inoltre è uno sport estremamente elegante. Ma se rimani incinta, non puoi più allenarti, e il corpo cambia immediatamente, il ventre diventa visibile. Era lo sport perfetto per il tema di cui volevo parlare.
Ho lavorato con Maris Racal in diversi altri progetti. Non è una ginnasta, ma è una ballerina ed era semplicemente perfetta per il ruolo.
La sua interpretazione è davvero straordinaria. L’ho trovata molto equilibrata: espressiva senza mai essere melodrammatica, in un ruolo in cui sta letteralmente lottando per la propria vita.
È stato facile per lei allenarsi. Non abbiamo avuto bisogno di lezioni aggiuntive di flessibilità. È una grande attrice e ha uno sguardo molto espressivo. Molte scene sono scene drammatiche senza dialoghi, senza battute: avevo bisogno solo della sua emozione. Credo quindi che sia perfetto che abbia il corpo e il portamento di una ginnasta, ma anche quella sincerità e quella capacità interpretativa necessarie per il personaggio di Sunshine.
Hai scelto uno stile molto affascinante, una sorta di realismo magico. Il film è perlopiù realistico, ma poi emergono momenti e personaggi onirici. Puoi raccontarci qualcosa di più su questo aspetto?
Volevo entrare nelle complessità della mente di un’adolescente incinta che sta per diventare un’olimpionica. Volevo in qualche modo dare una forma fisica a quell’orrore, a quel trauma, e portarlo nella storia come un altro personaggio del film. Così lo spettatore non deve solo immaginare cosa lei stia provando, ma può vederlo incarnato. In questo modo si entra ancora di più in empatia con Sunshine. Mostrare concretamente la sua angoscia attraverso un personaggio che solo lei può vedere, una manifestazione fisica di ciò che accade nella sua mente, era il minimo che potessi fare per permettere al pubblico di mettersi nei suoi panni.
Allo stesso tempo, l’idea di questa giovane ragazza così determinata è anche, in un certo senso, molto curiosa, persino ironica. All’inizio siamo spaesati, non capiamo subito chi sia questa figura: è la sua coscienza? Un angelo? Un demone? È anche un personaggio un po’ controverso, senza una linea etica chiaramente definita. È una figura molto ambigua. Era tua intenzione introdurre tutte queste contraddizioni?
Sì, assolutamente. Volevo che fosse confuso, perché ciò che queste ragazze vivono non è bianco o nero, è tutto una zona grigia. Quando ho intervistato adolescenti che sono rimaste incinte in tenerissima età, un elemento ricorrente nei loro racconti era quello degli incubi legati a un figlio futuro. Alcune parlavano con un bambino immaginario, perché non potevano parlare con i genitori, né con gli insegnanti. Nemmeno le migliori amiche le avrebbero capite: loro parlano solo di ragazzi e di cotte, mentre queste ragazze stanno pensando se interrompere o meno una gravidanza. È una cosa molto comune.
Anche se hai sviluppato il progetto pensando alla situazione nelle Filippine, ho avuto la sensazione che sia un film estremamente universale, comprensibile ovunque, perché i dubbi e le problematiche sono le stesse, anche se magari in altri Paesi alcune soluzioni pratiche sono più accessibili. C’è poi una seconda linea narrativa molto forte, che introduce la possibilità di una gravidanza causata da stupro. Perché hai deciso di includere anche questa storia?
In realtà è un altro tema, ma è una parte fondamentale del processo decisionale di Sunshine. Anni fa avevo letto sui giornali di una bambina filippina rimasta incinta a nove anni. Ovviamente si trattava di incesto. Quando nelle Filippine le bambine rimangono incinte in età molto giovane — 14 anni o meno — nella maggior parte dei casi è per colpa di un parente. Nelle prime stesure della sceneggiatura questa storia non c’era, ma continuava a emergere durante le ricerche, e mi è sembrato scorretto non includerla nel film. Ho pensato che ogni storia di una ragazza incinta fosse connessa al modo in cui Sunshine avrebbe deciso per se stessa alla fine. Tutti questi personaggi femminili sono basati su storie reali. Le statistiche su morti, violenza e abusi sessuali sono collegate alla storia di Sunshine. È la realtà.
Puoi raccontarci di più su come hai iniziato la ricerca su questo tema?
Prima ancora di decidere definitivamente che sarebbe diventato un film, avevo già fatto molte interviste a ragazze, ai loro genitori e anche ad attiviste per i diritti delle donne. Ho intervistato anche una suora, per avere una prospettiva religiosa: volevo un punto di vista il più possibile completo. Non avevo tutte le carte sul tavolo all’inizio, e quando ho deciso di approfondire ulteriormente, sono andata a Quiapo. Ho fatto leggere la sceneggiatura a molte ragazze e a diversi gruppi, raccogliendo commenti e osservazioni. Continuavo a riscrivere e a rielaborare finché la storia non è diventata quella che sentivo giusta per Sunshine. È un racconto che richiede una ricerca molto seria, perché una sola scena sbagliata può trasformare il film in qualcosa che tradisce completamente l’intento originale.
Nonostante la serietà del tema, per me Sunshine è un vero film adolescenziale: il tono resta leggero, il ritmo vivace, i colori sono accesi e i giovani protagonisti molto coinvolgenti. Puoi parlarci dell’estetica del film? Inoltre, è stato girato a Manila?
Sì, è stato girato a Manila, e le scene degli allenamenti di Sunshine sono state girate nella vera palestra dove si allena la squadra olimpica filippina di ginnastica. Per quanto riguarda la fotografia, era una scelta consapevole renderla onirica e carica di speranza. È un po’ come dare una medicina amara ai bambini: ci aggiungi un po’ di zucchero per farla andare giù.
