INTERVISTA CON IL REGISTA

Presentato alla Berlinale nella sezione Perspectives, Mad Bills to Pay (or Destiny, Dile que no soy malo) conferma l’esordio di Joel Alfonso Vargas come una delle proposte più rigorose e consapevoli emerse dal festival. Ambientato nel Bronx ed immerso nel quotidiano di una comunità dominicano-americana, il film segue Rico, diciannove anni, sospeso tra un’adolescenza che si ostina a non finire e una paternità imminente che lo costringe a fare i conti con sé stesso. Vargas adotta un realismo asciutto, costruito su piani fissi, durate controllate e un montaggio ellittico che restituisce la sensazione di un tempo circolare, in cui le responsabilità sembrano sempre rimandate.

 Mad Bills to Pay articola il proprio discorso critico attraverso i gesti minimi e i conflitti domestici, lasciando affiorare senza enfasi il tema di una mascolinità immatura, modellata dall’assenza di riferimenti e da un contesto socioeconomico che ne perpetua l’irresponsabilità. Il film dialoga con la tradizione del cinema indipendente americano, ma trova una voce autonoma nella precisione con cui osserva i suoi personaggi, senza mai assolverli né condannarli.

Durante la Berlinale ho incontrato e intervistato Joel Alfonso Vargas, che ha parlato con grande libertà del proprio lavoro, soffermandosi sul rapporto con gli attori, sul metodo di ripresa e sulle motivazioni personali alla base del progetto.

Sono curiosa di sapere come è nato questo straordinario progetto. È un lavoro molto organico e ho l’impressione che lei sia molto vicino al luogo e alle persone che ritrae.

Mads Bills to Pay racconta una storia che non è la mia storia al cento per cento – non sono un padre adolescente e non ho mai  venduto nutcracker cocktails , ma sono cresciuto vicino a molte persone che lo hanno fatto, che erano padri o madri adolescenti, e sono amici molto stretti. Sono cresciuto nel Bronx. Questo è un punto chiave. La comunità che si vede nel film è la mia comunità. Penso sia naturale voler raccontare una storia che si svolge in quell’ambiente. La storia specifica della coppia e del bambino non l’ho vissuta personalmente, ma conoscevo tante persone che l’hanno vissuta. I miei genitori erano ancora degli adolescenti quando sono nato. Era come voler raccontare un po’ quell’esperienza toccando anche delle tematiche  come la paternità, la mascolinità e cosa significhi crescere senza un padre. Questa è un’esperienza di vita che influenza in modo essenziale la tua mascolinità e il modo in cui la interpreti. Nel mio caso, conosco mio padre, ma non sono cresciuto molto vicino a lui. Volevo esplorare questi temi attraverso il personaggio di Rico, che continua a sbagliare, fa le scelte sbagliate e non sa cosa significhi essere un partner affidabile perché è troppo giovane per occuparsi anche d  un’altra persona – la sua compagna – e, ancora peggio, anche del bambino. Rico non ha un modello tradizionale di uomo da seguire. È ancora un ragazzo, quindi non ci si può aspettare che abbia un alto livello di responsabilità o di consapevolezza.

Tutto sembra molto spontaneo, ma si reatta di un film molto complesso. INnoltre  i dialoghi sono semplicemente eccezionali! Era tutto gia perfettamente scritto nella sceneggiatura o è stato in parte improvvisato? Sembra tutto così vibrante ed autentico.

La sceneggiatur è stata parzialmente improvvisata. Ho scritto circa 30 pagine di sceneggiatura perché servivano ai produttori per il finanziamento, poi il resto della storia era una sorta di scaletta, costruita intorno ad una serie di punti chiave. Siamo andati in produzione sapendo abbastanza chiaramente cosa avremmo girato, la struttura drammaturgica, le location e le varie sena all’ultimo momento, quando tuti i personaggi si ritrovano intorno alla tavola di un picnic. Era tutto pre-visualizzato nella scrittura.

Sembra una struttura molto chiara…

Sì, ma le sfumature di quello che succedeva all’interno delle scene, i dialoghi o il movimento degli attori, tuuto questo è stato lasciato in mano agli attori. A parte quelle 30 pagine che avevo scritto per definire i personaggi e il loro modo di parlare, tutto il resto ho voluto che fosse il cast ad esplorarlo. Io davo lorosolo le indicazioni.

Avete girato in ordine cronologico?

Molti mi hanno detto che il film scorre molto bene. Ma no, non abbiamo girato in ordine cronologico. Abbiamo girato in modo tradizionale. Però credo che abbia quell’effetto organico.

Vorrei sapere di più sui vostri fantastici attori. Sono professionisti o non professionisti? Il loro contributo è stato enorme! Come li avete scelti? E come avete lavorato con loro prima delle riprese?

Sono molto rigoroso nel processo di pre-produzione. Trovare il cast giusto era fondamentale per me. Ci sono tanti attori dominicani-americani professionisti, ma se vuoi autenticità devi fare casting per strada e lavorare con non professionisti. Alla fine c’è una combinazione di attori professionisti e non. Joanna Florentino è professionista, Natalie Navarro, che interpreta la sorella, anche lei è professionista. Juan Collado ha esperienza nel teatro comunitario. Destiny invece non aveva alcuna esperienza, l’abbiamo trovata sui social media. In realtà abbiamo cercato ovunque; nei parchi, chiedendo alla gente: “Ehi, vuoi fare un film? Vieni a un’audizione!” Abbiamo visto quasi un centinaio di persone in questo modo, poi abbiamo testato diverse combinazioni. Abbiamo dato tanta importanza al cast che quando siamo arrivati in produzione, al momento delle riprese, non avevo più molto da dire. Con il direttore della fotografia sceglievamo l’inquadratura, ricordavo al cast lo scopo della scena e poi li lasciavo liberi. Da una ripresa all’altra magari cambiavamo una o due cose finché non trovavamo la giusta alchimia.

Avete fatto delle prove prima di girare?

Sì, le prove sono state un momento cruciale per esplorare a fondo la storia, analizzarla e riscrivere le scene insieme. Volevo che prendessero davvero possesso dei dialoghi. Credo che per questo motivo il film risulti così naturale in certi punti, perché sono le loro parole, non le mie. Ho creato un ambiente dove gli attori potessero restare nel personaggio senza uscire dalla testa. Nel film tutto è girato in un’unica ripresa per scena. Non c’era pressione a rifare più volte una scena. Era: “Questa è la scena, potete fare quello che volete. Se sbagliate non importa, non la taglieremo!” Ogni ripresa era quindi fresca, con qualcuno in un posto diverso o una battuta nuova. È stato molto stimolante per gli attori, perché non avevano la pressione di ricordare cosa avevano fatto o dove stare, e questo ha reso tutto molto fluido.

Il montaggio di questo materiale è stato una sfida?

Abbiamo girato circa 27 ore di materiale, ma tutto molto contenuto, perché non era un documentario dove scopri la struttura in fase di montaggio. C’erano diverse versioni di una scena, ma sempre con una struttura chiara. La sfida era trovare il ritmo giusto, la combinazione dei tempi. Come regista dovevo avere un rapporto molto stretto con il girato per sentire le transizioni. Non è stato così difficile come sembra. Le limitazioni a volte aiutano a semplificare.

La forma dell’inquadratura, con angoli arrotondati, mi ha ricordato le vecchie foto negli album di famiglia. Perché avete scelto questa forma?

La fotografia è stata una grande ispirazione per noi. Vivo a Londra, ma la maggior parte della mia famiglia è a New York. Preparando le riprese, li visitavo spesso e guardavamo vecchie foto di famiglia. Ricordo che ero a casa di mia nonna a sfogliare gli album con fotografie degli anni ’70 con gli angoli arrotondati. L’ho trovata molto interessante. Volevo che il film avesse la sensazione di una serie di vignette e fotografie, ma con un senso di immobilità. Quando si vedono storie su New York, spesso la città è rappresentata come frenetica, velocissima, con molti tagli di montaggio. Perché questa è in genere la realtà di una grande metropoli. Ma la mia esperienza di New York, nonostante il ritmo veloce, è che ci sono posti, quartieri dove tutto è lento, quasi fermo. Puoi passare l’intera giornata alla fermata del bus a guardare le macchine o giocare a domino. Volevo mostrare anche quel tipo di New York, una vita quasi immobile.

Avete girato nel Bronx, un quartiere mitico nel cinema, ma spesso rappresentato come un luogo pericoloso. Il Bronx che vediamo nel suo film è completamente diverso da questi stereotipi.

Ci sono tanti stereotipi che descrivono questo quartiere come una zona pericolosa, perché negli anni ’70 e negli anni 80 era davvero così. Ma è molto cambiato da allora. Inoltre bisogna immaginarsi che negli anni ’20 e ’30, era un posto di lusso. C’è una zona chiamata Grand Concourse, ispirata ai Champs-Élysées di Parigi, con grandi boulevard e appartamenti enormi, simili solo a quelli dell’Upper East Side o dell’Upper West Side. Negli anni ’70 e ’80 tutto è caduto in rovina, ottenendo una pessima reputazione per crimini ed incendi, ma era un posto bellissimo con una splendida zona sul mare….

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