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CONVERSAZIONE CON LA REGISTA – PRIMA PARTE

La violenza esplode in un istante; la sua rimozione, invece, può durare per decenni. Die Möllner Briefe di Martina Priessner si colloca precisamente nello spazio inquietante e doloroso che separa questi due momenti, interrogando non solo la memoria di un attentato razzista, ma il modo in cui una società sceglie – o rifiuta – di farsene carico. Nel 1992, a Mölln, due attentati incendiari colpirono le abitazioni di alcune famiglie di migranti: tre persone morirono, tra cui la nonna, la sorella e la cugina del piccolo İbrahim Arslan, sopravvissuto per miracolo. A quell’orrore seguirono centinaia di lettere di solidarietà, spedite da tutta la Germania. Parole di sostegno, vergogna, conforto, empatia. Ma quelle lettere non arrivarono mai ai destinatari: rimasero archiviate, silenziate dalla burocrazia, invisibili per ventisette anni. Il film prende avvio da questa assenza clamorosa. Priessner segue Ibrahim Arslan, oggi attivista, mentre rintraccia alcune delle persone che avevano scritto quei messaggi e si confronta con le istituzioni per una responsabilità che non hanno mai assunto. Ne nasce un documentario sobrio e profondamente politico, che evita tanto la retorica commemorativa quanto l’accusa urlata. Attraverso incontri intimi, gesti minimi – un sasso portafortuna, un disegno infantile, poche righe tremanti – Die Möllner Briefe trasforma la storia di un fallimento amministrativo in una riflessione più ampia sul trauma, sulla trasmissione del dolore e sul peso del silenzio istituzionale. Nel dare finalmente voce a ciò che era stato messo a tacere, il film suggerisce una verità scomoda: non consegnare la solidarietà alle vittime equivale a prolungare la violenza. E costringe lo spettatore a confrontarsi con una domanda che resta aperta: che cosa significa davvero, per una democrazia, ascoltare chi è stato colpito dal razzismo?

Martina Priessner, incontrata a Berlino, ha risposto alle mie domande con schiettezza e generosità, facendo emergere le complessità e i diversi risvolti del suo lavoro di investigazione.

Vorrei soffermarmi su un tema centrale del tuo documentario: la trasmissione del trauma alle generazioni successive. La forza e l’impatto delle conseguenze post-traumatiche sui discendenti sono il fulcro del film, e credo che sia ciò che lo rende così potente.

Martina Priessner: Esatto, è proprio così. Per me, il cuore del film è proprio il modo con cui il trauma si trasmette attraverso il tempo. Ho iniziato il lavoro con Ibrahim, poi ho incontrato suo fratello, sua sorella e, infine, l’intera famiglia. Nonostante tutti parlino il tedesco nella vita di tutti i giorni, il turco è stato fondamentale per instaurare un rapporto di fiducia, specialmente con la madre, aprendo un canale di comunicazione profondo. Questo trauma è palpabile in ogni gesto, ogni parola, permea la loro vita quotidiana ancora oggi. È stata un’esperienza intensa, sebbene me lo aspettassi.

L’impatto emotivo del film è davvero forte.

Sì, ma mostra anche le strategie con cui la famiglia affronta questa realtà: convivere con un peso enorme, ma anche trovare una forza straordinaria. Il film non racconta solo dolore, ma anche resistenza. Alla prima a Berlino molte persone hanno pianto, compresa me stessa. Il dolore è tangibile, ma c’è un messaggio di speranza e di lotta.

In effetti, un messaggio che parla a tutti, con un carattere universale.

Esatto, soprattutto grazie a Ibrahim, attivista da vent’anni, che afferma: “Non guardate solo il nostro dolore, ma anche lla nostra resistenza.” Questo messaggio accompagna la famiglia da decenni. Le cicatrici non scompaiono, ma parlarne aiuta a elaborarle. Ibrahim ha ricevuto supporto psicologico fin da bambino, ma il trauma resta. Altri membri della famiglia non hanno avuto lo stesso sostegno, eppure l’impatto su tutti è profondo.

Spesso si pensa che chi non ha vissuto direttamente un trauma non ne sia influenzato.

Invece il trauma si trasmette anche senza esperienza diretta. Ibrahim ha vissuto un episodio traumatico da bambino, mentre Lili è nata in una famiglia già segnata da quelle ferite. Volevo mostrare come queste ferite non guariscano completamente e come si impari a convivere con esse, anche se non tutti ci riescono. Molti si arrendono. Il sistema di sostegno resta insufficiente. I sopravvissuti devono spesso lottare per far riconoscere il loro dolore attraverso certificazioni mediche o psicologiche. È un peso enorme.

Nel film, il padre, attivista da trent’anni, lascia spazio alla madre, che esprime un dolore ancora vivo ed immediato.

È stato un momento cruciale. La madre porta un dolore che sembra appena accaduto. Questa diversità di vissuti ha arricchito il film, offrendo molteplici prospettive. Raccontare queste dimensioni è stato un vero dono.

Il progetto si è sviluppato nell’arco di diversi anni. Come è cambiato il film dall’idea iniziale alla versione definitiva?

Tutto è partito dalla scoperta di alcune lettere che Ibrahim mi ha mostrato. Da subito si è delineata la storia da raccontare, trentatré anni dopo quei fatti. Nel tempo si è instaurato un rapporto di fiducia con la famiglia e con le istituzioni di Mölln, non senza difficoltà. Ci sono state pause, ma il contatto è sempre rimasto vivo. La produzione ha richiesto tre riprese principali e molto tempo per sviluppare il progetto. La memoria di Mölln è il nucleo della narrazione, un momento storico cruciale per la città e la famiglia.

Hai seguito anche la dimensione istituzionale, il rapporto con la città e le amministrazioni.

Sì, abbiamo avuto accesso agli archivi cittadini e collaborato con il Centro Documentazione Migrazione di Colonia. Questi materiali sono stati fondamentali per inserire la storia personale nel contesto sociale degli anni ’90, caratterizzato da violenze e razzismo. Abbiamo incontrato testimoni, tra cui alcuni autori delle lettere, come Sonja e Jessica, e altre figure chiave che hanno arricchito il racconto.

Nel film l’attivismo di Ibrahim è accennato ma non approfondito. Perché questa scelta?

Il film ha una durata limitata e dovevamo fare delle scelte. L’attivismo di Ibrahim è centrale e viene mostrato, soprattutto verso la fine, con la creazione di una rete nazionale contro il razzismo. Tuttavia, il focus resta sulla dimensione umana e familiare del trauma.

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