In The Guest, esordio nel lungometraggio del danese Mads Mengel, una festa di famiglia diventa progressivamente un campo di battaglia. Presentato in world premiere nella Crystal Globe Competition della 60ª edizione del Karlovy Vary International Film Festival, il film ha conquistato due importanti riconoscimenti: il Premio Speciale della Giuria e il premio per la Migliore Regia a Mengel. Un risultato significativo per un’opera prima che si muove nel territorio del dramma familiare nordico, ma che trova la propria forza non tanto nella rappresentazione della disfunzione quanto nell’ambiguità con cui osserva i suoi personaggi.

Karl ed Emilie sono arrivati in un elegante albergo sul mare per celebrare la nascita del loro primo figlio. Intorno a loro si riunisce una famiglia borghese apparentemente affiatata, in un ambiente luminoso, ordinato, quasi immacolato. Ma l’equilibrio della festa è destinato a incrinarsi con l’arrivo inatteso di Vibeke, la madre di Karl, che da anni non vede il figlio. È stata Rikke, la sorella di Karl, a invitarla senza informarlo. La sua decisione nasce da una posizione apparentemente semplice: Vibeke è pur sempre la loro madre e dovrebbe avere la possibilità di conoscere il nipote. Per Karl, invece, la sua presenza riapre una ferita che credeva di aver chiuso.

Il passato di Vibeke è segnato da episodi di malattia mentale e da una lunga storia di conflitti familiari. Karl ha scelto di interrompere i rapporti con lei e ha costruito la propria vita adulta proprio in opposizione al caos della sua infanzia. Il suo lavoro ordinario, il matrimonio stabile, il rapporto con i suoceri e persino la cura quasi maniacale con cui organizza la cerimonia sembrano comporre una barriera contro tutto ciò che Vibeke rappresenta. La sua esistenza è fondata sulla prevedibilità; l’arrivo della madre introduce invece l’imprevedibile.

Mengel evita però di trasformare Vibeke in una semplice figura minacciosa. È qui che The Guest diventa più interessante. Interpretata da una straordinaria Trine Dyrholm, Vibeke è imprevedibile, invadente, egocentrica e spesso inquietante, ma anche vitale, spiritosa e capace di autentici slanci affettivi. La sua allegria non è necessariamente una maschera, così come i suoi comportamenti disturbanti non possono essere liquidati semplicemente come sintomi. Quando racconta storie sconnesse, scherza, parla di Strindberg o si lascia coinvolgere con entusiasmo dalla festa, non sappiamo mai fino a che punto ciò che vediamo sia eccentricità, sofferenza o semplicemente una personalità che non accetta più le regole sociali imposte dagli altri.

La regia sfrutta con intelligenza questa incertezza. Lo spettatore non possiede un punto di vista esterno da cui giudicare Vibeke: la vediamo soprattutto attraverso gli occhi dei figli, e in particolare attraverso la paura di Karl. Ogni gesto può dunque essere interpretato in modi diversi. Una battuta fuori luogo può essere innocua o il segnale di una crisi imminente; un gesto affettuoso può contenere un’aggressività latente. Mengel costruisce così una tensione che precede gli eventi stessi: siamo portati ad aspettare che Vibeke oltrepassi una soglia, anche quando il film ci suggerisce che forse quella soglia esiste soprattutto nella percezione dei suoi figli.

Il rapporto tra Karl e Rikke introduce un’ulteriore complessità. I due hanno sviluppato strategie opposte per convivere con la madre. Karl si è allontanato; Rikke è rimasta accanto a lei, continuando a occuparsi della sua vita quotidiana. Nessuno dei due, tuttavia, è davvero libero. Rikke conosce i segnali che precedono una crisi e sa come gestirli, ma proprio questa familiarità la rende incapace di riconoscere alcuni comportamenti come problematici. Karl, al contrario, è così determinato a proteggersi dal passato da leggere ogni gesto della madre come una possibile minaccia.

Mengel e il co-sceneggiatore Christian Bengtson sono più convincenti quando rifiutano di stabilire chi abbia ragione. La tensione nasce precisamente dall’impossibilità di trovare una posizione moralmente incontestabile. Karl accusa Rikke di non saper porre dei limiti; Rikke lo accusa implicitamente di essersi sottratto alla responsabilità di occuparsi della madre. Entrambi hanno buone ragioni, ma entrambi sono anche prigionieri dei propri meccanismi di sopravvivenza. Quando i fratelli arrivano persino a somministrare di nascosto dei sonniferi a Vibeke, la dinamica si rovescia: per tutto il film abbiamo atteso che fosse lei a oltrepassare il limite, ma sono i figli a farlo per primi.

Il film trova un efficace contrappunto visivo tra l’apparente perfezione dell’ambiente e il progressivo disfacimento dei rapporti. La fotografia di David Bauer, dominata dalla luce fredda e da una palette quasi abbagliante, trasforma l’albergo sul mare in uno spazio tanto accogliente quanto claustrofobico. La macchina da presa a mano si avvicina continuamente ai personaggi, passa dall’uno all’altro, intercetta sguardi e reazioni prima ancora che i dialoghi chiariscano ciò che sta accadendo. I frequenti primi piani e i rapidi movimenti laterali accentuano la sensazione di instabilità, mentre la distanza tra i personaggi sembra ridursi fino a diventare fisicamente insostenibile.

È evidente il legame con una certa tradizione del cinema danese, e in particolare con l’eredità del Dogma 95 e con il dramma familiare di Thomas Vinterberg. Ma Mengel non si limita a riprodurne le convenzioni. Il suo approccio è meno feroce e più interessato alle zone intermedie, ai momenti in cui l’irritazione lascia spazio alla tenerezza e la paura alla speranza. Proprio questi momenti sono essenziali, perché permettono di comprendere perché Karl, nonostante tutto, possa ancora credere che questa volta le cose potrebbero andare diversamente.

Al centro di The Guest c’è dunque una domanda meno semplice di quella suggerita dalla sua premessa: quanto del passato siamo davvero capaci di lasciarci alle spalle? Karl crede di essersi sottratto all’eredità materna, ma la sua ossessione per il controllo dimostra quanto quella storia continui a determinare il suo presente. Rikke ha scelto la strada opposta e ne paga un prezzo altrettanto alto. Vibeke, dal canto suo, vuole tornare a essere madre e non soltanto una presenza tollerata ai margini della vita dei figli. Nessuno dei tre dispone degli strumenti necessari per ricominciare davvero.

La festa per il neonato diventa così il luogo in cui si incontrano tre diverse forme di vulnerabilità. Mentre tutti cercano di proteggere se stessi, il bambino rimane l’unico personaggio ancora estraneo alle strategie difensive che hanno governato la famiglia per anni. È questa consapevolezza, più che l’escalation degli eventi, a dare al film la sua nota più inquieta. The Guest non cerca una facile riconciliazione e non concede a nessuno il privilegio di avere completamente ragione. Il suo interesse sta nel mostrare quanto sia difficile interrompere la trasmissione del dolore: per liberarsi davvero dal passato non basta allontanarsene, bisogna prima riconoscere quanto profondamente continui a vivere dentro di noi.

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