In Paris Paris, la città non è soltanto il luogo in cui arrivano tre migranti alla ricerca di una nuova vita: è uno spazio che cambia, che accoglie e al tempo stesso espelle, che conserva le proprie forme mentre perde progressivamente la memoria di ciò che è stato. Isabelle Tollenaere costruisce attorno a questa contraddizione il suo primo lungometraggio di finzione, seguendo Yi-En, arrivato dalla Cina, Junior, originario del Congo, e Hamzah, rifugiato palestinese. Frequentano un corso di francese, svolgono lavori precari e vivono insieme in un edificio quasi abbandonato della Défense, destinato alla demolizione. In quello spazio marginale, i tre finiscono però per costruire una casa, fragile e provvisoria, fondata sulla solidarietà.

Il titolo racchiude già una delle intuizioni più interessanti del film. Yi-En proviene da Tianducheng, una città cinese costruita come replica di Parigi, completa di Torre Eiffel. Il protagonista si trova così a vivere una condizione di doppia appartenenza: è arrivato nella città reale, ma proviene da una sua imitazione. Questa singolare sovrapposizione diventa una metafora della condizione di chi cerca di costruirsi un’identità lontano dal proprio Paese, senza riuscire mai a sentirsi completamente parte del luogo in cui vive. Tollenaere, proveniente dal documentario, sceglie una forma ibrida che conserva qualcosa dell’osservazione documentaria.

I protagonisti, interpretati da non professionisti, portano nel film una presenza naturale, mentre la macchina da presa inizialmente statica di Thomas Verijke, racchiusa in un formato 4:3, osserva persone e spazi con una precisione quasi geometrica. Quando la macchina da presa comincia lentamente a muoversi, cambia anche la relazione tra i personaggi e il film lascia emergere un umorismo sommesso, talvolta assurdo, che convive con una dimensione più poetica. È proprio l’alternanza tra leggerezza e precarietà a costituire uno degli aspetti più riusciti di Paris Paris. Le storie dei tre uomini sono tutt’altro che leggere. Hamzah è segnato dalla guerra e dalla distruzione del luogo da cui proviene; Junior osserva la trasformazione di Lubumbashi, ormai quasi irriconoscibile; Yi-En è legato a una città che è, a sua volta, una copia costruita per ragioni immobiliari.

Eppure il film non insiste sulla sofferenza e non cerca di imporre allo spettatore una precisa reazione emotiva. La convivenza dei tre uomini, con i suoi piccoli gesti quotidiani e le sue situazioni talvolta surreali, diventa piuttosto un modo per mostrare come una comunità possa nascere ai margini. Anche l’apprendimento del francese assume un significato che va oltre la necessità pratica. Frequentare una scuola di lingua significa compiere uno sforzo concreto per poter restare in un luogo: affermare, in qualche modo, “voglio vivere qui”. La scuola permette inoltre al film di allargare il proprio universo, introducendo altri personaggi e altre esperienze. Ma anche i libri utilizzati in classe diventano rivelatori: attraverso le immagini della Torre Eiffel, del Louvre e degli altri simboli nazionali, insegnano la lingua insieme a una determinata rappresentazione della Francia, rafforzando cliché e un’idea codificata dell’identità nazionale. La città, intanto, cambia. La gentrificazione ha progressivamente modificato il carattere di alcune zone di Parigi, sostituendo piccoli negozi e luoghi della vita quotidiana con spazi più costosi e intercambiabili.

L’edificio occupato dai protagonisti, destinato a essere demolito, diventa l’emblema di questa trasformazione. La sua scomparsa non implica soltanto la perdita di uno spazio fisico, ma anche di ciò che quello spazio custodisce: relazioni, memorie, abitudini. La precarietà degli immigrati e quella dei luoghi che li accolgono finiscono così per riflettersi l’una nell’altra. Tollenaere evita deliberatamente di trasformare questa materia in un discorso politico esplicito. Il film non cerca tanto di spiegare la condizione dei rifugiati quanto di osservarne le contraddizioni e le forme quotidiane di resistenza. Questa scelta è una delle sue qualità, perché permette ai personaggi di non ridursi a semplici esempi di una condizione sociale. Al tempo stesso, però, la struttura per episodi e la molteplicità delle storie producono talvolta una certa dispersione. Alcuni spunti rimangono più suggestivi che realmente sviluppati, mentre nella parte finale la dimensione allegorica tende a diventare più opaca.

La Parigi del film non è quella dei monumenti, ma quella di chi la attraversa senza possederla, di chi cerca un posto in una città che cambia continuamente sotto i suoi occhi. Tra edifici destinati a scomparire, paesaggi ricostruiti e identità in movimento, Tollenaere suggerisce che abitare un luogo significa anche poterlo riconoscere. E quando un paesaggio perde la propria memoria, a essere messa in discussione non è soltanto l’identità di una città, ma anche quella di chi cerca di chiamarla casa.

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