Premio per la Miglior Regia nella sezione Proxima

Conversazione con il regista

Ipnotico, narrativamente imprevedibile ed emotivamente disarmante, il primo lungometraggio di Efthimis Kosemund-Sanidis cattura lo spettatore fin dalla prima inquadratura. Vincitore del Premio per la Miglior Regia nella sezione Proxima del Karlovy Vary International Film Festival, il film prende le mosse da una situazione apparentemente semplice. Ilias, un giovane uomo, sale su un traghetto diretto verso un’isola. Durante il viaggio parla con i suoi compagni di viaggio, evitando con discrezione di rispondere alla domanda che tutti gli rivolgono: Cosa ti porta sull’isola? Il regista non ha fretta di rivelare altro. Al contrario, sceglie di mantenere lo spettatore nella stessa posizione del suo protagonista. Procediamo insieme a lui, scoprendo un luogo sconosciuto, persone che sembrano conoscersi tutte tra loro e una narrazione che sposta continuamente le nostre aspettative. Ogni incontro, ogni nuova informazione, ogni dettaglio apparentemente insignificante modifica il modo in cui interpretiamo ciò che abbiamo già visto.

Scopriamo presto che Ilias è arrivato sull’isola per rivendicare l’eredità del padre, un medico appena morto che in realtà non ha mai conosciuto. Il patrimonio, tuttavia, si rivela presto di secondaria importanza. La vera eredità è altrove: nelle storie raccontate dagli abitanti, nei ricordi che condividono quasi spontaneamente con un giovane sconosciuto, semplicemente perché è il figlio dell’uomo che per anni si è preso cura di loro. Ilias cerca così di ricostruire l’immagine di un uomo che è sempre stato assente dalla sua vita. Attraverso i ricordi degli altri, però, suo padre diventa sempre più vivo. Parallelamente, senza rendersene conto fino in fondo, Ilias comincia a scoprire aspetti di sé che fino a quel momento gli erano rimasti sconosciuti.

La comunità occupa una posizione centrale nel film, senza essere mai presentata come un microcosmo idealizzato. Gli abitanti dell’isola non sono simboli di una collettività perduta, ma persone concrete, con le loro contraddizioni e le loro peculiarità. Continuano, tuttavia, a prendersi cura del medico morto prendendosi cura di suo figlio. Senza volerlo, diventano i depositari di un’eredità molto più importante di qualsiasi bene materiale. Attraverso questa discreta solidarietà, il film riflette sul modo in cui una comunità possa mantenere viva la presenza di una persona anche dopo la sua morte.

Quasi impercettibilmente, il corpo assume un ruolo sempre più centrale nella narrazione. Quando la mano di Ilias comincia improvvisamente a paralizzarsi e, in seguito, lo stesso accade alla gamba, non viene fornita alcuna spiegazione. Anche altre persone sull’isola sembrano soffrire di una malattia altrettanto misteriosa, senza che venga mai chiarito se i diversi casi siano collegati. Questa ambiguità non è un espediente narrativo, ma un elemento organico di un mondo in cui non tutto può, e forse non tutto deve, essere spiegato. Il corpo sembra sapere prima della mente, reagire prima ancora che le emozioni riescano ad assumere un nome. Così, la perdita, l’incertezza e i silenziosi cambiamenti che attraversano la vita di Ilias si imprimono innanzitutto nel corpo e solo in seguito diventano un’esperienza consapevole.

Allo stesso tempo, l’isola sprofonda ripetutamente nell’oscurità. Le improvvise e prolungate interruzioni di corrente non diventano una fonte di tensione drammatica. Al contrario, alimentano una diffusa sensazione di sospensione, come se l’intero luogo fosse in bilico su un fragile equilibrio che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. Come la malattia, anche le interruzioni di corrente rimangono prive di una spiegazione definitiva. La narrazione integra l’inspiegabile nella quotidianità degli abitanti, trasformandolo in una presenza discreta ma costante che modifica il modo in cui vivono lo spazio e il tempo.

La via d’uscita che Ilias cerca, quasi senza rendersene conto, emerge gradualmente attraverso il rapporto con Kalliope, una giovane cameriera dell’isola. Se fino a quel momento il corpo era stato soprattutto il luogo della malattia, dell’incertezza e della perdita, attraverso il loro incontro acquista una nuova dimensione. La vicinanza fisica tra i due giovani è filmata con notevole delicatezza. Il loro contatto diventa però la prima vera possibilità di una relazione con l’altro. Nei loro momenti insieme, il film trova le sue immagini più luminose e tenere, lasciando intravedere come, anche in un mondo in cui molte cose rimangono inspiegabili, il rapporto con l’altro possa diventare un modo per tornare ad abitare il proprio corpo e, insieme ad esso, ritrovare se stessi.

La fotografia di Christos Voudouris valorizza la luce naturale e il paesaggio senza idealizzarli. L’isola non è uno sfondo, ma uno spazio vivo di incontro, isolamento e trasformazione. Allo stesso modo, il montaggio di Livia Neroutsopoulou costruisce un ritmo che permette alle relazioni e ai piccoli mutamenti dei personaggi di acquisire il giusto peso. Le interpretazioni di Anastasis Georgoulas e Flomaria Papadaki, suggestive e assolutamente precise, contribuiscono pienamente a questa particolare e sensibile visione registica.

Un uomo quasi completo riesce a parlare della perdita, della famiglia, della comunità e del corpo senza ricorrere né al didascalismo né alla facilità del simbolismo. Quando scorrono i titoli di coda, ciò che è realmente cambiato non è soltanto Ilias, ma anche il nostro modo di intendere cosa significhi diventare, attraverso il rapporto con gli altri, un uomo quasi completo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.