Tra i film più significativi presentati al Marrakech International Film Festival, My Father and Qaddafi, esordio nel lungometraggio della regista libico-americana Jihan K, ha ricevuto il Jury Prize, ex æquo con Memory di Vladlena Sandu. Presentato in première mondiale fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il film ripercorre la scomparsa del padre della regista, trasformando il dolore e la perdita in una profonda riflessione sulla storia, la memoria e la violenza politica.

Mansur Rashid Kikhia, ex diplomatico libico, avvocato per i diritti umani e strenuo oppositore di Muammar Gheddafi, fu rapito nel 1993 dall’hotel del Cairo in cui si trovava per partecipare a una conferenza sui diritti umani. Non fece mai ritorno. Jihan aveva appena quattro anni ed era troppo piccola per conservarne un ricordo.

Il film nasce da questa assenza: l’obiettivo di Jihan non è soltanto ricostruire la figura del padre e il suo passato tormentato e oscuro, ma colmare un vuoto doloroso.

Più che un’indagine convenzionale, My Father and Qaddafi è una riflessione sul modo in cui le vite ci vengono trasmesse dagli altri, attraverso voci, documenti, gesti e memorie. Jihan diventa così la destinataria di narrazioni ereditate, tutte parziali e cariche di emozione. «Mi affido ai ricordi degli altri», afferma, esprimendo non soltanto un limite personale, ma una verità più ampia sul modo in cui la storia sopravvive: indirettamente, in modo diseguale e spesso frammentario.

Mansur Kikhia prende forma sullo schermo attraverso testimonianze che lo elevano a simbolo di integrità politica in un ambiente segnato dal compromesso e dalla paura. In definitiva, ciò che è in gioco nel film non è tanto chi Mansur «fosse davvero», quanto il modo in cui la sua assenza continua a incidere su coloro che ha lasciato.

Al centro di questa trasmissione c’è Baha Al Omary, moglie coraggiosa e indomita di Mansur Kikhia e madre di Jihan. Il suo rifiuto di lasciare che il destino del marito sprofondi nel silenzio diventa la forma più concreta di resistenza del film. Il dolore personale si trasforma in un confronto feroce con la politica, il potere e la negazione della storia. Parla instancabilmente alla stampa e conduce le proprie indagini, alla ricerca di ogni indizio o traccia che possa spiegare la scomparsa del marito. Arriva persino a incontrare Gheddafi in persona, probabilmente responsabile del rapimento di Mansur, in una delle sequenze più inquietanti del film. Nelle immagini d’archivio, Gheddafi la riceve con estrema cortesia, ma offre risposte ambigue quando lei gli chiede direttamente se il marito sia morto o sia ancora vivo da qualche parte.

Il confronto con la storia libica segue una logica analoga. Anziché drammatizzare gli eventi, il film li presenta: la colonizzazione, il colpo di Stato, la dittatura, l’esilio, il crollo. La storia appare come un processo che interrompe le vite, altera la percezione del tempo e sopravvive agli individui. L’alternanza tra la dimensione intima della famiglia e l’esposizione più ampia della storia politica, notevole anche sul piano del montaggio, può apparire a tratti dissonante, ma è proprio questa dissonanza a rivelarsi essenziale.

I video di famiglia, molti dei quali girati da Baha Al Omary, funzionano nel frattempo come fragili reliquie più che come ricordi consolatori. Promettono intimità, ma al tempo stesso sottolineano un’esclusione: momenti che la regista può vedere, ma nei quali non potrà mai veramente entrare. Il cinema diventa così uno strumento paradossale, capace di preservare una presenza e, nello stesso tempo, di confermare la perdita.

Quando My Father and Qaddafi affronta infine la verità dolorosa sul destino di Mansur, la rivelazione non offre alcuna catarsi. La conoscenza non risolve il lutto, ma ne rende più netti i contorni. Jihan rifiuta, in definitiva, l’idea che la verità possa guarire. Raccontare la storia di suo padre significa per lei rifiutarne la scomparsa, anche quando la realtà è insostenibile.

My Father and Qaddafi fa della frammentazione tanto un metodo quanto una scelta etica. Non ricompone il personale e il politico, il padre e la nazione, il passato e il presente. Li mantiene insieme senza levigarne le asperità. E suggerisce così che il gesto più radicale del cinema possa consistere proprio nella disponibilità a rimanere incompleto: non testimoniare ciò che può essere recuperato, ma ciò che non deve essere dimenticato.

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