Presentato al Marrakech International Film Festival in un gala alla presenza dell’intera équipe, Calle Málaga della regista marocchina Maryam Touzani è stato accolto con grandissimo calore dal pubblico in sala. La storia del film nasce da un’esperienza profondamente personale della regista, la perdita della madre, e dal suo bisogno di mantenere vivo il legame con lei attraverso la scrittura, la lingua e i gesti quotidiani che sopravvivono nel suo ricordo. La vicenda, portartata da una splendida Carmen Maura nel ruolo della madre Maria Angeles, è costruita intorno all’importanza della casa in cui siamo cresciuti e a tutti gli oggetti che la abitano e che possono trasformarsi, con il passare del tempo, nei testimoni dolorosi di chi ci ha lasciati per sempre. La conversazione con Maryam Touzani si è svolta nei giardini del leggendario hotel La Mamounia.
Nel film gli oggetti hanno un ruolo centrale e sembrano custodire la memoria delle persone che non ci sono più. Ha mai pensato di affrontare questa storia come un documentario?
No, mai. Tuttavia, alcuni degli oggetti che compaiono nel film appartengono realmente alla mia vita. Per esempio, il giradischi era quello dei miei genitori, mentre il mortaio apparteneva alla mia bisnonna. Anche la musica di Maria Dolores Pereira, una cantante che ascoltava mia nonna, fa parte di questo universo. In qualche modo ho trasportato nel film gli oggetti della mia memoria. Per me era un modo di mantenere vivo il ricordo. Dopo la morte di mia madre avevo bisogno di continuare a sentirla e, attraverso la scrittura e anche attraverso la lingua, di mantenere in vita il mio legame con lei. Io sono nata e cresciuta a Tanger, una citta in cui di fatto si parlano due lingue, l’arabo e lo spagnolo. Per me lo spagnolo era mia madre, ma anche mia nonna. Quando mia madre è morta, quel legame viscerale è stato reciso da un giorno all’altro. Avevo bisogno di continuare ad ascoltare quella lingua, ma anche di rivedere i gesti attraverso i quali mia madre si prendeva cura di noi: le tortillas, le crocchette, tutto quello che cucinava. Inconsciamente ho portato tutto questo nel film. Scrivendolo, rendevo quei gesti in qualche modo immortali, li iscrivevo da qualche parte. C’è qualcosa di crudele, all’inizio, nel fatto che gli oggetti sopravvivano alle persone. Ricordo di aver pensato, dopo la morte di mia madre: «Il suo ventaglio è ancora qui, ma lei non c’è più». All’inizio quasi odiamo quegli oggetti proprio perché sono ancora presenti mentre la persona che amavamo non lo è più. Con il tempo, però, il dolore cambia e l’oggetto diventa una rappresentazione affettiva di quella persona. Ed è allora che diventa così difficile separarsene.
Nel film si assiste proprio a questo passaggio: ciò che inizialmente è fonte di dolore diventa progressivamente una forma di memoria. Come ha trasformato questa esperienza personale in una materia cinematografica?
La scrittura è avvenuta in modo molto istintivo. Quando scrivo, non rifletto troppo. Anche nei miei film precedenti mi lascio guidare dai personaggi e da ciò che sento. È quasi necessario dimenticarmi di me stessa, cancellarmi, per lasciare spazio a quello che emerge. Il personaggio di Maria Angeles, interpretato da Carmen Maura, è nato così, inconsciamente. Quando ho iniziato a scrivere, piangevo, ridevo, vivevo con lei. Mi lasciavo completamente trasportare dal personaggio. Non sapevo chi avrebbe incontrato, non sapevo che avrebbe vissuto una storia d’amore. Per me è stato quasi un processo di scrittura automatica: chiudere gli occhi, scomparire e lasciare che fosse la storia a prendere il sopravvento.La sera mi mettevo a letto, chiudevo gli occhi e partivo con Maria Angeles. Ridevo con lei, piangevo con lei. Poi mi alzavo la mattina e scrivevo, senza sapere davvero che cosa avrebbe portato la scena successiva. Allo stesso tempo, però, la mia scrittura è molto precisa. I dialoghi sono scritti nei dettagli, così come le immagini. Penso ai colori, agli odori: è una scrittura molto sensoriale. Ma non saprei spiegare esattamente come avvenga, perché non parte da una riflessione razionale.
Anche gli altri personaggi sembrano nascere da questa osservazione delle relazioni familiari. Penso soprattutto a Clara, la figlia di Maria Angeles, che può apparire crudele, anche se comprendiamo le ragioni del suo comportamento.
Ho conosciuto persone che trattavano i propri genitori in modo molto distante, quasi sgradevole. Ho visto incomprensioni crearsi fra genitori e figli, persone che si perdevano reciprocamente perché la vita si interponeva fra loro. Le difficoltà, il tempo, la distanza possono creare una sorta di fossato e diluire i sentimenti. Non significa necessariamente che l’amore non esista più: è come se qualcosa si frapponga fra le persone. Questo mi tocca molto, proprio perché avevo un rapporto così forte con mia madre. Forse il film è anche un modo per dire: attenzione, avete i vostri genitori, avete ancora questa possibilità. C’è un momento in cui Clara accarezza una sedia vuota. Per me è quasi come se accarezzasse l’assenza mentre sua madre è ancora viva, nella stanza accanto. Io non ho più questa possibilità. Forse il film nasce anche dalla consapevolezza che qualcun altro ha ancora questa possibilità e dovrebbe chiedersi che cosa sta chiedendo ai propri genitori, se sta chiedendo loro troppo, e fino a che punto un genitore sia disposto a sacrificarsi. Ci sono molte cose che volevo esplorare attraverso il rapporto fra genitori e figli.
La casa attraversa tutto il film. Mi ha colpito il modo in cui viene costruita, svuotata e poi ricostruita attraverso gli oggetti che Maria Angeles riesce a recuperare. Come ha concepito questo spazio?
Per me quella casa è parte integrante della vita di Maria Angeles. È il suo ancoraggio, il luogo dei suoi ricordi. Le pareti hanno vissuto. Hanno un’anima, hanno orecchie, hanno ascoltato delle cose, sono state testimoni di tutta quella vita. Anche i piccoli oggetti hanno questa funzione. Nel film ci sono, per esempio, dei piccoli gufi con gli occhi molto grandi: hanno visto tutto, dall’inizio alla fine. Quando arriva la figlia, uno di loro chiude gli occhi e un altro si tappa le orecchie. Sono piccoli testimoni silenziosi. Per me era importante mostrare questi oggetti anche attraverso i primi piani. Sono lì, come testimoni. Se potessero parlare, racconterebbero moltissime cose, ma non lo fanno. Quando Maria Angeles viene privata di tutti quegli oggetti, è come se le strappassero una parte dell’anima. È questo che la spinge a cercare dentro di sé le risorse per riconquistare la propria vita. E, nel farlo, riconquista anche parti di sé che aveva forse dimenticato: ritrova l’amore, la sessualità, il piacere del proprio corpo. Per me la vita è una rinascita.
Attraverso la meravigliosa Carmen Maura che questa rinascita diventa anche fisica. Lei la filma come una donna che sembra ritrovare una giovinezza interiore. Come è arrivata a lei? Era già nei suoi pensieri quando scriveva il personaggio?
Non avevo pensato a Carmen fin dall’inizio. Quando le abbiamo mandato la sceneggiatura, però, lei si è innamorata del personaggio e ha voluto assolutamente incontrarmi. Sono andata a trovarla a Madrid. Quando l’ho vista, ho riconosciuto quella giovane donna che ancora vive dentro di lei. Ha ottant’anni, ma la sua anima infantile è ancora presente. E c’è anche la donna straordinaria che è diventata oggi. Tutto questo era già lì.
Credo che noi tutti siamo il risultato dei luoghi in cui abbiamo vissuto, degli oggetti che ci circondano, delle persone che incontriamo, dei nostri gesti e di tutte le fasi della nostra vita. Una cosa non deve necessariamente sostituire l’altra. Quando riusciamo ad abbracciare tutto ciò che siamo, questo diventa qualcosa di bello. Quando guardiamo Maria Angeles nell’immagine vediamo la donna che è oggi, ma anche la giovane donna che è stata. È la stessa persona. Spesso vogliamo definire qualcuno dicendo: «Ora sei questa persona», oppure «Sei stata quella bambina». Ma io penso: sono quella bambina, sono quella giovane donna, sono questa donna anziana e sono anche ciò che sarò in futuro. Non devo scegliere. Lo stesso vale per l’appartenenza. Maria Angeles è di Tangeri ed è anche spagnola. Non deve scegliere fra le due cose. È la somma di tutto questo, ed è proprio questa la sua ricchezza.
Carmen Maura porta con sé un immaginario cinematografico molto forte, soprattutto per la sua collaborazione con Almodóvar. Con questo film lei sembra però averle offerto un ruolo capace di far emergere nuove sfumature della sua arte.
Sono una persona molto rigorosa. So che cosa cerco sul piano emotivo e cerco di arrivarci. Non mi piace fermarmi prima di aver raggiunto l’emozione che ho immaginato o che sto cercando ma questo richiede anche un lavoro di conoscenza reciproca. Con ogni attore e con ogni attrice bisogna imparare a conoscersi, a capire le esigenze dell’altro e il modo in cui lavora. È un processo di conoscenza e di comprensione ed e stato cosi anche con Carmen, un attrice splendida ed estremamente generosa.
