Presentato in première mondiale al Festival di Locarno, With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari è stato proiettato al Marrakech International Film Festival nella sezione The 11th Continent. Il film si dispiega come una cartografia postuma: immagini potenti e profondamente perturbanti che tracciano la memoria di un popolo, di un luogo e di un’esistenza ormai lontana. Nel 2001, a ventisei anni, Aljafari si trasferisce in Germania per studiare cinema. Quasi vent’anni dopo, per puro caso, ritrova nei suoi vecchi archivi tre cassette MiniDV contrassegnate da un titolo in arabo: With Hasan in Gaza. Le cassette riemergono in un momento di crisi drammatica a Gaza, come se il film avesse atteso silenziosamente il momento giusto per essere ritrovato. Aljafari non ricordava nulla del loro contenuto e si chiese persino se non fosse stato qualcun altro a girarle. Solo quando sullo schermo appare la sua stessa immagine, frammenti di memoria cominciano a riaffiorare, riconducendolo lentamente al viaggio compiuto a Gaza alla ricerca di un amico, Abdel Rahim, un giovane che, come lo stesso Aljafari, era stato imprigionato dagli israeliani nel 1989 per motivi politici. Per il regista, guardare quelle immagini è come scoprire la vita dopo la morte; decidere di condividerle diventa così un atto di resistenza: una lucida denuncia della dura realtà del presente, ma anche, oltre la distruzione, una celebrazione ostinata della vita.
Il viaggio di Aljafari si snoda attraverso una Gaza cruda, vivida e a tratti allucinatoria, in una testimonianza viscerale di un passato segnato dalla perdita. Il regista lascia intatto il materiale originale: nessun taglio, nessun effetto. È spesso lui a impugnare la videocamera, ma a volte la affida a Hasan, una guida del luogo che lo accompagna nel viaggio. Le immagini sono senza filtri, improvvisate, tremolanti; l’inquadratura è ruvida, instabile, imprevedibile. Girato per lo più dall’interno di un’auto in movimento, il film è composto da lunghi, instabili movimenti di macchina che catturano frammenti di una vita in movimento.
«Siamo tutti prigionieri senza amministrazione», dichiara Hasan con un’amara lucidità. Molti negozi sono chiusi. Alcuni rifiutano di essere filmati, temendo di perdere i permessi di lavoro legati alla loro identità elettronica. Man mano che il viaggio procede, la geografia della Striscia si fa sempre più evidente: la sua ristrettezza e, improvvisamente, il mare che appare dietro una curva, un orizzonte azzurro e rasserenante.
Il pericolo è costantemente presente, eppure la vita continua a farsi strada: i mercati all’aperto brulicano di persone, gruppi di uomini giocano a carte nei caffè, pescatori occasionali punteggiano la spiaggia, un chiosco di falafel è ancora aperto. E ovunque ci sono bambini, che si precipitano davanti alla macchina da presa, saltano, si agitano, chiedendo al regista di riprenderli. Sono i loro ritratti fugaci a scandire il film: bambini vitali, apparentemente inconsapevoli del pericolo che li circonda, attraversati da quella gioia innocente che appartiene soltanto all’infanzia.
Se le immagini rimangono intatte, il suono è invece sottoposto a un attento lavoro di rielaborazione. Rumori ambientali, musica e canzoni, antiche e contemporanee, costruiscono uno sfondo stratificato nel quale sono le emozioni e le sensazioni a prendere progressivamente il sopravvento. Aljafari rimane per tutto il tempo in silenzio, sullo sfondo, rispettando la verità non addomesticata di quelle immagini. Solo alla fine ricorre alla scrittura per evocare la propria giovinezza, i sogni, la prigionia, le umiliazioni subite.
La ricerca dell’amico perduto si conclude nel silenzio. Quando le ultime immagini svaniscono, sotto i nostri piedi sembra aprirsi un vuoto: un brusco richiamo alla consapevolezza che tutto ciò che abbiamo visto appartiene ormai a una realtà spettrale. E tuttavia, proprio in questo spazio perturbante, il cinema rivela la sua forza più autentica: un’arte capace di sfidare il tempo e la catastrofe. Per un istante, è la vita stessa a irrompere sullo schermo.
