In 3 Weeks After, Miroslav Terzić trasforma una gita scolastica in un viaggio dentro una violenza che non esplode improvvisamente, ma sembra essere già inscritta nei rapporti tra i ragazzi, nelle loro parole, nei silenzi degli adulti. Il film comincia con un’immagine di impressionante semplicità: un palazzo è avvolto dalle fiamme, mentre intorno non accade apparentemente nulla. Nessuna folla si raccoglie per osservare l’incendio, nessun soccorso arriva, nessuno sembra preoccuparsi. Soltanto Tzotza (Jovan Ginić), un adolescente introverso, si ferma a guardare per qualche istante prima di proseguire verso la scuola. È un’immagine destinata a ritornare idealmente nel corso del film: una catastrofe si consuma sotto gli occhi di tutti, ma ciò che prevale è l’indifferenza.

Sono passate appena tre settimane dal suicidio di Andrija, il migliore amico di Tzotza, vittima di un lungo e feroce episodio di bullismo. Eppure la scuola ha deciso di mandare la classe in gita in Bulgaria. La scelta appare immediatamente assurda, quasi irresponsabile, e diventa il punto di partenza di un racconto che procede per progressive rivelazioni. Tzotza è già un emarginato e il viaggio non fa che accentuare la sua posizione. I compagni lo deridono, lo provocano, lo isolano. Presto scopriamo che anche lui, in una forma molto diversa, porta una parte di responsabilità per ciò che è accaduto ad Andrija. Il film evita così di costruire fin dall’inizio una semplice opposizione tra vittima e carnefici, anche se questa complessità viene progressivamente indebolita dalla caratterizzazione degli altri ragazzi.

Terzić lavora infatti con notevole precisione sulla costruzione della tensione. La macchina da presa di Damjan Radovanović attraversa lentamente il corridoio dell’autobus, registrando la disposizione dei corpi e rendendo visibile una gerarchia sociale già perfettamente stabilita: i ragazzi più sicuri di sé occupano i sedili posteriori, mentre Tzotza rimane davanti, accanto alla sola Darija, una compagna che mostra nei suoi confronti una solidarietà incerta e continuamente sottoposta alla pressione del gruppo. L’autobus diventa così una sorta di microcosmo sociale, uno spazio chiuso nel quale i rapporti di forza emergono con estrema chiarezza.

Anche il suono contribuisce in maniera decisiva a questa sensazione di oppressione. Le voci sovrapposte, le urla, la musica e il rumore continuo degli adolescenti producono un ambiente quasi fisico, mentre all’esterno dell’autobus il paesaggio si apre in immagini più silenziose e minacciose. La fotografia alterna spazi ampi e desolati a luoghi sempre più angusti, seguendo il progressivo isolamento di Tzotza. Quando il pullman rimane bloccato a causa di una frana e di un pneumatico danneggiato, il gruppo è costretto a trascorrere la notte in un albergo isolato, fuori stagione. È a questo punto che la dimensione realistica della storia comincia a trasformarsi in qualcosa di più astratto e perturbante.

L’albergo diventa un territorio senza regole. Il personale è assente, i professori rinunciano progressivamente ad esercitare qualsiasi autorità e gli studenti rimangono soli. Viktorija e Markuš, gli insegnanti incaricati di accompagnarli, si lamentano della loro classe ma, invece di intervenire, scelgono di chiudersi nella propria stanza e di isolarsi dal rumore usando delle cuffie. È uno dei momenti più significativi del film: la violenza dei ragazzi è resa possibile anche dalla passività degli adulti, dalla loro incapacità o indisponibilità a vedere ciò che accade.

Da quel momento in poi 3 Weeks After assume progressivamente i contorni di un incubo. Miloš, il principale responsabile delle persecuzioni contro Tzotza, riesce a trasformare la crudeltà del gruppo in una vera e propria caccia. Terzić filma la fuga attraverso boschi, corridoi e grotte mantenendo una notevole chiarezza spaziale, senza utilizzare l’oscurità per disorientare artificialmente lo spettatore. Al contrario, il buio diventa una materia concreta attraverso cui seguire il corpo del ragazzo e la sua paura.

Al centro del film è proprio il corpo di Tzotza. Ginić costruisce una performance estremamente controllata: il volto segnato, gli occhi costantemente alla ricerca di una via di fuga, le spalle contratte come se il corpo fosse già preparato a ricevere il prossimo colpo. La sua recitazione evita il sentimentalismo e rende particolarmente dolorosi i momenti in cui il ragazzo, parlando al telefono con i genitori, cerca disperatamente di nascondere ciò che gli sta accadendo.

Uno degli aspetti più inquietanti del film, tuttavia, non è la violenza esercitata dai persecutori, ma la posizione di chi assiste senza intervenire. Mentre un ragazzo viene aggredito fuori campo, Milica guarda il suo cellulare, osserva distrattamente ciò che sta accadendo e, quando tutto è finito, dice di essersi annoiata. La sua indifferenza è più problematica della violenza stessa: non nasce da un’esplosione emotiva, ma dalla normalizzazione della crudeltà. È proprio qui che il film individua il suo tema più interessante: non soltanto il bullismo, ma la responsabilità collettiva e il conforto che deriva dal non voler vedere. Andrija è morto, ma nessuno vuole interrogarsi davvero sulle ragioni della sua morte. Tzotza, invece, costringe il gruppo a confrontarsi con ciò che è successo. La responsabilità non appartiene soltanto a chi lo ha picchiato: riguarda anche chi ha riso, chi ha guardato, chi ha taciuto, chi ha preferito pensare che non fosse affare suo.

Terzić sembra collegare questa dinamica ad un contesto sociale più ampio, evocando attraverso la musica, i comportamenti e l’atmosfera del film una società segnata dalla violenza, dalla povertà, dalla criminalità e dalle ferite lasciate dalla guerra. Il problema è che questa lettura tende talvolta a diventare troppo esplicita. Quasi tutti i ragazzi vengono presentati come crudeli, superficiali o moralmente indifferenti; persino la solidarietà di Darija rimane fragile ed ambigua. L’effetto è problematico: un gruppo di adolescenti così uniformemente mostruoso finisce per assomigliare più a una costruzione simbolica che a una comunità realmente osservata.

La radicalità della visione, che nella prima parte produce una tensione straordinaria, rischia progressivamente di trasformarsi in semplificazione. La violenza è talmente generalizzata che lascia poco spazio alle contraddizioni, alla vigliaccheria ordinaria, alle responsabilità sfumate. Queste sfumature avrebbero potuto rendere ancora più inquietante il comportamento dei ragazzi. Un male meno assoluto e più quotidiano sarebbe forse stato più difficile da respingere come qualcosa di estraneo a noi. Il problema diventa ancora più evidente nel finale. Dopo aver costruito con grande rigore una situazione di crescente realismo e tensione fisica, Terzić introduce una dimensione quasi fantasmagorica. La vendetta di Tzotza assume una forma ambigua, sospesa tra realtà e incubo, mentre l’immagine del fuoco ritorna collegandosi all’apertura del film. La soluzione possiede una notevole forza visiva, ma appare meno convincente sul piano drammaturgico. L’impatto emotivo accumulato fino a quel momento viene in parte attenuato proprio dal passaggio ad un registro più simbolico.

3 Weeks After resta un film di notevole rigore formale. Più discutibile è invece la sua idea dell’adolescenza e, di riflesso, della società che la produce. Quando il film osserva la violenza, l’indifferenza e la responsabilità collettiva senza offrire facili consolazioni, è davvero disturbante. Quando invece sembra suggerire che quasi tutti i ragazzi siano irrimediabilmente corrotti, perde parte della complessità che aveva saputo costruire. Il suo sguardo è comunque difficile da dimenticare: perché nell’incendio che apre e chiude il film, così come nelle cuffie indossate dagli adulti mentre un ragazzo viene perseguitato, ciò che fa più paura non è la violenza, è il fatto che nessuno senta il bisogno di combatterla.

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