Concorso internazionale
La guerra entra nelle case molto prima che vi arrivino le bombe : attraverso una trasmissione radiofonica, una telefonata, una parola che improvvisamente cambia significato. In I Rarely Wake Up Dreaming, Isabelle Stever racconta l’invasione russa dell’Ucraina attraverso la storia di Olya e Oleh, una giovane coppia la cui relazione viene messa a dura prova dalla guerra. Oleh è un uomo trans; Olya, sua compagna e futura moglie, lo ha accompagnato nel percorso di transizione. Quando la guerra esplode, l’identità di Oleh, fino a quel momento vissuta nella dimensione privata della coppia, diventa improvvisamente una questione politica e burocratica.
Il film si apre alla vigilia dell’invasione, quando la vita di Olya e Oleh ha ancora una parvenza di normalità. Sono insieme, hanno una casa, progetti e una quotidianità che sembra destinata a continuare. Sotto questa superficie apparentemente serena, però, esistono già delle tensioni che la guerra porterà in primo piano. La fuga verso l’Ucraina occidentale e il tentativo di raggiungere la Germania trasformano il loro tragitto in un percorso attraverso identità sempre più difficili da conciliare. Il conflitto esterno finisce così per sovrapporsi a quello interno alla coppia.
Attraverso il personaggio di Oleh il film mette in evidenza il doloroso divario tra l’identità che una persona rivendica per sé e quella che lo Stato pretende di riconoscere. In guerra, questa distinzione diventa una questione cruciale. Gli uomini tra i diciotto e i sessant’anni non possono lasciare il Paese: Oleh, dunque, deve essere riconosciuto come uomo per avere il dovere di restare e combattere. Ma quando fa valere la propria identità trans, lo stesso sistema pretende di considerarlo donna. La sua transizione si trasforma così in un paradosso burocratico.
La frontiera è il luogo in cui questa contraddizione raggiunge la sua forma più assurda. Oleh deve rinnegare, almeno temporaneamente, ciò che ha costruito di sé per poter passare il confine. La situazione sfiora il grottesco, ma Stever non la tratta mai come una semplice satira: l’umiliazione rimane concreta. Alle guardie non interessa chi Oleh sia, ma quale identità possa essere utilizzata per stabilire se abbia o meno il diritto di partire. Il corpo diventa un documento da verificare.
Ma I Rarely Wake Up Dreaming acquista spessore proprio quando si allontana dalla frontiera. La guerra modifica il modo in cui le persone parlano, si guardano e si percepiscono. In un mercato, una donna che parla russo, si trova improvvisamente di fronte ad un ambiente ostile; una lingua usata fino a quel momento in modo naturale nella vita quotidiana diventa il segno di un’appartenenza sospetta. La discussione degenera in una rissa e Oleh ne esce con un occhio nero. Lingua, nazionalità ed identità si sovrappongono fino a diventare elementi di conflitto.
Stever e la sceneggiatrice ucraina Anna Melikova non usano questa materia narrativa per costruire un discorso univoco. Il patriottismo, di fronte all’invasione, può trasformarsi in una pressione sui singoli; l’appartenenza può diventare un obbligo e la scelta di non combattere può essere letta come una colpa. Il film non cerca di sciogliere queste contraddizioni.
I genitori di Olya che accolgono amorevolmente la coppia e sembrano inizialmente disposti ad accettare la scelta di Oleh di non combattere con l’avanzare della guerra cambiano parere. Il marito della sorella di Olya decide di arruolarsi, lasciandola sola con il loro bambino, questa scelta terrorizza la giovane donna ed alimenta in lei una rabbia difficile da canalizzare. Intorno ad Olya e ad Oleh, il conflitto costringe tutti a ridefinire il proprio rapporto tra ciò che viene considerato un dovere e il proprio istinto di sopravvivenza.
Olya ama Oleh ed ha condiviso con lui il percorso della transizione, ma questo non significa che ne abbia sempre compreso fino in fondo la portata. Quando la situazione precipita, ciò che per Oleh è una conquista irrinunciabile appare ad Olya come un ostacolo alla loro salvezza. La sua richiesta di rinunciare, almeno temporaneamente, alla propria identità nasce dalla paura e dal desiderio di trovare una soluzione pratica, ma proprio per questo è particolarmente dolorosa. La guerra costringe la coppia a confrontarsi con una domanda che fino a quel momento aveva evitato di porsi: quanto di sé si può sacrificare per restare insieme?
Stever non trasforma Olya in una colpevole né Oleh in un simbolo. Entrambi portano con sé dubbi e contraddizioni che la violenza della situazione rende improvvisamente visibili. Olya può difendere Oleh e, nello stesso tempo, sentirsi sempre più distante da lui; Oleh può essere ferito dalla sua richiesta, ma anche comprendere la paura della sua compagna. L’amore non garantisce la comprensione reciproca, continua ad esistere mentre le certezze che lo sostenevano si sgretolano.
Quest’ambivalenza si riflette nelle scelte formali della pellicola. Stever evita di trasformare l’invasione in uno spettacolo. La violenza della guerra rimane spesso fuori campo, ma finisce per contaminare gli spazi domestici, le conversazioni e i silenzi. La macchina da presa di Volodymyr Usyk osserva spesso i personaggi attraverso vetri, specchi e porte, interrompendo il campo visivo e creando una distanza che non è soltanto fisica. Particolarmente significativa è anche la maniera in cui vengono filmati Olya e Oleh. I due si somigliano in modo sorprendente: capelli corti, occhiali e lo stesso colore di occhi, contribuiscono a creare una specularità inquietante. Questa somiglianza rende ancora più evidente la distanza che lentamente si apre tra loro.
Anche il paesaggio sonoro, aspro e dissonante, altera la percezione degli spazi: un rumore lontano può interrompere una conversazione, una voce alla radio trasformare una stanza familiare in un luogo di allarme. La violenza della guerra rimane spesso fuori campo, ma finisce per contaminare anche gli spazi domestici.
Tania Myronyshena e Markus Bright rinunciano ad ogni enfasi; Bright, che è transgender, porta nel ruolo di Oleh una vulnerabilità priva di compiacimenti mentre Myronyshena, una giornalista che ha seguito la guerra in Ucraina, rende ad Olya una stanchezza che emerge più dai silenzi che dalle esplosioni emotive.
Il film perde qualcosa della sua incisività nell’ultima parte, quando alcune svolte arrivano con una rapidità che contrasta con la pazienza delle sequenze precedenti. Stever sembra sentire il bisogno di rendere più esplicito ciò che fino a quel momento aveva lasciato emergere per sottrazione ma, anche se nel finale il ritmo accelera, la pellicola conserva la sua intuizione più lucida: la guerra non stabilisce soltanto chi può partire, ma anche quale identità potrà sopravvivere.
