Premio della Giuria Ecumenica
Due donne che non si conoscono sono costrette a fidarsi l’una dell’altra prima ancora di avere un motivo per farlo. È da questo fragile punto di partenza che prende le mosse The Lion at My Back, il secondo lungometraggio di Tonia Mishiali, presentato in anteprima mondiale nella sezione Crystal Globe Competition del Festival di Karlovy Vary.
Mariama, una giovane richiedente asilo senegalese, e Stella, una donna che cerca di lasciarsi alle spalle la dipendenza e di ricostruire il rapporto con la figlia, s’incontrano in circostanze che sembrano dettate esclusivamente dalla necessità. Ben presto, però, diventa chiaro che il film è meno interessato alle condizioni sociali che le hanno portate ad incontrarsi che al modo in cui tra loro si sviluppa una relazione. La fiducia non appare come una conquista scontata, ma come un processo fragile, che si costruisce lentamente attraverso piccoli gesti, sguardi e silenzi e il cui peso cambia man mano che la storia procede.
Tonia Mishiali evita le convenzioni più scontate del dramma sociale. Non cerca facili climax drammatici e non trasforma le sue protagoniste nei simboli di un problema più ampio. La migrazione, il lavoro precario, la burocrazia e le conseguenze della dipendenza restano costantemente presenti, senza mai imporsi come il centro del racconto. Il contesto sociale non viene mai messo in primo piano, emerge invece in modo organico dalla loro quotidianità, dalle piccole decisioni che sono costrette a prendere e dai compromessi che la realtà impone loro.
La stessa sobrietà si ritrova nella regia. Molte delle scene più significative si svolgono senza alcuna tensione drammatica evidente. Un pasto condiviso, un tragitto in automobile, la cura di un bambino o un momento di attesa acquistano un peso emotivo maggiore di una qualsiasi scena di conflitto. Il film lascia che sia il tempo a scandire l’evoluzione dei personaggi e dei loro rapporti, permettendo alle relazioni di svilupparsi secondo il proprio ritmo.
Manu Tilinski filma in 16mm una Cipro lontana da qualsiasi immagine idealizzata. I quartieri operai, le spiagge deserte, gli alloggi provvisori e degli interni impersonali acquistano quasi lo stesso peso nel racconto delle persone che li abitano. La macchina da presa rimane discretamente vicina ai volti, registrando le impercettibili variazioni delle espressioni e delle distanze tra i personaggi, senza pretendere di influenzare le emozioni dello spettatore.
Sokhna Diallo interpreta Mariama con una misura interiore che impedisce al personaggio di rimanere intrappolato nel ruolo della vittima. Elena Kallinikou, invece, costruisce Stella attraverso piccole incrinature e dubbi continui, evitando ogni eccesso. Il rapporto tra le due protagoniste acquista man mano una naturalezza che non viene mai imposta allo spettatore: si costruisce quasi impercettibilmente, fino a diventare il centro emotivo del film.
The Lion at My Back non cerca risposte fatte né ricorre a dei facili moralismi. Osserva invece pazientemente due donne che, nonostante le ferite che si portano dentro, imparano gradualmente a fidarsi l’una dell’altra e a riconoscersi in una fragilità condivisa.
Il Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Karlovy Vary è un importante riconoscimento dell’arte di Tonia Mishiali nel raccontare i rapporti umani senza forzarli, attraverso l’osservazione, i silenzi e quei gesti minimi nei quali la fiducia, quasi senza farsi notare, comincia a prendere forma.
