Ho incontrato il regista danese Mads Mengel a Karlovy Vary, dove abbiamo parlato di The Guest, il suo primo lungometraggio. Con grande gentilezza e sensibilità, Mengel ha raccontato il lungo percorso che ha portato alla realizzazione del film, dalla scrittura alla costruzione dei personaggi, soffermandosi sulla sua visione estetica e, soprattutto, sul rapporto con gli attori, ai quali affida una parte essenziale del processo creativo. Un approccio profondamente collaborativo, fondato sull’ascolto e sulla libertà, che rivela molto della sua idea di regia e del modo in cui concepisce questo mestiere.
Come è nata l’idea del suo primo lungometraggio? E come ha lavorato alla scrittura di una sceneggiatura così vivace e sensibile?
Sapevo fin dall’inizio di voler fare un film sulle relazioni che ci formano e sulla complessità dei legami familiari. Con lo sceneggiatore Christian Bengtson ci conosciamo da molti anni e abbiamo già lavorato insieme a diversi progetti. Ho cominciato a parlargli di questa idea e, insieme, abbiamo iniziato a svilupparne i temi. Il nostro metodo di scrittura è abbastanza semplice: parliamo a lungo delle nostre esperienze e di ciò che osserviamo nella vita.
Continuiamo a parlarne, prendiamo appunti e, poco alla volta, da queste conversazioni cominciano a emergere i personaggi e le situazioni. Abbastanza presto abbiamo coinvolto Simon Bennenbjerg, che interpreta Karl, uno dei protagonisti. Ci piace scrivere pensando ad attori specifici, perché questo ci permette di lavorare con loro in modo più stretto. Christian, inoltre, è molto bravo a mantenere aperta la sceneggiatura per lungo tempo. Scriviamo una prima versione, poi la discutiamo con gli attori, torniamo al testo e lo riscriviamo; parliamo di nuovo con loro, magari facciamo qualche prova e poi riscriviamo ancora. Per The Guest credo che siamo arrivati a sedici o diciassette versioni. È un processo lungo, fatto di molti tentativi ed errori…
Con questo metodo, la sceneggiatura finisce per essere quasi cucita addosso agli attori.
Esattamente. Alla fine siamo arrivati a una versione molto precisa, ma abbiamo lasciato aperto il processo e coinvolto gli attori fin dall’inizio, inserendo nella sceneggiatura le loro caratteristiche e il loro modo di esprimersi.
Sono rimasta molto colpita dall’interpretazione di Simon Bennenbjerg, che interpreta Karl. Altrettanto notevole è Josephine Park nel ruolo di Rikke, sua sorella. Quando è entrata nel progetto una star affermata come Trine Dyrholm, che interpreta Vibeke, la loro madre?
Avevo già lavorato con Josephine Park in una serie televisiva, alcuni anni fa, e mi era piaciuto moltissimo il suo modo di lavorare. Oltre a essere un’attrice straordinaria, è anche una persona meravigliosa. L’abbiamo coinvolta nel cast abbastanza presto, perché sapevamo che il rapporto tra i due fratelli sarebbe stato una parte importante della storia. Come si vede nel film, tra loro c’è una dinamica molto interessante e una bellissima intesa. Josephine conosceva personalmente Trine e pensò che avrebbe dovuto leggere la nostra sceneggiatura. Trine la lesse, le piacque e accettò di incontrarmi. Ero molto nervoso perché, come ha detto lei, è una grande star. Non conoscevo personalmente Trine, ma, dal punto di vista cinematografico, sono cresciuto guardando i suoi film. Direi che, oggi, è la migliore attrice che abbiamo in Danimarca. Per me è stato davvero un sogno che si avverava. Il fatto che abbia accettato il ruolo è andato oltre ogni mia aspettativa. Tutti e tre hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dei personaggi. Sono artisti molto intelligenti e sensibili e hanno una grande comprensione del comportamento umano, che ha contribuito anche allo sviluppo della sceneggiatura.
Immagino quindi che la sceneggiatura fosse già conclusa quando avete iniziato le riprese. Oppure sul set c’era ancora spazio per la libertà degli attori?
Mi piace lasciare agli attori molta libertà, ma all’interno di un quadro preciso e con una direzione chiara. In questo progetto era molto importante per me che le esigenze tecniche delle riprese non ostacolassero il loro lavoro. Gli attori venivano prima di tutto, e tutto il resto si adattava di conseguenza. Credo che, se hai gli attori giusti, sai esattamente quali emozioni vuoi trasmettere in ogni scena e hai una struttura complessiva chiara nella sceneggiatura, puoi lasciare agli attori molta libertà all’interno di quel quadro. Il mio compito era spiegare loro che cosa volevo ottenere con ogni scena. Dopodiché, erano liberi di esplorare quelle intenzioni.
Nel film ci sono molte possibilità e mi piace quando gli attori sono disposti a uscire dai limiti e a provare qualcosa di diverso. Credo che durante la lavorazione siamo riusciti a creare un ambiente in cui tutti si sentivano al sicuro. Sul set c’era un’atmosfera molto collaborativa. Mi chiedevano: «Cosa dobbiamo fare in questa scena? Come entriamo?». E io, a mia volta, chiedevo loro: «Da dove venite? Come vi sedete? Come vi muovete nello spazio?». Quando lavori con attori intelligenti, hai a che fare con persone che conoscono molto bene il comportamento umano. Spesso puoi risolvere i problemi di una scena semplicemente lasciando che siano loro a entrarci e a esplorarla, perché hanno un intuito naturale per capire quale sia la scelta migliore.
Per tutto il film c’è una tensione che ci tiene costantemente in allerta, perché non sappiamo cosa accadrà da un momento all’altro. La madre interpretata da Trine Dyrholm sembra quasi una bomba a orologeria, pronta a esplodere in qualsiasi momento. Mi piacciono i film che ci tengono sospesi, e lei ci riesce molto bene. Ma l’incertezza non riguarda solo la protagonista: coinvolge anche gli altri personaggi. Tutto sembra fondarsi su una catena imprevedibile di azioni e reazioni. Può parlarcene in maniera più approfondita ?
Non avrei saputo dirlo meglio! Volevamo che il pubblico percepisse la tensione nella quale sono cresciuti questi due fratelli, senza sapere mai come avrebbe reagito la madre. Il tema della malattia mentale, o più in generale delle difficoltà psicologiche, è una componente importante del film, quindi era fondamentale che anche il pubblico avvertisse questa tensione.
Per tutti noi era altrettanto importante che gli spettatori riuscissero a comprendere tutti i personaggi. Non volevamo presentarli semplicemente in termini di buoni e cattivi, con la madre nel ruolo della cattiva e il figlio in quello del buono. Come nella vita reale, volevamo mantenere tutta la complessità possibile, perché le relazioni umane sono sempre complesse e contraddittorie.
Puoi provare due emozioni opposte nello stesso momento, e possono essere entrambe vere e perfettamente legittime. Spero che, guardando il film, lo spettatore possa cambiare continuamente il proprio atteggiamento nei confronti dei personaggi, magari persino da una scena all’altra. Sarebbe fantastico!
La storia si svolge in uno spazio chiuso e rigidamente delimitato: l’hotel. È un ambiente che crea dinamiche particolari, perché un gruppo di persone si trova riunito nello stesso luogo. Allo stesso tempo, avete scelto una palette cromatica molto luminosa, con molta luce. Anche i costumi sono chiari. Tutto appare perfetto e bello.
Questa sensazione di perfezione era importante sia per me sia per il direttore della fotografia, David Bauer. Volevamo che tutto sembrasse piacevole e bello, perché pensavamo che questo avrebbe creato un contrasto ancora più forte con quello che accade dentro i personaggi. Mi piacciono gli hotel e mi piacciono quegli spazi che, in qualche modo, ti fanno sentire bene e hanno una loro logica, che determina anche il modo in cui ti muovi al loro interno. L’hotel e i colori del film danno l’impressione che tutto debba essere perfetto, ed è proprio questo a creare il contrasto con i conflitti interiori che vivono i personaggi.
Ho l’impressione che, nei primi piani dei volti, la macchina da presa fosse spesso a mano. Mi sbaglio?
A volte era a mano, utilizzando lo zoom, ma tutte le inquadrature sono state girate con tre diversi obiettivi zoom. Volevo che la macchina da presa potesse muoversi insieme ai personaggi e seguirli con naturalezza. Ci è sembrato l’approccio più adatto a questo film. David Bauer è un direttore della fotografia straordinario. Soprattutto, è interessato ai personaggi e alle emozioni presenti in una scena, non al semplice fatto di ottenere un’immagine bella. Gli ho chiesto di muoversi insieme agli attori e di rimanere aperto alle loro reazioni spontanee.
L’hygge è un concetto piuttosto difficile da comprendere per chi non è danese. Dietro questa parola si nasconde un’intera filosofia di vita. In qualche modo, il film sembra riflettere proprio questo desiderio che tutto sia bello e piacevole. È d’accordo?
Nella cultura danese esiste effettivamente un forte desiderio di hygge. In fondo, significa semplicemente stare bene senza che ci sia necessariamente uno scopo preciso. È un momento piacevole che non deve per forza portare da qualche parte. La società danese ama molto questi momenti. La famiglia del film vuole semplicemente trascorrere un weekend perfetto e tutti hanno in mente un’immagine precisa di come dovrebbe essere. Tutto sembra ideale, vero? Era uno degli aspetti fondamentali che volevamo esprimere: anche quando tutto appare perfetto, i conflitti e i demoni dei personaggi continuano a essere presenti.
Naturalmente, nel film c’è anche molto humor.
Sono d’accordo! L’humor è davvero molto importante, sia per il film sia per la sua atmosfera.
Può parlarci del ritmo e del montaggio del film?
Per me era importante che il film avesse dinamismo. Il ritmo doveva seguire quello di Karl: quando lui era agitato, il film doveva trasmettere la sua agitazione; quando era calmo, il ritmo doveva rallentare. Questo contribuisce a creare la tensione del film. In alcuni momenti il ritmo è quasi eccessivamente veloce, ma mi piace questa sensazione di stress, perché restituisce bene ciò che provano i personaggi e il loro stato mentale.
E la musica?
Per quanto riguarda la musica, il compositore Lasse Aagard Nielsen e io abbiamo discusso molto del ruolo che avrebbe dovuto avere nel film. Lasse ha creato una colonna sonora straordinaria e, fin dall’inizio, abbiamo deciso che non avremmo cercato di nascondere la musica. Quando entra, deve essere chiaramente percepibile e avere una certa intensità. In qualche modo, deve amplificare le emozioni interiori che i personaggi stanno vivendo, quali che siano.
Avete incontrato difficoltà nella produzione e nel finanziamento del film?
Non particolarmente, direi, se non per il fatto che abbiamo dovuto aspettare parecchio prima di ottenere i finanziamenti, anche se si tratta di una produzione a basso budget. Credo che siamo stati abbastanza bravi a trovare il modo di realizzarla con relativamente pochi soldi.I finanziamenti provengono dal Danish Film Institute, quindi si tratta di fondi pubblici. Semplicemente, è un processo lungo e piuttosto estenuante. La vera sfida è stata rimanere mentalmente concentrati e non perdere lo slancio durante questa attesa, così che, quando fosse arrivato il momento di iniziare le riprese, potessimo affrontare il materiale con la stessa energia e lo stesso entusiasmo.
Quanti anni sono serviti per completare il progetto?
Tre o quattro anni. Abbiamo iniziato a scriverlo circa quattro anni fa. Le riprese, invece, sono state molto rapide: abbiamo girato l’intero film in appena diciassette giorni. Sei mesi prima delle riprese abbiamo realizzato un film pilota di diciotto minuti, per mettere alla prova l’idea e fare delle prove con gli attori. Abbiamo imparato moltissimo da quel processo. Così, quando abbiamo iniziato le riprese, avevamo già un’idea molto chiara di come affrontare il film. Ovviamente abbiamo dovuto coordinare gli impegni di tutti gli attori, perché sono persone molto impegnate. Alla fine abbiamo trovato diciassette giorni durante l’estate in cui erano tutti disponibili e abbiamo girato il film! Non avremmo potuto farlo in inverno a causa della scena del battesimo del bambino: sarebbe stato impossibile. Siamo stati molto fortunati!
Nel film vediamo interpretazioni davvero straordinarie. Come ha lavorato concretamente con gli attori e qual è il suo approccio quando dirige un’attrice così esperta come Trine Dyrholm?
Lavoro con ogni attore in modo diverso. In un certo senso, considero il mio ruolo quello di mettermi al loro servizio. Devo aiutarli a dare il meglio di sé. Alla fine, gran parte del giudizio su un film passa attraverso le interpretazioni degli attori. Il mio compito è creare le condizioni e l’ambiente giusti per ciascuno di loro, affinché possa dare la migliore interpretazione possibile. Con Trine, Simon e Josephine il mio approccio è stato particolarmente collaborativo. Parlavamo molto. Inoltre, tra loro c’era un ottimo rapporto. Credo che una parte importante del mio lavoro consista nell’essere aperto e ricettivo alle proposte. Per un regista è fondamentale saper riconoscere una buona idea quando qualcuno la propone e avere la disponibilità a seguirla.
Trine e tutti questi attori di grande talento hanno reso il mio lavoro molto più semplice. Io dovevo soltanto spiegare che cosa stavo cercando e loro erano subito pronti a propormi diverse possibilità.
Questo è il suo primo lungometraggio, ma ha già alle spalle una carriera nella regia di serie televisive per la televisione danese.
Sì, ho realizzato due serie televisive e in questo momento ne sto girando una terza. Non ho scritto nessuna serie, ma sono stato chiamato a dirigerle e mi piace molto anche questo lavoro. Il mio vero interesse, però, sono i lungometraggi come questo. Richiedono molto tempo per essere finanziati, è un processo completamente diverso e non puoi procedere con la stessa rapidità della televisione.
Ma la televisione è comunque una buona scuola…
Sì! Credo che sia davvero un’ottima scuola. Ho imparato moltissimo da questa esperienza. Non è la stessa cosa, ma ci sono molte somiglianze tra il modo in cui si gira una serie televisiva e quello in cui si realizza un film.
Naturalmente lei è un regista che lavora secondo i propri principi e ha una sua estetica. Vorrei però chiederle se ci sono artisti che l’hanno ispirata nel campo del cinema.
Sono cresciuto con Lars von Trier e Thomas Vinterberg. Sono dei veri artisti e li ho sempre ammirati. In molti modi hanno aperto la strada in Danimarca a una nuova generazione di registi. Dogma, più in generale, ha lasciato un’eredità importante. Gran parte di quest’eredità è ancora viva nel cinema danese e continua ad influenzarci ancora oggi, me compreso. Ero bambino quando sono usciti quei film, ma sono state le prime opere danesi che ho visto e mi hanno segnato profondamente. Credo che sia abbastanza chiaro che The Guest si sia ispirato proprio a quei film.
