MARRAKECH INTERNATIONAL FILM FESTIVAL – 22 EDIZIONE
ÉTOILE D’OR DEL FESTIVAL: PROMISED SKY
Sotto l’Alto Patronato di Sua Maestà il Re Mohammed VI, questa 22ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Marrakech, svoltasi dal 28 novembre al 6 dicembre, si è conclusa con una cerimonia di premiazione intensa ed impeccabilmente orchestrata al Palais des Congrès di Marrakesh, nel corso della quale la prestigiosa giuria del festival, presieduta da Bong Joon Ho, ha annunciato i vincitori degli ambiti premi di quest’anno.
L’ Étoile d’Or, massimo riconoscimento della manifestazione, è stato assegnato a Promised Sky, opera profondamente umana e toccante, della cineasta tunisina Erige Sehiri, mentre Debora Lobe Naney è stata ricompensata con il premio per la Migliore Interpretazione Femminile per la sua straodinaria performance nel ruolo di Naney nello stesso film.
Promised Sky –secondo lungometraggio della regista franco-tunisina Edvige Sehiri – un progetto presentato e sostenuto dagli Atlas Workshops del festival– ci propone un ritratto corale di tre donne ivoriane che convivono a Tunisi. Le vite di Marie, pastora, Naney, migrante senza documenti, e Jolie, studentessa, si intrecciano grazie a un rapporto fondato sulla fiducia e sul sostegno reciproco.
Quando Kenza, una bambina di quattro anni sopravvissuta a un naufragio, irrompe improvvisamente nel loro mondo portando con sé nuovi legami e sfide inattese, quell’equilibrio fragile ma vitale inizia a incrinarsi. Con una mise en scène raffinata e una profonda sensibilità emotiva, Promised Sky offre un ritratto misurato e intensamente umano delle donne migranti. Il racconto procede per scene impressionistiche, tracciate con rapidità, spesso concentrate sugli sguardi delle protagoniste e sui piccoli gesti della quotidianità, facendo ampio ricorso all’ellissi e a ciò che resta non detto. Superando le narrazioni dominanti, Sehiri affronta le dure realtà che si celano sotto la superficie. Ogni donna porta con sé ferite e speranze, insieme a una volontà feroce di resistere, in un paese dove le politiche migratorie si fanno sempre più severe e molti percepiscono gli immigrati neri dell’Africa subsahariana come una minaccia alla propria identità. C’è grazia nel modo in cui Sehiri ritrae tre donne molto diverse, unite dal desiderio di costruire una nuova vita dignitosa. Al cuore del racconto, la presenza silenziosa ma sorprendente di Kenza incarna insieme delicatezza e resilienza all’interno di questa famiglia improvvisata. Marie guida questa fragile comunità con forza discreta e vulnerabilità nascosta. Un tempo giornalista, ora pastora in Tunisia, tiene insieme la sua “Chiesa della Perseveranza” mentre affronta difficili dilemmi morali, soprattutto in relazione alla picpiccola Kenza. Naney è combattiva e ingegnosa, lotta senza sosta per ricongiungersi con la figlia nonostante l’assenza di documenti; la sua determinazione aspra alimenta gran parte dell’urgenza del film. Jolie, giovane studentessa di ingegneria con uno status legale, incarna la speranza attraverso l’istruzione – fino a quando il pregiudizio sistemico non infrange quell’illusione. Il suo scetticismo nei confronti della fede di Marie accresce la tensione del film, mentre le aspettative familiari gravano pesantemente su di lei. Addentrandosi nella psicologia dei personaggi e nella complessità delle loro relazioni, la regista si affida a tre interpreti straordinarie. Aïssa Maïga offre una prova intensa nel ruolo di Marie, Laetitia Ky dà corpo con convinzione a Jolie, ma è la potente interpretazione di Debora Christelle Lobe Naney nei panni di Naney a imporsi come la vera rivelazione, valendole il premio per la Miglior Attrice del festival. Visivamente ipnotico, il film si dispiega attraverso una luminosa palette di blu e verdi. La direttrice della fotografia Frida Marzouk inquadra con delicatezza i volti delle protagoniste, spesso presentandoli come ritratti viventi contro un cielo radioso e terso. I dialoghi sono cesellati con cura – le parole sono essenziali, i silenzi carichi di senso – mentre la mise en scène naturalistica conferisce al film precisione e autenticità, offrendo uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi. La regista segue l’arco di questa piccola comunità – momenti di gioia, speranza e difficoltà – fino alla sua inevitabile dissoluzione, quando ciascuna donna si trova ad affrontare da sola le proprie responsabilità e il proprio destino. Molti sogni vanno in frantumi, ma nel confronto con la durezza della loro condizione emergono più forti e consapevoli, pronte ad accogliere delusione e sconfitta come parti essenziali del loro cammino. Un inno alla dignità umana e al diritto di ogni individuo a essere rispettato indipendentemente da razza o origine, Promised Sky afferma, senza retorica, la forza duratura della resilienza.
