Due giovanissimi personaggi – attori non professionisti – che pur restando praticamente soli in scena e parlando in un dialetto stretto, ostico persino per gli autoctoni, conquistano l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film. Una situazione di partenza che, pur rischiando di suonare all’inizio ripetitiva e già vista, non attinge ai soliti cliché.
Non passa inosservato L’intervallo del napoletano Leonardo Di Costanzo (presentato a Venezia nella sezione Orizzonti), apprezzato documentarista, all’esordio in un lungometraggio di finzione.
Non succede molto, a dire il vero, durante i novanta minuti, la storia va avanti grazie ai dialoghi e funziona grazie alla genuina freschezza dei protagonisti, oltre a una suggestiva location (l’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, fatiscente e dismesso) che diventa quasi un personaggio aggiunto. Veronica (Francesca Riso) e Salvatore (Alessio Gallo) sono costretti a trascorrere una lunga giornata in un casolare abbandonato. Lei è segregata per volontà del boss locale, “colpevole” di frequentare l’uomo sbagliato, lui è incaricato di sorvegliarla. Dopo un’iniziale, reciproca diffidenza, i due abbassano gradualmente la guardia. Dalla dura scorza di ragazzi di borgata, cresciuti troppo in fretta e in un quartiere difficile, emerge a poco a poco l’animo di adolescenti (hanno pur sempre 15 e 17 anni), e tra i due nasce una confidenza fatta di racconti, veri o inventati, esplorazioni dei misteriosi anfratti del loro luogo di confino, scherzi e giochi spensierati, condivisione di ansie, speranze e preoccupazioni, e di qualche momento in cui ognuno dei due torna a chiudersi nel suo silenzio.
Il loro “intervallo” è appunto un momento di attesa e di sospensione della vita, una parentesi (in questo senso l’ultima inquadratura trasmette bene l’idea della “chiusura” e della ciclicità del tempo) tra ciò che è successo e ciò che sta per succedere, una sorta di tregua in cui sentirsi relativamente al sicuro. Arriverà, verso sera, la resa dei conti, l’arrivo dei carcerieri (carico di tensione il faccia a faccia tra Veronica e il bravo Carmine Paternoster), e poi tutto, forse, tornerà come prima.
Risulta evidente, per un film del genere, l’influenza del cinema di Antonio Capuano, specialmente nella gestione di attori così giovani (il rapporto tra Salvatore e Veronica può avere qualche punto di contatto con L’amore buio), e di certe atmosfere alla Gomorra. In una delle storie raccontate per passare il tempo si fa anche riferimento all’omicidio di Gelsomina Verde, assassinata nella faida di Scampia per aver amato e tentato di proteggere, come Veronica, un esponente del clan degli scissionisti. A Di Costanzo, però, non sembra interessare più di tanto l’analisi sociologica o la denuncia, e le logiche camorristiche, per quanto ingombranti, restano sullo sfondo, aleggiano minacciose sulla testa dei ragazzini ma lasciano al centro della scena la loro immaginazione, i loro sogni, la voglia di resistere e di vivere,  nonostante tutto.
Al servizio dei due giovani protagonisti, e a esaltarne la spontaneità, una regia essenziale, fatta di macchina a spalla e suono in presa diretta (con tanto di dialoghi interrotti continuamente dal rumore del passaggio degli aerei), e l’esclusivo utilizzo (la fotografia è di Luca Bigazzi) della luce naturale.
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2 commenti su “VENEZIA 69/ L’intervallo di Leonardo Di Costanzo

  1. Bando alla pigrizia. Sbrigatevi ad andarlo a vedere in sala, merita attenzione. Domenica sera a Pesaro eravamo in tre.

  2. E la scorsa settimana a Torino eravamo in cinque…
    Un bel film, davvero, costruito con intelligenza e sensibilità. Dapprima lo spazio vuoto della diffidenza e del lento avvicinamento dei due ragazzi, poi quello pieno (anche di simboli) ricreato dall’immaginazione e dallo stupore (di una rinnovata speranza?) dei due protagonisti che si incontrano, poi, infine, quello metallico e violento della realtà degradata degli adulti, in cui il potere e l’ossessione del possesso hanno sostituito tutto il resto. La scena finale che termina in modo aperto tanto nel non dire tutto quanto nella costruzione dell’inquadratura (panoramica tra dentro e fuori davvero struggente)

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