E’ la convivenza degli ossimori che colpisce nell’opera prima del venezuelano Lorenzo Vigas, Desde Allà, vincitore della 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Violento, delicato, struggente, distante. La traduzione italiana Ti guardo, con cui viene distribuito, non coglie l’essenza delle immagini che una dopo l’altra rimandano a quello che sembra essere il vero protagonista del film, l’assenza.

Fin dall’apertura sulla prima scena. L’oggettiva sfocata su un via vai di passanti assume pregnanza tanto più in quanto la condividiamo insieme al protagonista Armando. Con lui non riusciamo a vedere, a raggiungere l’altro. Quando finalmente mettiamo a fuoco, cominciamo ad entrare nel film, ma per tutta la durata lo spettatore guarda il film da là, “da lontano”.

Armando, un odontotecnico di cinquant’anni, non riesce ad entrare in contatto con la vita, con se stesso e con ciò che desidera. Anche il mestiere che fa lo definisce in questo suo limite: costruisce dentiere, surrogati di quella parte del corpo che serve per mordere la vita, per succhiarne la linfa vitale. Lo seguiamo nelle prime immagini mentre si muove tra la folla, osserva, cerca l’incontro con giovani ragazzi di strada. E quando li porta a casa, rimane distante mentre soddisfa il suo piacere, un piacere che è tale solo in quanto il corpo del suo desiderio rimane trascendente e non lascia spazio al suo oggetto, il contatto con un altro corpo. “Da lontano” appunto. Anche le inquadrature seguono il protagonista, lo pedinano, lo spiano da dietro. Le immagini accompagnano con eleganza, rispetto e pietà per lo spettatore e per i suoi personaggi, attraverso di esse Vigas lascia intendere e non intendere quella che sembra essere l’origine della sofferenza di Armando. L’assenza del padre.

Armando è rimasto incantato lì, a quell’abbandono le cui cause rimangono volutamente taciute. Perché questo padre non c’è stato? Ha abbandonato i suoi due figli e la moglie? Questa famiglia era forse il frutto di un amore adultero? Non lo sappiamo e poco sembra importare all’ossessione del protagonista che appena saputo della presenza del padre in città comincia a cercarlo, a spiarlo. Nessuna immagine ravvicinata sembra in grado di restituire al protagonista la presenza di una assenza. La ricerca affannosa di un contatto con un padre-che-non-c’è-stato non viene mai soddisfatta. Emblematica la scena in cui Armando tenta di avvicinarglisi entrando con lui in ascensore. L’inquadratura rimane fissa su Armando dando corpo ad un’assenza irrecuperabile e irrimediabilmente perduta. I respiri, gli sguardi furtivi rivolti fuori campo, verso il padre, il “din” dell’ascensore che si ferma tra un piano e l’altro acquisiscono una pregnanza, una densità materiale. Quanto più l’immagine desiderata rimane fuori dalla portata del protagonista, tanto più perde le sue sembianze fantasmatiche ciò-che-sta-fuori. Si tratta di una presenza-assenza che testimonia una volta di più il carattere irrimediabilmente perduto di un oggetto, l’oggetto amato.

L’incontro del protagonista con il giovane Elder si inserisce come una frattura nella narrazione, aprendo alla possibilità di una increspatura emotiva. Il ragazzo lo attrae magneticamente e quando colpisce Armando con un pugno apre alla possibilità di dar vita a un’illusione: intrecciare un rapporto con l’altro. Tra i due comincia a svilupparsi lentamente un legame in cui si mescolano vari piani, amore, tensione affettiva padre-figlio, condivisione di due solitudini. Ma l’impulso crudo e animalesco, lo slancio e la vitalità da cui è sospinto Elder sollecitano troppo Armando. Lo scudo di angoscia di cui è preda, l’impossibilità di percepire pienamente la bellezza dell’amore, della vita esibiranno l’inesorabile ferita, l’atrofizzazione di quel bambino che poteva ancora illudersi di potere essere amato e quindi di amare. Lo sguardo mancato del padre assente mostrerà il suo abisso interiore, e getterà un’ombra sulla visone compromessa del mondo. torna su ^^

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3 commenti su “Ti Guardo – Vincitore della 72esima Mostra del Cinema di Venezia

  1. davvero molto bello, l’assenza del padre come perdita di un oggetto, l’oggetto amato, quindi una perdita infinita, fa parte della visione più realistica della vita, che non vuol dire quella più vera

  2. un bel film e il commento è molto preciso, desde alla nel voler ricoprire quella distanza volutamente impossibile (perché il padre esiste), da qui a la ironizzando, un salto breve rimanendo quasi immobili (ma anche ribaltamento di ruoli, padre e figlio col ragazzo, da omofobo a omosessuale ecc.)

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