Non possiamo ascoltare il silenzio? Si ripetono spesso Finnbogi e Alfred, i due protagonisti di A Annan Veg – Either Way (letteralmente Un’altra strada), pellicola vincitrice del Torino Film Festival 2011. E il silenzio, appunto, ha un ruolo importante in questo road-movie, scarno e minimale, opera prima dell’islandese Hafsteinn Gunnar Sigurdsson. Sembra un elogio della lentezza, una poetica storia di due solitudini ma anche, al contempo, un’apologia dell’amicizia.

Lungo le vie deserte e sterrate dell’Islanda i due personaggi trascorrono l’estate al lavoro, come addetti alla manutenzione stradale. Alcuni particolari (un orologio Casio con calcolatrice incorporata, una console portatile e un videogioco in stile Space Invaders) suggeriscono che siamo negli anni Ottanta, ma non è importante ai fini della narrazione. Finnbogi è (in apparenza) felicemente sposato con la sorella del collega e studia il tedesco per poterla raggiungere a Vienna. Alfred, più giovane e sentimentalmente irrequieto, è invece preoccupato dalla prospettiva delle lunghe settimane di forzata castità. Li vediamo intenti a piantare paletti, a dipingere la segnaletica, rifugiarsi in tenda per la notte. Sono completamente soli e immersi nel paesaggio, a volte freddo e arido e a volte incantevole, da mozzare il fiato. L’unica compagnia è quella di un bizzarro camionista che compare di tanto in tanto, dispensando loro alcool e perle di saggezza (solo una volta, e fuori dalla vista dello spettatore, Alfred riesce a passare una serata in città). Così, i due si abbandonano spesso a lunghe conversazioni, su amore, sesso, tradimenti, paternità reali e future; si esprimono reciproca solidarietà per le rispettive disavventure; a volte non riescono a comprendersi, litigano, hanno bisogno di chiudersi in se stessi e, si diceva, ascoltano il silenzio.

Non succede molto altro nel corso del film, o meglio non c’è un vero e proprio sviluppo dell’azione, ciò che fa andare avanti la storia accade altrove e lo si apprende dalla voce dei due personaggi. Una trama così semplice e rarefatta concede quindi allo spettatore la possibilità di rilassarsi o abbandonarsi a riflessioni, particolare non da poco per un festival in cui, sottoponendosi a maratone anche di cinque film al giorno, si arriva alla sera con il bisogno di districare un groviglio di storie, personaggi, scene e dialoghi, e tuttavia non si riesce a vedere che il 20% di tutte le pellicole proposte.

Una di queste riflessioni suggerisce qualche analogia tra A Annan Veg e The Straight Story di David Lynch, la storia dell’anziano contadino che attraversa gli USA in trattore per rivedere suo fratello. Stesso ritmo, stessi campi lunghi e panoramici, anche se lì il protagonista aveva un obiettivo chiaro, una missione da compiere. In questo caso sembra invece di assistere, semplicemente, allo scorrere del tempo: a suo modo, anch’essa una sfida, tutto sommato vinta, al di là degli inevitabili momenti morti. E gran parte del merito della vittoria va al paesaggio islandese (ottimamente fotografato da Ami Filippusson), a tutti gli effetti il terzo “personaggio” del film.

Distese incontaminate di verde e di mare, lunghissime strade di montagna in cui il furgoncino di Finnbogi e Alfred non incontra anima viva per chilometri e chilometri. Sembra quasi impossibile immaginarvi una presenza umana. Viene quindi in mente il titolo di una delle Operette morali di Leopardi: Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui il poeta sceglieva proprio questa nazionalità per marcare una distanza, rappresentando questo remoto e (allora) misterioso Paese quanto di più lontano ci fosse dal nostro mondo.

Inevitabile infine, soprattutto per gli appassionati, associare queste immagini alla musica onirica dei Sigur Ros, come nel documentario Heima, sul loro tour in patria nell’estate del 2006. Un film ricco di silenzi suggerisce musica: forse il vincitore del Torino Film festival non è poi così semplice come appare.

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