Ispirato ad una poesia di Wilslawa Szymborska, il terzo film di Angelo Orlando (L’anno prossimo vado a letto alle dieci e Barbara) è arrivato  nell’unica sala italiana che lo proietta: il Filmstudio di Roma che, se dopo le prime settimane registrerà il “pieno” di spettatori, renderà possibile la stampa della seconda copia e l’uscita in altre città. Una storia travagliata quella della genesi e della distribuzione di questo film italiano nato nel 2006, tra Italia e Francia, dove una produzione era interessata a condizione che la protagonista fosse Monica Bellucci. Il Ministero dei Beni e le Attività Culturali gli ha poi negato il contributo per la distribuzione che si è autogestita con la vendita su Ebay, tramite il sito della rivista Sentieri Selvaggi. Angelo Orlando e Valentina Carnelutti – sceneggiatori oltreché attori della pellicola – hanno tenuto duro, portando avanti con determinazione il progetto così come era stato concepito. Si può quindi già premiare la “resistenza” di questo film, promuovendolo  baluardo di un auspicabile futuro del cinema e dell’arte in assoluto, come autogestione della creatività, svincolata dal ricatto economico.

La trama è semplice come il modo di raccontarla, attraverso il quale lo spettatore viene calato nella quotidianità dei due protagonisti: Céline e Paolo. La prima è un’attrice divorziata con una figlia a carico alle prese con l’ennesima delusione sentimentale; il secondo è un fotografo che colleziona storie con giovani studentesse, incapace di uscire dall’eterna adolescenza di chi non si assume responsabilità. Storie ordinarie che nulla hanno di spettacolare, oltre all’occhio della telecamera che si sofferma sulle coincidenze o sui segnali che il destino scrive per i protagonisti, senza che entrambi ne abbiano coscienza, troppo presi dalle dinamiche intrinseche alle loro vite. Si tratta di una trama sottile di incontri-scontri che fin dall’infanzia di Céline hanno permesso alle loro vite di sfiorarsi – come suggerisce il titolo – senza vedersi, finché un giorno, fuori da un portone, si accorgono l’uno dell’altra, dando vita ad una storia che sembrava già scritta. L’incontro che vivono non è però una linea retta che definisce un sentimento, dando senso e logica al destino, bensì un breve tratto di strada, un filo che si spezza di nuovo, riaprendo il gioco degli incontri.

Sfiorarsi è un film delicato, sentimentale, ma con un tocco di ironia tutto italiano, nel deridere l’instabilità emotiva di Céline e la “sindrome di Peter Pan-mammone” di Paolo. Un film poetico – basterebbe leggere il testo della Szymborska che lo ha inspirato, per coglierne l’essenza – che parla di destini comuni e forse anche un po’ banali che suscitano immediata adesione nello spettatore proprio perché volutamente anti-eroici e poco patinati. I protagonisti mettono in scena una riflessione sulle emozioni, i sentimenti e quel filo sottile di magia che suggerisce la trama del tappeto sotto il quale viviamo – come diceva Padre Pio. Ci si può credere o no, lo si può chiamare caso o destino, comunque c’è un “oltre” sfuggente, al di là del reale che come un soffio attraversa il film, aiutando a superare la lentezza e l’inessenzialità di alcune scene, così come la banalità di un cinema che certo non si distingue per originalità. C’è sicuramente un tocco francesce nei tempi narrativi, un risentire naturale nelle scene d’ambientazione parigina, il tentativo di rendere accattivante anche ciò che non lo è. Di raccontare il nulla senza annoiare. Non ci riesce sempre, Angelo Orlando, ma apprezzabile è certamente il tentativo, soprattutto considerando questo film nella rosa dei – non più tanto scarsi – film italiani che risollevano le sorti del nostro cinema. In questo senso Sfiorarsi è un altro passo, in questa direzione.

 

AMORE A PRIMA VISTA

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
Se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno <<scusi>> nella ressa?
Un <<ha sbagliato numero>> nella cornetta?
– ma non conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
Che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla ad un’altra?
Qualosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valige accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.  

Wislawa Szymborska

 

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One thought on “Sfiorarsi

  1. è tra le mie preferite. Aggiungo che a volte si prendono lucciole per lanterne e altre volte occasioni reali per sogni confusi. Ma questa è un’altra poesia, meno riuscita.
    Il film non l’ho ancora visto, però.

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