
L’analisi psicologica Alle Anderen (Tutti gli altri) della giovane regista tedesca Maren Ade, vincitore del grande premio della giuria al 59esimo Festival di Berlino, tratta della fragilità dell’amore. Non è un film d'azione, ma una commedia di costume dal tono intimo. Una giovane coppia intorno ai 30 anni, Chris, architetto, e Gitti, event manager, sono in vacanza in Italia. Si rilassano, cucinano, fanno sesso e s’incontrano con altre persone. Sotto la superficie colorata della vacanza, però, si percepiscono alcuni terremoti emozionali. Per esempio, quando Chris preferisce confidarsi con un estraneo che con Gitti, oppure quando Gitti gli dà consigli non richiesti. Sono piccole incrinature nella loro relazione che lasciano qualche fessura nel terreno amoroso.
Se ci avventuriamo in questa giungla psicologica scopriamo problemi d'identità di giovani adulti, che nelle relazioni amorose e sociali si moltiplicano come in una sala di specchi: Chris e Gitti, incapaci di sopportare se stessi a lungo, vogliono essere diversi da come sono. L'esuberante Gitti (recitata dalla giovane austriaca Birgit Minichmayer, premiata come miglior attrice) vuole essere più "equilibrata" e "classica" per Chris e il sensibile Chris si sente come un buono a nulla e comincia ad assumere gli atteggiamenti di altre persone che sembrano più forti di lui. Durante questa strana odissea ad un certo punto la relazione s'inverte completamente: proprio i momenti più "falsi" e sofferenti da loro vengono identificati come quelli più "veri".
Attraverso l'osservazione di gesti a prima vista marginali il film in modo divertente e a volte crudele fa vedere trappole e nodi del rapporto. Non risponde alla domanda su quale sia l'origine della crisi, se è esterna oppure interna: quando Gitti e Chris alla metà del film incontrano un'altra coppia che vive accanto a loro, "gli altri" in realtà sono già entrati nel loro nucleo intimo. I vicini di casa, in questo senso, sono solo la caricatura del loro malessere interiore (lui è uno sciovinista e lei una masochista). La regista, durante la conferenza stampa del film a Berlino, ha detto di aver voluto raccontare la storia di una relazione e di essere partita anche dalle proprie esperienze. Ma che cosa ci dice questa crisi della sua generazione messa in scena? I protagonisti del film sono ambigui: sembrano immaturi, immaginandosi "diversi" e allo stesso tempo girando solo intorno a se stessi, ma anche autoriflessivi perchè sembrano osservarsi in continuazione da fuori. La comunicazione, però, non funziona: usano codici sbagliati parlando quando dovrebbero tacere oppure non capendosi quando parlano. L'unico contatto reciproco avviene in alcuni momenti di regressione, quando "gli altri" - come autogiudizio oppure come modello adottato - sono assenti.
Bambini adulti che vogliono tutto ma non guardarsi in faccia? Il film appare come una sorta di avvertimento per una generazione alla ricerca di se stessa: "gli altri" sono come belve nella giungla d'identità. Se glielo permettiamo... mordono.
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