DA PARIGI – Cédric Klapisch gode in Francia di un’ottima fama, è amato dal pubblico e ugualmente rispettato dalla critica soprattutto per le sue commedie: originali, sensibili e piene di brio. Considerato agli inizi della sua carriera, negli anni ‘90, una delle grandi promesse del cinema francese, Klapisch non ha certamente deluso riuscendo ad associare nei suoi film una vena popolare con l’impronta del cinema d’autore. Nel suo ultimo film Paris Klapisch mette in scena una commedia amara, di cui protagonista principale è, secondo il titolo, la città.

In linea di principio il regista dovrebbe avere tutte le carte in regola per lanciarsi in quest’avventura, conoscendo molto bene Parigi, teatro prediletto di quasi tutti i suoi film. Indimenticabile resta la sua descrizione del quartiere della Bastiglia in Ognuno cerca il suo gatto (1995) dove una vecchietta cocciuta e arzilla, Madame Renée, ci faceva da guida nella ricerca di un gatto perduto. Attrice non professionista, rappresentante d’eccezione di una vecchia Parigi che sta scomparendo, Madame Renée incarnava in maniera autentica e commovente lo spirito della città e riusciva a trasmetterci quel qualcosa di magico e di profondamente umano che fa di Parigi un luogo unico al mondo. Klapisch è senza dubbio anche un maestro nell’arte della commedia che sa costruire con mano leggera puntando su degli ottimi dialoghi e su una sceneggiatura sempre molto bene articolata. Un’aria di famiglia (1997), cronaca tenera e feroce di un pranzo di famiglia è, in questo senso, un film culto in Francia. I film di Klapisch sono caratterizzati, inoltre, dalla scelta sempre riuscita di interpreti giovani, freschi e pieni di talento. A lui si deve la scoperta di molti volti nuovi del cinema francese come il suo attore feticcio Roman Duris che ha lavorato con lui sin dall’inizio ed è diventato nel frattempo uno degli attori più quotati in Francia.

Con L’appartamento spagnolo (2002) ha conosciuto un enorme successo commerciale. Puntando sulla stessa ricetta ha poi girato il sequel Le bambole russe (2005). Sulla scia di questi successi Klapisch ha potuto beneficiare per Paris di un budget considerevole che gli ha permesso di fare appello a un cast di star nazionali come Roman Duris, Fabrice Lucchini, François Cluzet, Karine Viard e internazionali come Juliette Binoche. C’è però da domandarsi se tutte queste premesse siano veramente sufficienti per garantire la riuscita di un film.

Con Paris Klapisch intraprende un progetto estremamente ambizioso, quello di presentarci la città nella sua totalità: sia come complesso architettonico-urbanistico sia come organismo socio-culturale. La scenografia ci propone un vero e proprio campionario di vedute e panorami che il pubblico parigino si è divertito a riconoscere di volta in volta: carrelli da macchine in corsa ci fanno sfilare nelle strade principali e davanti a tutti i monumenti importanti, viste dalla Tour Eiffel e da Belville completano il quadro dall’alto. Klapisch fa il giro completo dalla città, non trascurando neanche il suo versante “periferia” con un un’incursione nel mercato centrale di Rungis, riuscendo ad integrare tutte queste immagini della topografia cittadina senza farcene sentire troppo il peso. Presentare però un quadro degli abitanti di Parigi è un impresa ben più ardua ed insidiosa. L’aspettativa del pubblico locale era grande: curiosità, desiderio di identificazione, speranza forse di trovare un riflesso della propria vita e di potere sorridere sulle piccole–grandi tragedie del quotidiano.

Ma è veramente possibile mostrare la struttura sociale di una città nella sua totalità senza rischiare di cadere in un catalogo di stereotipi? Probabilmente no ed è quello che succede anche in Paris dove Klapisch spazia con noncuranza fra i diversi strati sociali offrendoci dei personaggi spesso al limite della caricatura.  In questo film costruito intorno a tante piccole storie, quasi degli sketch, che a volte si incrociano e a volte no, ci fa da guida il protagonista Pierre, Roman Duris, un ex-ballerino del Moulin Rouge gravemente malato di cuore. Scopriamo la città attraverso il suo sguardo, lo sguardo malinconico e rapito di chi sa di avere ancora poco tempo da vivere. Paris vorrebbe essere un’incitazione alla gioia di vivere, al sapere approfittare di ogni istante in una città “meravigliosa”, ma questo inno, fatto attraverso un costante rinvio alla morte, getta su tutto il film una lunga ombra di tristezza.

La trama di Paris corrisponde pressappoco all’enumerazione dei suoi personaggi: un professore di università depresso che ha una breve e intensa storia d’amore con una sua alunna che alla fine gli preferisce un ragazzo della sua età. Il fratello del professore, architetto di successo, che  ha dei problemi con la sua futura paternità. Una fornaia razzista che finisce per assumere una giovane magrebina. Un fruttivendolo e sua moglie che ha una storia con il pescivendolo e muore poco dopo in un incidente di moto. Un giovane camerunese che vuole raggiungere clandestinamente la Francia. Un gruppo di modelle in cerca di avventure amorose nei capannoni del mercato centrale di Rungis. Ed infine i due protagonisti: Pierre, malato di cuore in attesa di un trapianto e sua sorella Luise (Juliette Binoche), assistente sociale, madre divorziata con tre figli che va a stare con lui per dargli una mano.

In Paris Klapisch riprende una formula già ben collaudata nei suoi film precedenti: una moltitudine di personaggi, un ritmo narrativo sostenuto e una sceneggiatura basata sull’intreccio di varie trame parallele. Ma è proprio la sceneggiatura, di solito uno dei punti forti del regista, che si perde qui in una trama talmente frammentaria ed eterogenea da non permettere ad una vera storia di evolversi. Volendo fare troppo, Klapisch intrappola i suoi personaggi in un carosello frenetico di fatti e situazioni artificiose al limite dell’inverosimile, delle “istantanee” di vita, privandoli di credibilità e di un vero approccio psicologico. Paris che avrebbe voluto presentarci la vera Parigi nella sua pluralità e molteplicità è piuttosto una fantasia urbana dove il ragazzo della porta accanto è un ballerino del Moulin Rouge e le modelle vanno dalla sfilata di Gauthier direttamente al mercato per trovarsi degli uomini…

I rari momenti di vera emozione ci sono offerti dalle ottime interpretazioni di alcuni attori: Juliette Binoche delicata e sensibile, Fabrice Lucchini sarcastico e fragile e Karine Viard semplicemente splendida nel piccolo ruolo ingrato della fornaia razzista.

Paris è in fin dei conti un film peculiare dove clichés, viste da cartolina, e descrizioni superficiali si fondono con una sensazione di fondo triste e malinconica. Se c’è qualcosa di autentico nel film è proprio la rappresentazione della solitudine, la ricerca disperata di affetto, la difficoltà di trovare un compagno per la vita. Ma qui si potrebbe giustamente obiettare che questi problemi non sono specificatamente parigini. Il pubblico francese, memore di tanti bei film sulla città, è stato un po’ deluso da Paris, ma forse in Italia le cose andranno meglio.

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4 commenti su “Parigi vs Paris

  1. Sono d’accordo con Maria Giovanna. Ho trovato Paris terribile, artificioso, affettato e pretenzioso. Ma il regista che avrà mai voluto dire? Mah!…

  2. Non sono d’accordo con Enzo e Massimiliano. Parigi mi è piaciuto, sia lì per lì appena uscita dalla sala e poi a ripensarci, con il passare dei giorni. Sono andata al cinema con l’immagine della Parigi della Nouvelle vague che tanto mi ha fatto sognare, ma qui è tutta un’altra storia. Parigi è vista e amata (coi pregi e i difetti) dal protagonista: le immagini della città non sono immagini “da cartolina” messe lì senza motivo, solo a titolo illustrativo. Così come i frammenti delle storie che s’incrociano sono viste con l’occhio del ragazzo, che spia il mondo dall’alto, che cerca d’inventarsi le storie delle persone che vede: chi sono, dove vanno? Così come le tante storie che s’incorociano, anche velocemente, per le strade o in un condominio di una grande città. La storia non è nuovissima, ma tutto è trattato con leggerezza, senza morbosità o pesantezza.

  3. anche secondo me le cose migliori vengono dagli attori, strepitoso Luchini quando balla (anche in un film di Leconte se non sbaglio diede prova di saperci fare) e splendida (finalmente è tornata ad esserlo!) la Binoche nell’antispogliarello tutto Puma e camicia di flanella, poi anche la Viard è un concentrato di magnifica, nevrotica ironia. Ché poi, in fondo, in questo film c‘è anche la chiusura dei parigini, il rifugio negli stereotipi e il desiderio di autenticità, la metropoli dei pieni e dei vuoti, la solitudine.. Be’, a ‘sto punto direi che non è poi così male, non fosse che per Satie a tutta callara accoppiato alle foglie d’autunno e per l’abuso di blu che fa molto troppo malincon(o)ia.

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